Il Pd con Di Maio non è una fake news

Claudio Cerasa

L’assegnazione definitiva dei seggi della XVIII legislatura ci dice che tra le maggioranze possibili presenti nel prossimo Parlamento l’unica che meriterebbe di nascere, l’unica naturale, l’unica in grado di rappresentare lo spirito del tempo, l’unica capace di riflettere in pieno la nuova repubblica del malumore, è quella forse più pericolosa e forse più mostruosa. Una maggioranza i cui colori ricordano quelli del Brasile – bandiera verde con grande rombo giallo al centro – e i cui voti coinciderebbero con quelli raccolti il 4 marzo dalla Lega di Matteo Salvini e dal M5s di Luigi Di Maio. I numeri della XVIII legislatura ci dicono che purtroppo non esiste altra maggioranza coerente se non questa. Ce lo dicono i seggi usciti fuori dal pallottoliere della legge elettorale (alla Camera il centrodestra si è fermato a quota 260 mentre il Movimento 5 stelle si è fermato a quota 221, al Senato il centrodestra si è fermato a quota 135 mentre il M5s si è fermato a 112). E ce lo dice anche l’esistenza di un programma condiviso fatto di sei punti chiari: no alla legge Fornero, no al Jobs Act, no al 3 per cento nel rapporto deficit/pil, no ai vaccini obbligatori, sì ai dazi per proteggere il made in Italy, no al dogma dell’euro (il referendum la Lega lo vuole, il M5s non lo esclude).

 

Rispetto a questa coalizione brasiliana ciascuno può avere le idee che crede – le nostre le conoscete – ma a voler essere onesti (siamo nella repubblica dell’onestà, no?) non si può non riconoscere che la somma tra il volto di Luigi Di Maio e quello di Matteo Salvini è ciò che oggi rappresenta meglio l’elettorato italiano ed è anche ciò che meglio rappresenta la grande divisione culturale che esiste nel mondo tra forze politiche ispirate all’apertura e forze politiche ispirate alla chiusura. L’unica maggioranza naturale (sia alla Camera sia al Senato la somma di M5s, Lega e Fratelli d’Italia supera di un soffio il minimo necessario per avere la maggioranza, ma nella lega c’e chi dice, come Borghi, che dovrebbe essere il centrodestra unito a parlare con il M5s) è quella che sarebbe naturalmente un dramma per l’Italia – i canali di dialogo tra i due partiti sono già aperti, chiedere a Giancarlo Giorgetti – e tutte le grandi manovre di questi giorni non si possono capire se non si parte da qui. Si dirà: e che alternative ci sono all’unica maggioranza naturale partorita dal voto del 4 marzo?

 

Il presidente della Repubblica Sergio Mattarella arriverà alle consultazioni con un approccio diverso rispetto a quello messo in campo dal suo predecessore Giorgio Napolitano, che fece di tutto per evitare di far avvicinare al governo i partiti di protesta, e per questo se l’unica maggioranza possibile fosse quella formata da Lega e M5s probabilmente ne prenderebbe atto (l’unico ostacolo a questa grande coalizione sarebbe Matteo Salvini, che difficilmente accetterebbe di fare il numero due di Luigi Di Maio). I numeri sono chiari ed è proprio sulla base di questi numeri che nelle prossime ore capiremo se le due alternative sono praticabili. Matteo Salvini sogna ancora di poter fare il presidente del Consiglio ma i numeri della coalizione sono troppo bassi per governare e così il centrodestra deve provare a rispondere in fretta a una domanda: la Lega di Salvini sarebbe disposta a offrire a un Antonio Tajani il compito di formare un governo di centrodestra per tentare di ricevere dal Pd un aiuto tecnico per far nascere un governo? Al momento la risposta data da Salvini ai suoi interlocutori è “no” e così non resta che mettere a fuoco la ragione per cui l’unica alternativa che potrebbe emergere con forza nei prossimi giorni per evitare una coalizione brasiliana è quella che vede il Pd fare con Luigi Di Maio quello che in Spagna il Partito socialista ha fatto con il governo Rajoy e quello che il Pci fece nel 1976 per far nascere il terzo governo Andreotti: un sostegno esterno (nel 1976 Pietro Ingrao, uno dei pezzi grossi del Pci, in cambio del sostegno, venne eletto a capo di una delle due Camere). E’ la linea contro la quale Renzi ha scelto di combattere (ma quanto può combattere un segretario sconfitto e dimissionario?) ma è la linea che a poco a poco potrebbe prendere piede nel corpaccione del Pd (e forse se lo augurano anche Rep e Scalfari, che ieri sera a La7 ha detto che tra Di Maio e Salvini non c’è paragone, tutta la vita con Di Maio) per evitare di far nascere un governo a guida Salvini-Di Maio.

 

A sostenere questa tesi – che al momento è un opzione ovviamente studiata anche dal Quirinale – non è solo il governatore della Puglia Michele Emiliano ma è anche un altro governatore, Sergio Chiamparino, presidente del Piemonte, che ieri ha usato nei confronti del Movimento 5 stelle una frase simile a quella usata dal presidente di Confindustria Vincenzo Boccia per parlare del M5s: nessun tabù, non possiamo aver paura. Le posizioni sono diverse (Chiamparino ed Emiliano credono nel dialogo con il M5s, Boccia spera che il M5s possa essere aiutato a fare quello che il M5s ha sempre negato di voler fare sulle riforme, le pensioni, il Jobs Act) ma la meccanica è simile. E Renzi o non Renzi l’altro grande mostro che andrà messo a fuoco nelle prossime settimane è proprio questo: la maturazione di un Pd tentato di scommettere (con i pochi parlamentari di Grasso) sull’unica maggioranza meno naturale di quella brasiliana (i numeri ci sarebbero solo in caso di smottamento del gruppo parlamentare del Pd). Ovvero: una maggioranza rosso Pd e giallo Grillo con i colori della bandiera della Spagna. Una maggioranza che potrebbe produrre un’altra scissione del Pd (in un Pd che va con Di Maio probabilmente non ci sarebbe il grosso dei parlamentari renziani ma al momento il grosso dei parlamentari è molto vicino a Renzi) e che in un colpo solo farebbe sparire l’unica alternativa a un governo Di Maio-Salvini: non il vuoto, ma quanto meno il voto. La trama c’è, i voti si vedrà. Il finale speriamo sia diverso.

This page might use cookies if your analytics vendor requires them.