Minoranza o élite, ma bisogna comandare

Giuliano Ferrara

Salvo il caso francese, che rileva del miracoloso, in apparenza, l’Europa occidentale starebbe diventando ingovernabile. Governo di minoranza in Spagna, cinque mesi di negoziati in Germania, e ancora non è finita (sondaggi pessimi per la grande coalizione), premier di minoranza e opposizione alternativa in mano a uno spione dei russi in Inghilterra, e ora secondo le previsioni di Juncker un esecutivo non esecutivo, non operativo, in Italia. Tanto vale che anche in Germania nasca al posto della GroKo un ministero di minoranza, che faccia funzionare conflittualmente il sistema e impedisca il coagularsi intorno alla demenza nazional-populista di un forte consenso troppo esteso: è la tesi di Timothy Garton Ash.

  

In Francia, secondo Jérôme Fourquet, sociologo importante, le élite hanno fatto secessione. I dati dell’urbanesimo, del lavoro terziario avanzato, dell’istruzione e della ricerca dicono secondo le sue indagini che in tre decenni circa chi più ha, chi più sa, chi più può si è messo a parte, magari occupando il centro della vita metropolitana e produttiva ma a scapito di un popolo sempre più sconosciuto, sempre più lontano, sempre più emarginato, sempre più legato a un’immagine di nazione e di lingua che non è più quella delle classi digitalizzate. Eppure proprio lì, va notato, le élite vanno forte. Con Macron e la sua vasta banda di tecnocrati e banchieri e parlamentari fuori dagli schemi vecchi, tutti europeisti conseguenti e liberali in un paese essenzialmente non liberale, s’è trovato il modo di ristrutturare il sistema di comando, tra lamentele prevedibili per il governo dei ricchi, ma in forma che sembra funzionale a progetti, visioni, e pratiche, soprattutto pratiche, di riformismo del profondo. E’ strano, la Francia è l’unico luogo o quasi in cui la bandiera del buongoverno europeista e liberale, senza complessi, è stata sventolata. Ha garrito addirittura con En Marche! contro i segnacoli del gaullismo socializzante, della Grandeur e del socialismo fallimentare. Un partito antistatalista si è impadronito delle leve dello stato, così ingombrante e carico di gloria in quel paese, per cercare soluzioni liberali e sociali nuove, con effetto di governabilità notevolissimo.

   

Perfino in Grecia, diciamolo, si sono tirati per i capelli fuori della pozzanghera del debito, o almeno sono vicini all’obiettivo minimo a partire da una situazione catastrofica, e questo grazie a uno delle élite, Tsipras, ragazzo di buoni studi e di talento politico che magari sarà travolto dal primitivismo sociale, con l’accusa solita di tradimento, ma intanto ha cercato con qualche risultato di fare bene e di fare bene per tutti con l’ausilio delle famose eurocrazie, dei capitali internazionali e sotto la spinta di una leadership e di un partito molto personali. Invece le cose vanno male a Londra, a Berlino, a Madrid e a Roma, così sembra. Vanno male le cose percepite, va male il modo squilibrato di pesare, valutare le notizie, perché le notizie della situazione economica e sociale, intese come fatti registrabili da mille indicatori di ricchezza e sicurezza, nonostante tutto sono più che consolanti, in un’epoca ciclica di crisi e di ristrutturazione da mercati aperti. Non è facile predire che cosa succederà, nemmeno è semplice dire semplicemente che cosa succede.

    

Abituiamoci. Non è un caso italiano, il marasma e la decomposizione nella catena di comando. In questo Juncker è stato gaffeur, intempestivo, una punta frenetico, prima di smentirsi da quel gran pacioccone che è. Nella mia opinione, e non sono particolarmente originale, le élite devono fare il loro mestiere, trovare consenso attraverso i progressi o gli adattamenti dell’organizzazione sociale, tutt’altro che impossibili malgrado l’accentuata concorrenza e instabilità mondiale di mercati e scenari geopolitici, devono dare sostanza alla regola della democrazia liberale, che non è quella della demagogia e del pressappochismo ideologico. Non è un caso che in Francia, oltre le leggi sul lavoro per via di decreti, primo obiettivo varato dal governo di Edouard Philippe sotto la guida di Macron, le cose stiano cambiando, in un dibattito nazionale piuttosto ordinato, che lascia poco spazio al madurismo di Mélenchon e al fragile spirito di Coblenza dei reazionari demagogici. Mutamenti fiscali, aggiustamenti per irrobustire in specie tra i giovani la consapevolezza di sé, spirito protettivo ma anche emancipatore dello stato come leva di sostegno e liberazione delle forze sociali capitalistiche, e sopra tutto l’istruzione e la ricerca e lo status della conoscenza e della cultura a partire dalla scuola media superiore, il bac, la loro licenza o diploma universale che dovrebbe essere sottoposta a nuovi criteri di selezione e avanzamento universitario. Governi di minoranza o no, operativi o meno, chi comanda o vuole comandare perché è deputato a questo mestiere dovrebbe preoccuparsi di ristabilire le condizioni minime, nel sistema culturale che sta alle spalle anche dell’informazione nell’éra della com. cosiddetta, del comando stesso. Finché volano gli asini, come accade da noi con ogni possibile evidenza, il potere si corrode e diventa un mero simbolo di progetti vendicativi, narcisisti, nevrotici.

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