È finito il tempo delle “personalità forti” per Camera e Senato. Forse è meglio così

Giuseppe Sottile

E dire che avevamo ricominciato proprio con loro, con i vip, con quelle poche “personalità forti” che la politica era riuscita a racimolare, in questa sorprendente e slabbrata campagna elettorale, dentro il ristretto mercato dei “presentabili”. Ricordate? Per la presidenza della Camera la candidatura più accreditata sembrava quella di Emilio Carelli, l’ex direttore di Sky Tg24 che, dopo avere militato da professionista nell’impero di Berlusconi e poi in quello di Murdoch, era passato armi e bagagli al fianco di Luigi Di Maio per rendere testimonianza al mondo, e non solo al mondo dei giornali, che nella notte buia dell’informazione, quella tanto sputtanata da Grillo, non tutte le vacche erano nere, perché accanto ai tantissimi “figli di puttana, servi dei padroni” c’erano anche due perle dell’obiettività e della indipendenza: Luigi Paragone e, va da sé, lo stesso Carelli.

 

Stesso discorso per il Senato. Quando si pensava che Palazzo Madama fosse appannaggio della Lega, l’altro partito al quale gli elettori avevano tributato un trionfo, il primo “nome di peso” che i retroscenisti avevano tirato fuori dal cilindro, era stato quello di Giulia Bongiorno, l’avvocato che dal giorno in cui Giulio Andreotti fu assolto dall’accusa di mafia, solca i palcoscenici della politica col piglio della star e con la consapevolezza di essere più che una donna una superdonna. Certo, ultimamente ha fatto anche lei un piccolo capitombolo: per assicurarsi l’elezione è passata da Gianfranco Fini a Matteo Salvini, ma a una personalità così forte chi avrebbe mai potuto muovere un rimprovero? Eppure anche l’ipotesi di una sua candidatura è durata poco meno di un mattino, come quella di Carelli. Quando i leader del M5s e del Carroccio sono passati dallo scintillio del risultato elettorale alla penombra dei confronti necessari per cercare i possibili alleati e rammendare comunque una maggioranza, allora si è spento anche il mito dei vip chiamati dalla politica per dare lucentezza alle istituzioni. I grillini, che pure sembravano sul punto di scardinare il loro primo comandamento, sono tornati all’imperioso principio dell’uno vale uno e hanno ripreso a fare i conti con la propria base e i propri colonnelli, con quelli da punire e con quelli da premiare. Hanno sostanzialmente imboccato quella che Balzac amava chiamare la “théorie de la démarche”, che poi è il passo lento e cauto di chi vuole sì camminare, ma senza cadere nelle trappole, senza scivolare in una buca o in un precipizio: ni muy atras ni muy adelante, né troppo avanti né troppo indietro, come era solito consigliare il buon Sancho Panza a quel fantasista di Don Chisciotte.

 

Peccato, verrebbe da dire. Perché la teoria del passo lento – dalla quale discende la necessità di trovare l’equilibrio delle cose e di sacrificare dunque ogni svolazzo e ogni figura alata – ha finito per privarci dei guizzi, si fa per dire, di Carelli al vertice di Montecitorio e, all’un tempo, delle dotte esternazioni di Giulia Bongiorno al vertice di Palazzo Madama. In compenso avremo quasi certamente, stando alle più autorevoli anticipazioni, il napoletano Roberto Fico al posto che fu di Laura Boldrini e un altro parlamentare di lungo corso e con i piedi per terra, come Paolo Romani o Anna Maria Bernini, al posto che fu di Pietro Grasso

 

Prendiamone atto: la politica che nasce dalla pancia, quella che intrama paure e risentimenti, non ha bisogno né dei vip né delle star, né degli intellettuali d’area né dei magnifici indipendenti inseriti nelle liste come spumeggianti simboli di cultura e professionalità. Ha bisogno semmai di facce ordinarie, di normalizzazione e banalità. Gli stati maggiori del Cinque stelle, del resto, l’avevano già fatto abbondantemente capire: Grillo, sette mesi fa, aveva alzato la spada del comando e l’aveva adagiata sul capo di Nino Di Matteo, il pm più scortato d’Italia, per indicarlo come futuro ministro di un eventuale governo a trazione M5s; ma poche settimane fa, quando Giggino Di Maio, spinto dal vento della vittoria, ha presentato ufficialmente la lista dei ministri da sottoporre addirittura a Sergio Mattarella il nome di Di Matteo non c’era più: cancellato, sbianchettato. Meglio l’ordinarietà di un professore quasi sconosciuto che la figura impennacchiata e torreggiante di un magistrato antimafia che da anni va in giro per l’Italia portando a spalla la propria immagine di duro e puro, di combattente unico e chiodato contro i registi occulti che hanno trasformato questo paese in uno Stato-mafia, col trattino piccolo piccolo, tanto per mettere in risalto le nefandezze che ammorbano la vita politica da oltre mezzo secolo.

 

Forse non aveva tutti i torti il giovane Di Maio. Guai a fidarsi dei vip o dei superesperti. E per dimostrarlo basta ricordare quel che è successo in Sicilia. Negli ultimi cinque anni i governicchi che si sono succeduti a Palazzo d’Orleans hanno sempre rovistato nei piani alti della cosiddetta società civile per trovare un nome roboante – un trombone laureato, si stava per dire – da collocare al vertice dell’assessorato regionale dei Beni culturali. La scelta più eclatante e rovinosa fu quella di Rosario Crocetta che, dovendo formare la prima giunta della nuova legislatura pensò bene di affidare il gravoso incarico nientemeno che ad Antonino Zichichi, fisico di fama internazionale. Ma la gioia della novità durò appena pochi mesi; perché gli occhi del mondo più che a un flop ebbero modo di assistere a una soap tanto ambiziosa quanto maldestra: lo scienziato, anziché scrostare la ruggine e la melma che da anni assediano i trecento milioni destinati dalla Regione ai musei e ai siti archeologici, preferì attivare una sorta di cartiglio pirotecnico dentro il quale trovavano spazio oltre a un fantomatico “progetto Archimede”, la cui zampata più accattivante era quella, pensate un po’, di cambiare nome alle principali piazze della Sicilia, anche gli studi sui raggi cosmici e sui bilanci energetici. Insomma uno sguardo sull’infinito, precipitato troppo in fretta nel buco nero dell’indifferenza e di un conflitto di interesse che vedeva il figlio, Lorenzo Zichichi, esercitare un’attività privata nell’ambito dell’assessorato retto dal padre.

 

Le dimissioni dello scienziato non hanno comunque bloccato né i flop né la soap: ai Beni culturali si sono susseguiti sette assessori in cinque anni, immaginate il caos. Non solo: se Vittorio Sgarbi, nominato a dicembre dal governatore Nello Musumeci dovesse optare per la Camera dei deputati, dove è stato eletto il 4 marzo, al suo posto arriverà, manco a dirlo, un altro supertecnico, un altro personaggio colto, coltissimo che Musumeci strapperà immancabilmente alla società civile e se lo attaccherà al bavero della giacca come fiore all’occhiello. Non sapendo, forse, che non tutti i fiori sono simbolo di buona sorte. Bernal Diaz, che fu un esploratore spagnolo e il principale cronista della conquista del Messico, per descrivere la decadenza dell’impero azteco si affidò a un dettaglio: gli esattori di Montezuma – alteri, eleganti e profumati – arrivavano nei paesi assoggettati con una rosa dal lungo stelo nella mano. Il fisco e la rosa: oltre alla decadenza, il decadentismo. Era il 1520. L’impero di Montezuma stava proprio per finire.

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