Perché il piano camomilla di Mattarella rassicura i mercati

Claudio Cerasa

A meno di due settimane dalle elezioni del 4 marzo, la domanda che i pezzi da novanta delle istituzioni italiane rivolgono ogni giorno agli ambasciatori del presidente della Repubblica è più o meno sempre la stessa e potrebbe essere sintetizzata facilmente così: ma che piano ha Sergio Mattarella per garantire al paese una buona dose di continuità governativa anche in caso di una palese instabilità politica? A giudicare dalle medie dei sondaggi diffusi prima del divieto di pubblicazione, la formidabile serenità con cui i mercati osservano la campagna elettorale italiana non sembrerebbe essere giustificata dai numeri. Con ogni probabilità, non ci saranno i numeri per formare alcuna maggioranza naturale in grado di governare da sola. Con ogni probabilità, non ci saranno i numeri per formare nessuna maggioranza non naturale in grado di governare da sola. E con ogni probabilità, infine, il primo partito italiano sarà un movimento che non ha alcuna credibile speranza di andare al governo.

 

Tecnicamente parlando, dunque, potrebbe essere un caos allucinante. Ma nonostante questo la sicurezza con cui il Quirinale, in asse con Palazzo Chigi, lascia intendere che qualcosa si riuscirà a fare comunque sia, sta contribuendo a far apparire una delle campagne elettorali potenzialmente più pazze della storia recente del nostro paese come un passaggio tutto sommato non preoccupante. Sereno. Pieno di camomilla. E per questo non si può non tornare alla domanda da cui siamo partiti: ma che piano ha Sergio Mattarella per garantire al paese una buona dose di continuità governativa, anche in caso di una palese instabilità politica? Chi ha avuto la possibilità di dialogare nelle ultime settimane con il capo dello stato consiglia di concentrarsi su tre filoni, che ci possono aiutare a capire, con un po’ di anticipo, dove possono condurci le traiettorie del presidente della Repubblica. I filoni sono questi: gli uomini, le truppe, le formule. Sul primo fronte, ovvero gli uomini, il nome su cui il presidente della Repubblica ha intenzione di scommettere in caso di instabilità dopo le elezioni è ancora quello del presidente del Consiglio, Paolo Gentiloni. Finora il capo dello stato è riuscito a preservare la figura del presidente del Consiglio in carica anche dagli schizzi di fango della campagna elettorale – gli ultimi sondaggi consultati dal Quirinale dicono che Gentiloni gode di un consenso importante non solo tra gli elettori del Pd, pari a tre quarti dell’elettorato, e quelli di Leu, pari a due terzi dell’elettorato, ma anche tra gli elettori del Movimento 5 stelle, di Forza Italia e della Lega, pari circa a un terzo di ciascun elettorato. E nel caso specifico, preservare il premier non ha una finalità solo astratta ma anche concreta. Si dirà: e per fare cosa? La prima opzione è la formula seguita nel 2016 dal primo ministro spagnolo Mariano Rajoy. Nel 2016, in una Spagna che scelse il ritorno alle urne dopo una tornata elettorale che certificò l’assenza di una qualsiasi maggioranza possibile di governo, Rajoy, da presidente del Consiglio uscente, rimase per dieci mesi alla guida degli affari correnti del suo paese senza ricevere alcuna fiducia dal Parlamento. Per Gentiloni, come è noto, Mattarella immagina un percorso simile in caso di stallo. Ma la figura del presidente del Consiglio in carica potrebbe diventare un punto di equilibrio prezioso per il Quirinale anche in altre due circostanze. La prima, ovviamente, è guidare una grande coalizione sul modello tedesco – e per far nascere una grande coalizione le truppe da tenere da conto non sono solo quelle che gravitano attorno al Pd e a Forza Italia ma sono anche quelle che gravitano attorno all’ala più responsabile di Leu e della Lega, ovvero da Vasco Errani a Roberto Maroni, che potrebbero portare in dote a una grande coalizione qualcosa come trenta deputati e dieci senatori in più. La seconda, invece, è guidare un governo con caratteristiche simili a un modello citato spesso negli ultimi mesi al Quirinale: quello che tra il 30 luglio 1976 e il 13 marzo 1978 portò per la terza volta Giulio Andreotti a Palazzo Chigi. Ispirarsi ai modelli del passato per avere risposte veloci sul presente è una caratteristica che Sergio Mattarella ha già messo in campo a fine 2016 quando subito dopo le dimissioni da presidente del Consiglio di Matteo Renzi suggerì a Paolo Gentiloni di adottare la formula del secondo Spadolini, ovvero di dar vita a un governo grosso modo fotocopia di quello precedente. Nel caso del terzo governo Andreotti la storia è invece più complessa. 

 

Quel governo fu l’esecutivo con il numero più basso di voti favorevoli alla fiducia alla Camera e al Senato (136 al Senato, 258 alla Camera) e nacque in questo modo: il segretario del primo gruppo parlamentare (Dc, Fanfani) alla luce di un risultato non buono del suo partito scelse di dimettersi da segretario e di farsi nominare presidente del Senato; uno dei pezzi da novanta del secondo gruppo parlamentare (Pci, Pietro Ingrao) accettò in accordo con il segretario del suo partito (Enrico Berlinguer) di essere eletto come presidente della Camera e di non votare contro il governo Andreotti (fu il governo della non sfiducia); e il governo nacque così grazie alle astensioni degli altri partiti e durò per un totale di 590 giorni, ovvero 1 anno, 7 mesi e 10 giorni. Il modello Andreotti III, come è evidente, è uno schema studiato dal capo dello stato per molte ragioni ma prima di tutto per provare ad avere una risposta a un’altra domanda importante: cosa fare per non andare a votare subito, per fare i conti con un eventuale boom del Movimento 5 stelle e per avere una semi-maggioranza legittimata a governare non solo per gli affari correnti, nel caso fosse impossibile coinvolgere le tre grandi forze politiche nel sostegno unitario a un governo tecnico, che resta comunque la prima opzione per il Quirinale? Mancano tredici giorni alle elezioni e il caos oggettivamente è notevole. Ma se miscelate con cura e con attenzione gli uomini, le truppe e le formule studiate in queste ore dal Quirinale in vista del dopo voto capirete qualcosa di più sulla ragione per cui comunque si guardi al nostro paese tutte le strade oggi sembrano portare non all’isterismo populista ma a una nuova anche se creativa forma di stabilità. O se volete, come direbbe con ironia lo stesso Gentiloni, a un’altra dolce e forse inevitabile camomilla.

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