Di Maio e il partito stalinista del trolley alla prova del silenzio

Marianna Rizzini

Roma. Il non-partito a Cinque Stelle del trolley scende a Roma compatto, in taxi, con consegna del silenzio (non parlare con la stampa e neanche con i tassisti – non si sa mai) e controllo simil-stalinista per i neoeletti chiamati alla prima riunione con Luigi Di Maio, Davide Casaleggio e i veterani assiepati all’Hotel Parco dei Principi, location pariolina e un po’ hollywoodiana per schieramento di forze dell’ordine e valletti in livrea (incaricati di vietare l’accesso a chiunque non sia un eletto). E la cosa a un certo punto fa sì che il surreale prenda il sopravvento sul reale, nel giorno in cui Luigi Di Maio e il ministro immaginato alla Giustizia Alfonso Bonafede tengono fede alla linea provvisoria: “Tutti devono passare da noi” (detto con la solennità di un “dopo di noi il diluvio”), “saremo il pilastro della legislatura” e “siamo aperti a tutti sui temi”. Intanto, il contesto – con palmizi e palestra-spa all’ingresso dell’hotel, così diverso dal defilato e dimesso albergo Saint John e dal defilatissimo hotel Universo, i luoghi in cui per la prima volta si incontrarono i neofiti a Cinque Stelle nel 2013. Altra storia, altra epoca, ma il mondo nuovo si fa déja-vu quando la consegna del silenzio – ricordo di 5 anni fa, quando gli eletti restarono per giorni ancorati a poche parole – si tramuta in parossismo: il neofita arrivato in taxi, per evitare errori, non pronuncia neppure il proprio nome, tranne poche eccezioni (Adriano Varrica da Palermo, per esempio, o Eugenio Saitta da Paternò).

 

Dalla hall trapelano voci su neoeletti che ragionano sulla nuova “forma-partito” del non-partito, e dalla sala riunioni filtra – oltre al nome dei capigruppo designati Giulia Grillo (Camera) e Danilo Toninelli (Senato) – il “grande entusiasmo” reciproco degli eletti verso Di Maio (standing ovation) e di Di Maio verso gli eletti (siamo “la lampadina gialla che illuminerà il Parlamento”, vogliamo fare di tutto perché sia garantito l’innalzamento “della qualità della vita degli italiani”, a partire dal Def da approvare entro il 10 aprile).

 

Fuori sembra l’anticamera degli Oscar, solo che nei taxi non ci sono attori, fatta eccezione per l’attore neoeletto Nicola Acunzo. Ci sono silenti newcomer attentissimi a non finire come i Carlo Sibilia d’antan, travolti dalle gaffe complottistiche (ma oggi Sibilia, al secondo mandato, parla addirittura di Quirinale). Il deputato e giornalista Emilio Carelli, molto ascoltato da Di Maio, ribadisce: “C’è grande determinazione a giocare un ruolo da protagonisti” (intanto giunge la notizia che Matteo Salvini, l’altro vincitore delle elezioni, ha aperto al Pd). La presenza di Davide Casaleggio alla riunione cosiddetta “tecnica”, è volta a ribadire l’importanza della piattaforma Rousseau (non vi chiederò mai di “cambiare una legge ma di partecipare” ), e si capisce che il fulcro di tutto è la Rousseau Open Academy, anche detta scherzosamente “Frattocchie digitale” per la formazione permanente della cittadinanza on-line. Cambierà il sistema di restituzione stipendi (non più scontrini, ma quote forfettarie), fermo restando il contributo degli eletti (300 euro al mese) per la piattaforma medesima (pur sempre un contributo a un’associazione privata). Intanto, i pochi neoeletti che se ne vanno a piedi cercano di seminare la stampa per le vie piene di fogliame caduto nei giorni di maltempo sulla città di Virginia Raggi. Le facce cupe degli agenti che presidiano l’estremità della rampa che porta al sottoscala rendono difficoltosa l’immedesimazione con “l’entusiasmo” di cui parla Di Maio. Alla domanda “guardate più al Pd o alla Lega?” risponde Bonafede (con il ritornello “M5s pilastro, aperto a tutti sui temi”). E mentre Beppe Grillo, dal nuovo blog, illustra (di nuovo) la filosofia del reddito di cittadinanza, Toninelli insiste sull’abbassamento delle tasse – e si capisce che domani è un altro giorno, con guerra di logoramento sul Def.

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