Repubblica lancia la volata a un governo Pd-M5s. Senza Di Maio premier

Redazione

Un governo Pd-Di Maio, ma senza Di Maio. O meglio, senza Luigi Di Maio presidente del Consiglio. In attesa che i nomi dei nuovi parlamentari eletti il 4 marzo diventino ufficiali e che le nuove Camere possano darà ufficialmente l'avvio alla XVIII legislatura, sui quotidiani si fanno ipotesi su quali potrebbero essere le maggioranze possibili (qui i seggi conquistati dalle forze politiche). E ovviamente si “fa il tifo” per una soluzione piuttosto che un'altra.

 

Tifo discreto, s'intende, ma come è naturale ognuno ha le sue preferenze. E tra le righe prova a spingere per un'ipotesi piuttosto che per un'altra. Quella preferita da Repubblica la spiega, in un editoriale in edicola oggi, il direttore Mario Calabresi. Il punto di partenza è la strategia del Pd. “È possibile e opportuno - si domanda - fare un governo con il Movimento 5 Stelle?”.

La risposta alla domanda arriva alla fine, dopo molte righe di sì, no, ma, però. Ed è questa: “È probabile che Luigi Di Maio premier sia un'ipotesi al tramonto in questa nuova legislatura: non ha i voti, non troverà almeno 80 deputati di altre forze politiche disponibili a sostenere lui e il suo governo”.

 

E allora? Che fare? Semplice: un governo Pd-M5s, senza Di Maio premier. “Tra qualche settimana se ne renderanno conto (i grillini ndr) e allora la situazione prenderà altre strade: o cambieranno direzione e proveranno a convincere la Lega a fare un governo insieme (ma Salvini che diventa il vice di Di Maio proprio non lo vedo) oppure faranno i conti con la realtà e, messa da parte la presunzione di aver vinto da soli e di poter dettare le condizioni, proporranno nomi diversi su cui cercare convergenze, ma con l'elasticità di ascoltare le ragioni degli altri e di trovare necessarie mediazioni”.

 

 

L'elenco dei candidati premier in pectore per un possibile governo, in parte, c'è già. Alle Quirinarie del M5s del 2015, ad esempio, Romano Prodi arrivò secondo con il 20% dei voti, terzo il pm Nino Di Matteo con il 13%. Seguivano Pier Luigi Bersani, Gustavo Zagrebelsky e Raffaele Cantone. Per dire.

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