L'unico voto possibile

Giuliano Cazzola

Al direttore - Come molti ex socialisti, a partire dal 1994 ho votato per Forza Italia. Sono stato parlamentare del Popolo della libertà nella XVI legislatura fino a quando il gruppo non decise di uscire dalla maggioranza che sosteneva il governo dei tecnici (allora abbandonai il Pdl per seguire Monti nella sua avventura). Ho votato No nel referendum sulla legge Boschi e non ne sono pentito. Ma il 4 marzo voterò per il candidato del centrosinistra nel collegio e nel proporzionale per la lista + Europa, dove vi sono persone, come il mio amico Benedetto Della Vedova, il quale non esita a parlare bene del governo Monti durante un’assemblea del Pd, a Prato.

 

Se volessi seguire la regola del voto utile, (che porta a individuare, prima ancora che l’amico da sostenere, il nemico da battere) – dal momento che considero deleteria un’affermazione del M5s – dovrei esprimermi a favore della coalizione di centrodestra, la sola che ha la possibilità di contrastare la “resistibile ascesa’’ dell’Arturo Ui targato cinque stelle. Berlusconi ha sicuramente un vantaggio: nessuno gli chiede conto dell’incoerenza tra ciò che sottoscrive e ciò che dice, come se gli fosse riconosciuto il diritto di dissimulare o di fornire versioni differenti a seconda degli uditori e degli interlocutori a cui si rivolge. A Bruxelles, in sostanza, gli hanno concesso le attenuanti generiche, confidando nella conclamata garanzia di aver messo Matteo Salvini in condizione di non nuocere, sia pure con artifici tenuti insieme da fragili pecette, puntualmente rimosse e rivoltate dal leader della Lega. Ecco perché chi guarda ai contenuti e soprattutto a un rapporto positivo con l’Unione europea, finisce, come il sottoscritto, per apprezzare il programma e le posizioni del Pd e dei suoi alleati; soprattutto dopo la bella intervista di Paolo Gentiloni al Foglio, le parole pronunciate dal premier nel discorso alla Luiss, la svolta europeista compiuta dal partito nelle ultime settimane e l’impostazione del programma stesso che non ripudia, ma difende, valorizza e sviluppa le politiche attuate nel corso della legislatura, nel contesto di un ammontare complessivo di risorse – anche i dem sono pur sempre in campagna elettorale – non insostenibile.

 

Si tratta di scelte apprezzabili per uno, come me, che ha condiviso il pacchetto del Jobs Act e ha difeso la riforma Fornero (un provvedimento che secondo il programma del centrodestra dovrebbe essere “azzerato’’, nonostante l’imbarazzo dell’ex Cav.). Certo, la scelta macroniana può essere giudicata tardiva dopo anni di polemiche renziane contro l’Europa burocratica, matrigna, fissata con l’austerità e quant’altro ha concorso a emarginare il nostro paese, prima che Gentiloni cambiasse stile e linea di condotta rispetto a quella del suo predecessore. In sostanza, con la discesa in campo del presidente del Consiglio, il Pd e i suoi alleati (è un bene che la sinistra-sinistra se ne sia andata per i fatti suoi, rendendo più credibile il riformismo dem) occupano, nel dibattito elettorale, uno spazio vuoto riferibile alla salvaguardia della prospettiva europea, alla difesa dell’euro, alla globalizzazione dell’economia (contro il risorgente isolazionismo), a una politica dell’accoglienza rigorosa, ma solidale e responsabile.

 

Garante di questa svolta è la lista +Europa: un approdo sicuro non solo perché candida una leader di grande prestigio come Emma Bonino; ma soprattutto perché non esita a cucirsi addosso – quasi in modo provocatorio – quei valori europeisti negletti, rinnegati o messi in sordina, in quanto ritenuti impopolari, da coloro che commettono quello che Hanna Arendt (nel saggio Le origini del totalitarismo) giudicava “un errore fondamentale’’: “identificare la plebe con il popolo invece di considerarla una sua caricatura’’. Peraltro, non aderendo alla manifestazione di Macerata (dove gli slogan più frequenti erano contro il ministro Minniti) il Pd si è liberato di un’altra delle sue catene: l’antifascismo rituale e pretestuoso.

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