Non abbiamo bisogno di farci ridare indietro la casta dalla casta

Giuliano Ferrara

Ridateci la casta, invocava sabato Giuseppe De Rita. Ma è tardi, sempre più tardi, come diceva Montale (in Dora Markus). Un giorno saranno raccontate le responsabilità delle classi dirigenti in Italia. Hanno protettivamente accompagnato la stagione del terrorismo, anche per omissione. Hanno levato vani esorcismi contro il debito pubblico e dimenticato che il problema italiano è quello della produttività del lavoro. Hanno tutelato “la Costituzione più bella del mondo” con grettezza burocratica, impedito Grandi Riforme presidenzialiste in odio a Craxi, vanificato il maggioritario in odio a Berlusconi, mancato l’ultima occasione in odio a Renzi. Sono stati blandamente e ipocritamente filocomunisti, liberali al Barolo tutti chiacchiera e rutti conservatori, hanno abbracciato i diritti senza le riserve e la resistenza dell’intelligenza alla loro trasformazione in pensiero unico, hanno scordato diritti primari come quelli del giusto processo, hanno devastato le basi della Repubblica sacrificando i partiti politici quando era conveniente additarli come motore immobile della corruzione e della mafia, hanno messo sotto la sorveglianza del sistema d’informazione più bugiardo del mondo un capitalismo senza capitali e senza rischio, hanno diffuso il mito violento del repulisti degli onesti impiastricciando etica e morale dei loro falsi pregiudizi. E hanno inventato la Casta, che ora dovrebbe esserci ridata dalle loro stesse mani. Vaste programme.

 

Ora l’unica soluzione viene dall’umanista Erasmo, quando esortava: “definiamo il meno possibile”, perché “l’uomo soffre di una malattia quasi congenita, quella di non voler cedere una volta che la controversia si è iniziata e, dopo che si è animato, di considerare assolutamente vero quello che all’inizio sosteneva quasi per caso”. Altro che appelli degli intellettuali, dopo vent’anni di girotondi infantilizzanti, dobbiamo liberarci di ogni rigidità ideologica e abbandonarci al più rigoroso pragmatismo. Bisogna immergersi nella mediocrità generale e farne virtù. E’ il tempo dell’accettazione, si deve considerare risorsa anche l’aridità, suono anche il raglio, e occorre rimettere mano alle cose senza illudersi di poterle sistemare nel quadro dei nostri pensieri, con una pretesa di logica e di organicità che non appartengono al nostro modo secolare di pensarli. Formare un governo è un fatto di tecnica parlamentare, una combinazione di fattori e maggioranze virtuali, ma ricostruire le condizioni del governo, cioè una cultura nazionale dell’autorità e del rispetto, anche in una situazione per molti versi eccezionale, è un compito che somiglia a una nuova vocazione.

 

Definire il meno possibile, cioè lasciare spazio a uno sperimentalismo un po’ selvaggio, che non vuol dire praticare l’indicibile. Perché agli irresponsabili va lasciata la libertà di esserlo, al governo o all’opposizione, ma solo sotto la cautela delle istituzioni e delle loro regole funzionali. Per il resto, aspettare e vedere. Per fortuna l’Italia è un paese che ha obblighi e gravami e occasioni di sviluppo interdipendenti in un sistema complesso che si chiama sovranazionalità europea. Perfino un paese come la Grecia, che aveva truccato i conti e si era speso la pagnotta senza resti di farina, è riuscito a reintegrarsi. Ma queste cose non si fanno senza almeno cambiare tono, senza reintrodurre, per mediocre che possa sembrare, una misura di comunicabilità delle esperienze. Non abbiamo bisogno di farci ridare indietro la casta dalla casta, abbiamo bisogno di normalizzare le anomalie con pazienza, con calma. E ce ne sono le condizioni nonostante tutto. 

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