Nuovi equilibri nel Pd

David Allegranti

Roma. L’asse Paolo Gentiloni-Dario Franceschini, che ha esordito lunedì alla direzione del Pd, silente ma ben presente nel documento finale approvato senza voti contrari, traccia il suo manifesto: sì a una “legislatura costituente”, di riforme. Tutti insieme. Il ministro della Cultura l’ha detto al Corriere della Sera, aggiungendo poche ma micidiali righe sul Pd e Matteo Renzi in tema di riforme: occorre evitare “gli errori delle precedenti legislature sul tema delle riforme istituzionali”. “Quelle del centrodestra furono bocciate dal voto popolare, le nostre pure, proprio perché fatte a maggioranza”. Quindi “faccio una proposta; vediamo i sì e i no all’idea di una legislatura costituente. Tenendo conto che invece i governi di cui si parla in questi giorni sono tutti governi contro natura”. C’è insomma un filo che tiene insieme l’intervista di Franceschini e le parole di Sergio Mattarella sul senso di responsabilità che deve prevalere.

 

Prevalere, naturalmente, sugli egoismi e gli interessi dei partiti. Il ministro della Cultura pare voler diventare la cartina di tornasole dei rapporti fra il Colle e il Pd. Anche perché con il neo-senatore di Scandicci, Matteo Renzi, le cose non vanno bene da mesi. Raccontano che sia stata la battaglia di Renzi su Bankitalia a far deteriorare i rapporti con il Quirinale e che la frase dell’ex segretario il giorno dopo il voto sull’opportunità, mancata, di andare alle urne nel 2017 – approfittando quindi delle finestre del voto in Francia e in Germania – abbia fatto il resto: un atto d’accusa contro Mattarella e contro Gentiloni.

 

Quindi le reazioni dei renziani all’intervista di Franceschini sono un modo per capire che cosa ne pensino delle varie proposte improntate alla “responsabilità” che stanno piovendo da giorni. Dal governo di scopo alla legislatura costituente. Lorenzo Guerini, coordinatore del Pd, dice al Tg3 che “sulle regole abbiamo speso già molte energie nell’ultima legislatura, se ci sono le condizioni noi ci siamo. Ma il tema del governo è altra questione”. Un bel no, insomma. I toni di altri compagni di corrente sono inevitabilmente stizziti. C’è anche chi dice di non essersi accorto subito dell’intervista di Franceschini (il che suona come un inevitabile “Franceschini chi?”).

 

Le parole del ministro della Cultura, dice un dirigente renziano, “sono solo un modo per tenersi agganciato al treno della trattativa con M5s. Non mi pare che questa possa essere una legislatura costituente. Credo si vada a un accordo Lega-M5s”. Aggiunge un ortodosso come il fiorentino David Ermini, vicino all’ex segretario: “Il Pd – dice al Foglio – deve aspettare l’iniziativa di chi ha vinto le elezioni. Noi abbiamo perso le elezioni e l’onere tocca a loro. Ma siccome siamo in un sistema proporzionale, checché ne pensino Di Maio e Salvini, M5s e Lega non hanno numeri per un governo. Sono loro quindi a dover proporre e prendere l’iniziativa. Loro, non chi ha perso. Ma per farlo bisogna saper fare politica. Comunque, i nostri programmi sono incompatibili, quindi la vedo dura che possano venir fuori proposte per noi accettabili”.

 

Spiega al Foglio Matteo Ricci, responsabile enti locali del Pd (la segreteria è rimasta in carica, nonostante la richiesta di dimissioni di Andrea Orlando di tutto il gruppo dirigente): “Credo che non dobbiamo avere la smania di fare proposte. Non spetta a noi. Spetta alla maggioranza ora. Noi siamo minoranza. Noi ora dobbiamo stare uniti. E lasciare agli altri la responsabilità della proposta”. Insomma “calma e uniti. E sostegno a Martina. Un passo alla volta”. Un’apertura invece arriva, a quanto pare, da Forza Italia. Direttamente da Silvio Berlusconi, a essere precisi, che ieri ha incontrato i nuovi parlamentari di Forza Italia. “A me pare che Berlusconi – dice Vittorio Sgarbi – voglia governare con l’appoggio del Pd, non l’ha detto chiaramente anche perché Salvini e Meloni sono contrari. E poi ha citato l’idea di Franceschini per far sì che questa sia una legislatura costituente con una nuova riforma elettorale e una riforma costituzionale condivisa”.

 

Quindi mentre una parte del Pd – franceschin-gentiloniana – delinea scenari istituzionali e maggioranze costituenti, i renziani di stretta osservanza preferiscono l’Aventino: opposizione, opposizione, opposizione. Non tutti, tra chi è vicino al neo-senatore di Scandicci, sono d’accordo su questa linea. C’è anche chi vorrebbe un “governo di scopo”, come spiegato dal Foglio in questi giorni. Un’opzione che potrebbe funzionare anche per Federico Pizzarotti, sindaco di Parma, ex Cinque stelle, secondo cui tutti i tentativi di costruire alleanze con i Cinque stelle sono destinati a fallire. Almeno se le premesse restano queste. “Io non penso che i 5 Stelle troveranno mai un accordo che non sia ‘votateci la fiducia, ma non negozieremo mai i ministri né i programmi’. Pensare di poter fare un accordo è già qualcosa che 10 anni fa sarebbe stato lontanissimo. Penso che fare un ‘doppio carpiato’ e dire anche un facciamo programma comune sia veramente fantascienza”. “Più facile” sarebbe invece un’alleanza di scopo, anche se i 5 Stelle, “forse non hanno ben chiaro che bisogna negoziare per poter partire. In politica se non hai i numeri devi chiedere un consenso e non pensare che questo sia dovuto perché hai preso più voti. Se si vuol raggiungere un obiettivo comune ma non si hanno i numeri si deve discutere con gli altri. Non penso che il compromesso sia una brutta parola”.

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