Il governo Chiapparino

Giuliano Ferrara

Chiamparino o Chiapparino? Il governatore democratico del Piemonte vuole governare con Di Maio (e si candida a guida del Pd). Bene. Anche il pm messo da D’Alema dalle parti di Nardò a governare la Puglia vuole andare a Palazzo Chigi con Di Maio. Benissimo. Scalfari ha già incoronato Di Maio nuovo capo di una sinistra moderna. Molto bene benissimo. Si ingrossa l’esercito dei piccolo-trasformisti, con arruolamenti a sorpresa anche nel campo dei piccolo-renzianisti. È opportuna una piccola riflessione, dunque. Piccola.

 

Qui abbiamo sempre sostenuto che il “connubio” è una buona cosa per fare buone cose tra contraenti compos sui. Rattazzi e Cavour con il connubio hanno fatto l’Italia, tutto sommato una buona cosa sebbene all’epoca fosse impensabile questo rigurgito di plebiscitaria onestà nel Sud borbonico, locupletato di lupare, di pensioni di invalidità, di pigrizie sociali diffuse, e ora anche del reddito di cittadinanza grazie al suo voto illuminato e ipercamorrista. Berlinguer e Moro fecero o abbozzarono il compromesso storico, ma Pci e Dc erano una cosa diversa dal partito di Chiapparino e dal Movimento 5 e adesso 6 stelle. C’era il problemino di Yalta, dell’eurocomunismo, l’occhiuta sorveglianza di sovietici e americani, c’era il terrorismo delle Brigate Rosse, c’era sopra tutto una cultura politica radicata, quella dell’incontro tra forze popolari comuniste e cattoliche in un paese in cui laici e liberali erano terza forza residuale. Ora che c’è? La flat tax? Più soldi per tutti senza lavorare? La riforma della riforma delle pensioni, con una pioggia di cambiali fatte a coriandolo? Una politica europea ed estera vicina al gruppo di Visegrad, ai polacchi, agli ungheresi, agli austriaci, o a Putin, tanto per andare alla fonte? C’è l’idea che la Nord Corea è una specie di Svizzera?

 

Il partito governativista di Chiapparino potrebbe dire che è proprio per evitare tutto questo che bisogna rapidamente riscoprire la contiguità fra 5 stelle e sinistra storica, e agire per condizionare gli esiti, pronubo un presidente come Mattarella, che deve dare l’incarico in vista della piccola ammucchiata. Se ne desume, vaste programme, che il governo Gentiloni continuerebbe sotto mentite spoglie. E sarebbe premiato, con l’aiuto di Confindustria e dei borghesi alla de Bortoli, un sistema di ricambio che non ricambia, di governo senza opposizione, una sinistra senza capo né coda, conti pubblici alla greca d’antan, e un Parlamento che specie all’inizio non ha mai tanta voglia di tornare a casa. Tra essere bastonato ed essere coglionato ho sempre pensato che la prima soluzione è quella più onorevole: tutt’e due è troppo.

 

Gli italiani hanno parlato. Vogliono un governo di centrodestra a guida salviniana oppure un governo grillino a guida Di Maio. Io volevo la prevalenza di una destra nazionale ed europeista di possibile buona lega, magari pop e berlusconiana quanto bastava, anche questo un vaste programme, e una sinistra liberale e riformista, pro mercato, capace di fare o portare a compimento dopo un buon inizio le cose scritte nella lettera famigerata della Bce in un contesto di fragile ma anche impetuosa ripresa. Volevo un connubio, ma significativo. Ora mi diranno che non si può, il Nazareno era già naufragato con il 4 dicembre del 2016 (referendum), abbiamo due Camere paritarie, lo stesso numero di parlamentari, le stesse regole di sempre e una legge elettorale al 70 per cento proporzionalistica, che è la ragione unica per cui non c’è una maggioranza numerica. Bè, dico, se la cerchino tra tutti quei parlamentari, questa maggioranza. Facciano ciò per cui sono stati investiti dal popolo. Mattarella scelga se deve provarci Salvini oppure Di Maio, o entrambi in successione. E se non ci riescono, si rivoti, alla spagnola. Non è una ripicca, uno stare a vedere, un metterli alla prova carico di rancore, queste sono sofisticherie buone per anarchici culturali come il mio amico Alfonso Berardinelli, che ha votato Grillo a sua insaputa e noncuranza. È il normale funzionamento di una democrazia parlamentare.

  

Cosa c'è nel vuoto pneumatico dei populisti. Giuliano Ferrara su Politico Europe

In Italia serve un ordine politico solido che superi l'attuale celebrazione del nichilismo 

 

Certo anche il trasformismo fa parte del gioco. Invece di ricostruire un’opposizione, a fronte di un governo che fa quel che ha promesso di fare, si può non fare niente o mascherare il tutto con la grande pecetta che salva capra e cavoli. Ma così non nascerà o rinascerà mai un’alternativa, dovremmo averlo capito, ora che Berlusconi è considerato il mancato salvatore della Patria ex maggioritaria, così ci sarà solo uno slittamento di regime in regime, roba palloccolosa, la storia che si ripete e delude ogni volta sia la finzione di popolo sia la finzione di élite o aristocrazia (sul Figaro ricordano che Wilfredo Pareto definiva la storia come il “cimitero delle aristocrazie”). Ora i trombati dicono con aria nostalgica che hanno letto troppi libri e sono troppo legati ai valori del Novecento per essere compresi nel mondo delle chat e dei nazional-populismi bullistici. Forse è vero, anche se i libri sono come la santità, il sesso e i soldi, metà della metà; ma non è che bisogna ricominciare dall’ignoranza, non è che, finito il blues postdisfatta, è arrivato il glorioso momento di andare alla scuola degli ignoranti, c’è di meglio da fare.

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