Arrivano minacciosi i putiniani Di Maio e Salvini, ma tutti tranquilli

Giuliano Ferrara

C’è una strana quiete, prima della tempesta in arrivo. Si parla della formazione del governo dopo la vittoria di Salvini e Di Maio alle elezioni come di una routine in regime parlamentare. L’Europa è muta, i mercati finanziari tranquilli. Si dice che il presidente della Repubblica ha di fronte a sé un compito protocollare, scegliere come capo del governo chi abbia la possibilità di organizzare una maggioranza in Parlamento dopo ampie consultazioni e senza fretta, anzi concedendo tempi lunghi in funzione terapeutica dopo il trauma. Trauma? Già l’uso di questo termine sarebbe sconveniente. Che problema c’è? Il popolo ha parlato. Le forze di governo della scorsa legislatura, che si sono alternate per decenni alla guida del paese con coalizioni del centrodestra a dominante berlusconiana e, in situazioni di emergenza, con maggioranze di unità nazionale, sono state collocate all’opposizione. Potrebbero soltanto reinserirsi nel gioco con l’appoggio a un governo grillino, come chiedono senza por tempo in mezzo stormi canterini di fiancheggiatori di Di Maio evocati ieri da Paolo Mieli nel Corriere, e qualche notabile di vista corta.

 

Il Pd sconfitto come garante dell’attuazione politica del programma dei vincitori, una cosa che in sé fa molto ridere e piangere, sperando (è l’ipotesi dei sostenitori di questa via) che tutto si diluisca in un trasformismo moderato compatibile con il funzionamento di istituzioni ridiventate proporzionalistiche. Al posto di queste classi dirigenti molto imperfette, rigettate dagli elettori dopo anni di guerra civile verbale e politica, stanno i rampanti del salvinismo e del grillismo, in competizione di potere tra loro ma anche capaci di un linguaggio e di uno spirito demagogico sovrapponibili: sono putiniani, il loro discorso offre una variante trumpiana della periferia, sono antieuro e antieuropei con riserve opportunistiche dell’ultima ora, sono nemici fierissimi del regime dei partiti e della democrazia rappresentativa, sono sovranisti e dunque avversari della società aperta, sono del tutto fuori con l’accuso sul piano dei conti pubblici e della conduzione dell’economia italiana integrata nei mercati europei e mondiali, con una quantità di promesse su tasse, pensioni, reddito di cittadinanza che appaiono evidentemente irrealizzabili o realizzabili con costi distruttivi per lo status e la prospettiva del paese nel suo contesto. Sono vivacemente antigarantisti sul piano giuridico. Ma c’è quiete.

 

Nel 1994 ci fu scandalo e terrore, in Italia e nel mondo, per l’avvento di un tipo nuovo di politico, Berlusconi, che era una vecchia conoscenza del sistema, aveva Gianni Letta, dico Gianni Letta, per braccio destro, predicava sorridente miracoli italiani, libertà, individualismo, competizione, mercato, investimenti e lavoro; e agiva, con l’agio brianzolo di un self-made man, in un quadro maggioritario, che aveva incarnato egli stesso costituzionalizzando la Lega di Bossi e il Msi di Fini, dunque in un ambito democratico tipico dell’alternanza, che non tardò ad arrivare sebbene dopo un ribaltone a tradimento. Oggi che Salvini ha lepenizzato la Lega, assimilando e rilanciando toni alla CasaPound, sindaci tutori della razza bianca, discorsi di solidarismo protettivo e blindato, a partire dalle sparate contro l’immigrazione e l’insicurezza, che hanno poco a che vedere con speranze, sogni e riformismi liberali della fine dei Novanta; oggi che il 32 per cento dei voti è andato a un non-partito con un non-statuto che è eterodiretto da una conventicola internettiana molto poco chiara se non nella sua povera filosofia cliccarola spacciata per rivoluzione della democrazia diretta, e il tutto sotto le mentite spoglie di una clamorosa promessa demagogica come il reddito di cittadinanza, oggi niente scandalo, sono tutti tranquilli. 

 

A me sembra strano, questo esercizio di calma e misura. Eccitarsi e fare allarmismo serve a poco, ma va considerata una prospettiva inquietante, e molto. Già un governo del centrodestra a guida leghista-salviniana sarebbe preoccupante, ma non ci sono i numeri. Un governo Di Maio sarebbe come e peggio della giunta Raggi, una follia le cui conseguenze sono in parte digerite dal cinismo romano ma saranno scontate nel tempo, con avvisaglie chiarissime per tutti, e non si tratta di potere amministrativo ma di potere politico, sicurezza, politica estera, leve dell’economia, diplomazia, burocrazia, scuola, cultura. Di Maio si è fatto la fama di uno che rassicura, modera, cambia gioco e offusca o nasconde le parole grosse spese in passato sull’altare della governabilità grillina, una specie di democristiano del sud con un ingombrante retroterra demagogico: ma basta? Comunque anche qui non ci sono i numeri. Che ci sono invece per un governo in cui si mettano insieme Salvini e Di Maio in emulazione a fronte delle loro promesse ai loro popoli elettorali, magari con un presidente del Consiglio che risponde a loro ma non è nessuno dei due, magari con uno sforzo di divisione del Pd e di assimilazione di Berlusconi mediante garanzie per il sistema televisivo, e il tutto con il necessario sostegno di persuasione morale esercitato dal Quirinale vigilante. Ma le promesse? I rumori di fondo che hanno dato il suo carattere a questa battaglia distruttiva? Non credo che un esecutivo segnato dalla volontà dei due vincitori, per i metodi e i programmi con cui hanno vinto, sarebbe un elemento di coesione e stabilità e riformismo, e nemmeno un normale segno di conflittualità democratica e parlamentare e sociale. Penso che un simile esito sarebbe il rovesciamento di un quadro generale di cultura, di linguaggio, di tenuta istituzionale che fino a ora aveva retto, perfino quando i partiti furono incarcerati con accuse di mafia e corruzione e la fantasia del sistema produsse Berlusconi e l’Ulivo in un quadro maggioritario di alternanza per la prima volta ritrovato. Insomma, non vedo tante ragioni per essere sovranamente calmi e paciosi.

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