Il caos del Pd e il piccolo esempio di Milano

Redazione

Si trattasse solo di analizzare il Partito demoralizzato, il Pd, le cose sarebbero più semplici. L’evidenza è invece che dopo il voto del 4 marzo il Partito democratico è un vaso di pandora in preda a un vortice di venti contrari e potenzialmente autodistruttivi. La tentazione di sostenere (sarebbe un accodarsi) al M5s vincitore – suggerita anche da molti commentatori-fiancheggiatori, ieri pure Michele Serra – è reale, perché c’è una parte della sinistra del partito che ha una dose (variabile) di grillismo nel proprio Dna. Ma né Matteo Renzi né la parte più raziocinante del partito vuole questa soluzione. Poi c’è la tentazione di risolvere il problema interno dopo le dimissioni in pectore di Renzi ricorrendo alle primarie. Ma basta ascoltare un po’ l’elettorato dem per capire che ora è molto più interessato ad avere delle risposte e proposte di linea politica, “che fare?” che un confronto sulla leadership. L’ultima tentazione di ieri, quella di candidare per il centrosinistra in Molise Antonio Di Pietro alla regione, sembra un’altra mossa suicida contro la propria identità (“Di Pietro rappresenta una cultura giustizialista che noi non abbiamo mai apprezzato, se volete che il Pd porti Di Pietro in Parlamento dovete trovarvi un altro segretario”, disse Renzi). Dunque che fare? Il Pd ha forse un modello – non proprio vincente ma almeno resistente e funzionante – ed è quello di Milano, dove ha tenuto. Il sindaco Beppe Sala, interpretando un sentiment maggioritario anche se non unico nel Pd meneghino, ha detto a Repubblica che il partito ora “deve stare all’opposizione”. Che il modello Milano tiene perché c’è una sinistra in cui funzionano “la condivisione, la lealtà. Le differenze dentro il centrosinistra vanno valorizzate, da sette anni chi vuole bene alla sinistra ha trovato il collante e sa parlarsi chiaro”.

 

Ieri Sala ha detto anche che “in questo momento le primarie sono un atto da egoriferiti. Non dobbiamo approfittare della pazienza degli elettori di sinistra” e che non prenderà la tessera del Pd. Tanto? Poco? Sala non è “renziano”, non è del Pd, prenderlo a bandiera di una nuova leadership e di un nuovo corso sarebbe sbagliato. Però la tenuta del “modello Milano” (che non va enfatizzata: bastano i numeri per essere realisti), suggerisce qualcosa nel caos odierno: è un modello che senza proclami e possibilmente senza presunzione prova a ritrovarsi attorno a una linea riformista, non personalista, dove la scommessa sull’economia aperta resta l’ossatura e il rapporto con i cittadini essenziale. Un “romano” molto apprezzato al nord come Calenda ha oggi un seguito politico crescente nel partito; le componenti interne diverse non chiedono rese dei conti né la testa di nessuno. L’errore di presunzione che il “modello Milano” sembra suggerire di evitare è quello di spaccare tutto. Tanto? Poco? E’ un’idea.

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