Presto, si faccia un governo dei vincitori

Giuliano Ferrara

Tutto è possibile. In Danimarca i socialdemocratici hanno deciso che non c’è più niente da fare, hanno più o meno gli stessi voti del partito anti immigrati, ma la resistenza è finita dopo vent’anni, niente più accuse di xenofobia, ora si collabora appena con qualche pudore, e si adotta la linea delle frontiere chiuse agli ingressi “non occidentali”, in cambio di una svolta pro welfare del partito danese del popolo, in polemica con i liberali al governo da tre anni. Scomposizioni e ricomposizioni, come direbbe Paolo Cirino Pomicino. Qui è tutto diverso, i socialdemocratici del Pd hanno una tinta liberal-riformista di establishment, e le forze popolari ed elettorali che li hanno messi sotto sono coacervi complicati di tendenze diverse, Berlusconi non è Salvini e forse Di Maio non è tutto il grillismo, ma la questione è la stessa. Può esistere un polo politico autonomo dall’onda lunga dello spirito antielitario e demagogico che si esprime nei simboli, nei programmi, diciamo così, o nelle pulsioni dei vincitori delle elezioni? Non è questione di Aventino, quella è una fesseria pigra, bisogna piuttosto vedere se la vittoria del salvinismo e del partito di Di Maio farà nascere un’opposizione forte, con idee liberali e riformiste, appunto, capaci di sopravvivere e nutrire la prospettiva di un’alternanza futura, oppure se tutto si risolverà in un nuovo episodio trasformista. Non ci sono comunque le condizioni perché grillini e casaleggiani facciano con il sostegno del Pd un governo riformista e di sinistra, per dir così, casomai ci può essere una grillizzazione strisciante di quel che resta del Pd. Ma è una prospettiva remota, non attuale.

 

Ecco perché, per Camere e governo, non c’è altra soluzione politica sostenibile, a parte un ritorno al voto sempre possibile sebbene nessuno lo voglia, che una maggioranza e un esecutivo dei vincitori: devono trovare con il notaio Mattarella la personalità garante, si fa per dire, che assicuri a Palazzo Chigi la parità di ruolo tra il leader della coalizione più votata (Salvini) e il capo del partito più votato (Di Maio), e un programma misto di spunti e simboli e misure con qualche compatibilità, ma non troppa, con l’Italia che starebbe ancora in Europa e in occidente. Berlusconi alla fine sarà della partita, riluttante, e l’ala radicale della demagogia grillina si farà piacere la grande coalizione con il Cav. Doveva essere quella tra il Pd e i berlusconiani, sarà quella Salvini-Di Maio per scelta degli elettori. Francamente, non si capisce tutto questo annaspare intorno e altre ipotesi. In politica la fantasia delle cose, il gioco degli interessi e delle personalità e dei simboli produce soluzioni a sorpresa, eleva ingombri sulle vie più semplici, quindi niente si può escludere, ma l’unica vera faccenda da risolvere è il patto tra i vincitori sulla guida del governo, che a parte una staffetta (improbabile visto il precedente Craxi-De Mita) non può che vertere su una personalità terza e rassicurante per la sua immagine, ma priva di potere reale, e su elementi di programma certo non così difficili da concordare. Insisto: chi meglio di Giovanni Maria Flick, ex ministro della Giustizia “tecnico” di Prodi, ex presidente della Corte costituzionale, giurista e personalità spontaneamente concordataria, età venerabile, autore di un libro in uscita di consigli costituzionalistici ai grillini e già in parola con la giunta Raggi per una consulenza? Se poi trovano un equivalente con un baffo filoleghista, ma che non si veda troppo, meglio per loro. Il Pd deve capire bene perché è stato travolto, e non è difficilissimo scoprirlo, e come fare a risorgere nel ruolo dell’opposizione, perché non c’è altra via e i fatti sono testardi.

This page might use cookies if your analytics vendor requires them.