Tutti vogliono il 40 per cento. Ma c'è solo un 40 per cento che fa bene all'Italia

Claudio Cerasa

C’è un numero importante, un numero magico, che in questa campagna elettorale si trova al centro di molte strade, di molte traiettorie, di molti sogni, di molti incubi, di molte speranze. Quel numero è ovviamente il quaranta, inteso come quaranta per cento, e giocare oggi con questo numero ci aiuta a capire molte cose sui giorni che ci separano dal voto del 4 marzo e forse anche su quelli immediatamente successivi. Il 40 per cento da cui partire è quello, clamoroso, ottenuto dal Pd alle Europee del 2014 e per quanto nella politica moderna quattro anni siano un’èra geologica il risultato che il Pd otterrà alle elezioni non potrà che essere confrontato anche con quel numero magico, o maledetto, a seconda dei casi. Quanto fa 40 per cento meno il voto che otterrà il Pd al 4 marzo? Ecco.

 

Il 40 per cento, però, è anche il voto che rispetto alle prossime elezioni da un lato rappresenta la speranza e dall’altro la paura. Per una coalizione, e in questo caso l’unica coalizione che ha la possibilità di arrivare a questa soglia è il centrodestra, superare il 40 per cento significa avere quasi (quasi) matematicamente i numeri per governare. Ma se è vero che un pezzo del centrodestra, ovvero la Lega, osserva con speranza la quota del 40 per cento, è anche vero che un pezzo importante e forse maggioritario del centrodestra, ovvero l’elettore di Forza Italia, osserva con interesse e forse anche con un pizzico di speranza un altro 40 per cento: la somma dei voti messi insieme tra Pd e Forza Italia. Un 40 per cento ottenuto da Forza Italia con la Lega, e con la signora Meloni, costringerebbe Berlusconi a governare con un partito con cui si può amministrare bene una regione (vale per la Lombardia, vale per il Veneto) ma con cui difficilmente si può amministrare bene una nazione (pensate all’Euro, all’Europa, ai dazi, alla politica estera, alla riforma del lavoro, alla riforma delle pensioni, al protezionismo, alle missioni militare, al rapporto deficit/pil). Un 40 per cento messo insieme da una Forza Italia al 17-18 per cento e da un Pd al 23-22 per cento permetterebbe invece a Berlusconi non solo di non dover perdere tempo a combattere il populismo anche dopo le elezioni (gran parte delle accuse rivolte dal Cav. al leader del Movimento 5 stelle potrebbero essere utilizzate pari pari per stendere il leader della Lega) ma anche di far nascere un governo pienamente europeista (come è in fondo il Cav.) capace di misurarsi da una posizione di forza, e senza timidezze, con i grandi dell’Europa. Per fare questo, ovviamente, ci vuole un quaranta per cento diverso rispetto a quello che si augurano gli elettori della Lega ma la ragione per cui molti elettori del Pd e di Forza Italia si augurano di poter raggiungere insieme il 40 per cento è legata, ancora, a un altro 40 per cento. Anzi, a due.

 

Il primo 40 per cento è quello del giugno 2006, quando il centrodestra tentò di riformare la Costituzione ricevendo però il 60 per cento di no (abbiamo barato: era il 61). Il secondo 40 per cento è quello più famoso del dicembre 2016 quando Renzi provò a fare quello che a partire dal 5 marzo sarà chiaro a tutti che andava fatto: creare un nuovo sistema istituzionale, miscelando la riforma costituzionale e la legge elettorale a doppio turno, capace di far avvicinare quanto più possibile l’Italia al sistema francese. Berlusconi sapeva che il no del 4 dicembre avrebbe avuto l’effetto di rimettere il suo partito al centro della scena, pur essendo Forza Italia l’unico tra i grandi partiti destinato a non superare il 20 per cento. Ma sapeva anche che una volta tornato di nuovo al centro del tavolo da gioco per provare a conquistare una parte di quel 40 per cento ottenuto dal Pd nel dicembre del 2016 tocca ripartire proprio da lì: dal sogno del doppio turno francese. Berlusconi lo dice ormai da giorni che la prossima legislatura dovrà essere sfruttata per esportare in Italia il modello francese (quando si parla di semi-presidenzialismo si intende questo). E quando Renzi dice che il 4 marzo 2018 in molti capiranno l’errore commesso il 4 dicembre del 2016 (e da questo punto di vista questa campagna elettorale è destinata a essere il più grande spot possibile per la rottamazione del proporzionale) in fondo intende la stessa cosa.

 

Per provare a cambiare l’Italia, dunque, tocca ripartire da quel 40 per cento. E per farlo tocca sperare che il 40 per cento che nascerà dopo il 4 marzo sia un mix diverso rispetto a quello che si presenta oggi alle elezioni. Un mix tra il 40 per cento del 2006 e il 40 per cento del 2016. Incrociamo le dita.

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