Come salvarsi dal partito dell'altra nazione

Claudio Cerasa

Il fuoco si fa con la legna che c’è e anche se la legna stavolta è decisamente marcia bisogna provare a capire come ci si può riscaldare dopo il risultato gelido, glaciale, che domenica scorsa gli elettori hanno regalato all’Italia. Politicamente, i numeri sono evidenti, chiari, schiaccianti e clamorosi. Si pensava – e questo giornale, come è noto, se lo augurava – di ritrovarci il 5 marzo con un’allegra instabilità governata in un modo o in un altro dal Partito democratico di Matteo Renzi e dalla Forza Italia di Berlusconi. Il 5 marzo ha offerto invece all’Italia un’omogeneità molto diversa, caratterizzata da un fallimento del Pd, da un collasso di Forza Italia, da un’uscita di scena di Matteo Renzi, da un colpo sotto la cinta a Berlusconi e da una maggioranza elettorale che non sappiamo se avrà la possibilità di trasformarsi in un governo ma che al momento sappiamo che esiste e che è la novità politica più importante di queste elezioni: la nascita del cupo e tosto partito dell’altra nazione. La nascita cioè di un fronte nazionale di protesta trasversale che va dal Movimento 5 stelle (32,6 per cento), che passa per la Lega (17,3), che arriva fino a Fratelli d’Italia (4,3), che vale più della metà dell’elettorato italiano, esattamente il 54,3 per cento, e che condivide un programma teorico fatto di alcuni punti semplici e condivisi: no Jobs Act, no riforma Fornero, sì dazi, stop immigrazione, stop vaccini obbligatori, sì ridiscussione dei trattati europei, no vincolo del 3 per cento nel rapporto deficit/pil, apertura al referendum sull’euro.

   

  

Almeno a questo giro elettorale, il partito dell’altra nazione difficilmente riuscirà a trovare un equilibrio per far nascere una maggioranza di governo (speriamo) e in virtù di questo nuovo ordine disordinato le strade sono obbligate. Sia Di Maio sia Salvini tenteranno ovviamente di portare il proprio partito a Palazzo Chigi per provare a diventare per l’Europa quello che Trump è stato per l’America, ma in entrambi i casi le traiettorie di Di Maio e Salvini, incredibilmente, sono destinate a incrociarsi con quelle del morente Pd. Nel primo caso, Di Maio, magari con un candidato premier diverso da quello del Movimento 5 stelle, proverà a entrare come un coltello nel corpo del Pd e cercherà di costruire una maggioranza di governo con la minoranza interna del partito, cercando cioè di ripetere, con rapporti di forza capovolti, la stessa operazione tentata nel 2013 da Pier Luigi Bersani – se Renzi avesse lasciato la guida del Pd a un reggente sarebbe stato possibile, con Renzi che ha scelto invece di allontanarsi dalla guida del Pd solo al termine del percorso che porterà il Pd al congresso sarà quasi impossibile. Nel secondo caso, invece, Matteo Salvini, magari con un candidato premier diverso da quello presentato alle elezioni dalla Lega, proverà a consolidare la sua leadership del centrodestra provando a replicare in Italia uno schema già visto nel 2016 in Spagna: governo di minoranza con astensione del Pd (ma anche in questo caso bisognerà passare sul corpo di Renzi per dare il via all’operazione). In entrambi i casi, come è evidente, le maggioranze sono molto difficili e anche se Sergio Mattarella farà di tutto per provare a far nascere un governo è possibile che i due partiti usciti vincitori dalle elezioni siano tentati dal tornare di nuovo alle urne per provare a fare ancora di più il pieno dei voti e passare come delle ruspe sul corpo forse ormai inerme del Pd. Ci sarà tempo ovviamente per giocare con i numeri del pallottoliere e individuare le possibili maggioranze di governo. Ma allo stato dei fatti non si può nascondere quello che è il prodotto vero del voto del 4 marzo e che coincide con una clamorosa ed evidente eccezionalità italiana. Il voto di protesta non è una prerogativa specifica del nostro paese ma le elezioni politiche ci dicono che (a) in Europa l’Italia è l’unico paese ad avere un partito anti establishment che supera il 30 per cento (Wilders in Olanda si è fermato al 20 per cento, Podemos in Spagna si è fermata al 19 per cento, l’AfD in Germania si è fermata al 12 per cento, Le Pen al primo turno in Francia si è fermata al 21 per cento); e ci dicono che (b) l’Italia è l’unico grande paese europeo ad avere come alternativa al partito anti establishment (i grillini) un altro partito di protesta (i leghisti). E’ un primato: in nessun paese d’Europa, e in nessun paese del G8, esistono due opzioni di governo maturate entrambe sul terreno della protesta.

   

L’altra novità drammaticamente negativa di cui non si può non tener conto in queste elezioni è che in Europa non esiste nessun paese in cui l’alternativa ai partiti antisistema sia così debole e così priva di prospettive come quella che esiste in Italia. Alla fine dei conti la rottura del vecchio patto del Nazareno tra Silvio Berlusconi e Matteo Renzi ha danneggiato in misura simmetrica entrambi i contraenti. Dal giorno dell’elezione di Sergio Mattarella al Quirinale al posto di Giuliano Amato (era il 2015, pochi mesi dopo il successo alle europee di Renzi), Pd e Forza Italia hanno iniziato a perdere colpi in modo simmetrico e a tre anni tondi tondi da quella rottura la situazione è quella che vediamo oggi: la distruzione del patto sulle riforme firmato tra Renzi e Berlusconi ha creato un centrodestra a trazione sovranista, ha dato forma a un centrosinistra schiacciato da un nuovo bipolarismo populista, ha portato Renzi a perdere il referendum costituzionale del 2016 (con il Cav. sarebbe stata un’altra storia) e ha portato Berlusconi a perdere le primarie interne (il voto del 4 marzo ha anche questo significato) con una Lega che in cinque anni ha moltiplicato per quattro il risultato ottenuto nel 2013 (dal 4 al 17 per cento) e che promette di essere il vero motore del centrodestra del futuro (altro che moderati). Il trionfo di Di Maio e Salvini deriva da un numero spropositato di fattori miscelati tra di loro in modo esplosivo che meritano di essere descritti con realismo anche da chi ha un pregiudizio fortemente negativo su entrambi i movimenti – e, per capirci, anche da chi, come noi, teme che l’esplosione del bubbone neosfascista sia non una salutare e benefica ventata di cambiamento ma sia al contrario un venticello pericoloso per il nostro paese, per la nostra economia, per i nostri conti pubblici, per le nostre imprese, per il nostro ruolo in Europa, per la nostra moneta unica e persino per la nostra salute, se davvero uno tra Salvini e Di Maio dovesse riuscire a rimettere in discussione le leggi sui vaccini. Ma prima di provare a immaginare che contraccolpo potrebbe subire l’Italia dallo slittamento del suo baricentro verso un sentiero votato più alla chiusura che all’apertura – e fino a che sarà l’Europa a guidarci non potremo che essere ottimisti anche di fronte a un’ondata nera di pessimismo populista – il tema sul quale vale la pena interrogarsi riguarda le coordinate di un grande spazio politico che alla luce di queste elezioni risulta non presidiato.

  

Il 4 marzo ci ha detto che in Italia esistono molte appetibili offerte di protesta (un partito di protesta che vince le elezioni e che minaccia i princìpi non negoziabili dello stato di diritto giocando ogni giorno con la grammatica della gogna non diventa improvvisamente un partito presentabile solo perché ha raccolto il voto di tre italiani su dieci). Ma ci ha detto anche che non esiste nessuna offerta credibile che sappia parlare alla maggioranza silenziosa (oggi più silenziosa che mai) degli elettori non indignati. A poche ore dalla nascita di una repubblica che nei numeri percentuali più che essere Terza, dopo la Prima e la Seconda, promette di essere Tetra, il punto da cui ripartire non può che essere questo: non solo fare di tutto per evitare di far nascere un governo dello sfascio (Lega più M5s), non solo provare a capire se gli anti establishment saranno in grado di creare un nuovo establishment (è dura) ma anche fare di tutto per dare ai non ribellisti una casa che oggi non c’è. Quella casa poteva essere Forza Italia, ma Forza Italia è crollata sotto la Lega. Quella casa poteva essere il Pd, ma il Pd è crollato ai livelli della Lega. La casa dei non populisti oggi non esiste. Forse, un domani, quando le ferite saranno rimarginate e la legna sarà meno marcia, non si potrà non partire da qui.

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