Dall'apriscatole allo scatolone. La parabola del M5s

Paolo Emilio Russo

Dall’apriscatole allo scatolone. Era cominciata che dovevano “aprire il Parlamento come una scatola di tonno”, è passata per il grido di “onestà, onestà, onestà” e finisce con le “risme di carta e i faldoni” portati via dagli uffici di Montecitorio. La parabola dei Cinque stelle nella sedicesima legislatura può considerarsi conclusa in questo pomeriggio del 28 febbraio quando, alle 16.54, al gruppo “M5s-Camera-Collaboratori” è giunto un messaggio firmato dall’assistente di uno dei big del Movimento che certamente non avrà un ufficio nella prossima legislatura.

  

 

Spedito in contemporanea a tutti i colleghi, privo di qualunque forma di malinconia o tristezza tipiche della smobilitazione pre-elettorale, il messaggio recita così: “Ciao ragazzi, sto facendo gli scatoloni e ho notato che mi avanzerebbero delle risme di carta sfuse (ovviamente senza il logo Camera dei deputati) e dei faldoni integri: vorrei inviarli alla scuola di mia figlia a spese mie”. La domanda nasce spontanea: chi ha acquistato il materiale? Difficile che, a fine legislatura, un assistente parlamentare si ritrovi con risme di carta e faldoni acquistati con soldi propri (tra l'altro ogni acquisto della Camera dei deputati è protocollato). 

 

E gli scontrini, le restituzioni, i risparmi? Il Movimento dei duri e puri che accusano gli altri partiti di avere “spolpato il Paese” chiudono la legislatura portando via dall’ufficio fogli di carta e faldoni? Magari è una mossa stile Robin Hood: togli alla Casta per donare ad una scuola? E se per caso l’interessato/a non è in ufficio, “lasciate ai commessi”. Che chic.

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