Chi spinge a Roma Calenda e Gentiloni a preparasi al dopo Renzi

La lucida, sistematica, dura presa di distanza da Matteo Renzi, dal suo stile e dalla sua prassi, da parte di Carlo Calenda. La denuncia della politica dell’immediato e dell’incapacità di fare squadra, da parte di Francesco Rutelli. E poi la parola a Paolo Gentiloni, fin lì seduto in prima fila, circondato da cinquecento combattenti e reduci dell’ulivismo romano. Ecco, nell’aula magna di una università pontificia al centro di Roma, sotto lo sguardo benevolo del ritratto di Papa Francesco, la campagna elettorale del premier e candidato del primo collegio ha avuto uno dei suoi momenti di punta. Un altro, non a caso, sarà nell’ultima domenica di campagna elettorale insieme a Walter Veltroni.

     

Siamo al pre-Renzi, antiquariato progressista? In parte sì, ma siamo anche a un possibile post-Renzi, fatalmente un po’ anche anti-Renzi: nelle prime file, a fianco di Gentiloni, si riservano posti per alcune delle vittime delle purghe nelle liste elettorali, come Ermete Realacci e Angelo Rughetti. Messaggio esplicito: “Non vogliamo l’orgia dei nominati e dei fedeli”, esclama Rutelli fra gli applausi. Ma ancora più espliciti sono Calenda e Rutelli quando insistono sulle qualità di Gentiloni “che ignora l’arroganza del potere”, che ha portato uno stile che prima era sconosciuto, che sa fare gioco di squadra, che anticipa un tempo imminente nel quale la gioventù di per sé non sarà più l’unico fattore vincente della leadership, ma torneranno di moda esperienza e competenza.

 

Questa del gioco di squadra (“l’ho imparato da Rutelli quando governavamo Roma”) è una cosa che torna, che Gentiloni rivendica con orgoglio per la propria esperienza a palazzo Chigi: “E’ l’unico modo per vincere”.

 

Renzi, il capo dello schieramento politico per il quale si sta qui facendo campagna elettorale, non viene mai – mai – citato, mentre c’è spazio per lodi a Minniti e Padoan, a Emma Bonino, “uno dei nostri alleati più preziosi”. Ma quando arriva lo scherzo di Gentiloni sullo “stile apparentemente sbrigativo, decisionista, potremmo dire… renziano”, dai seggi dell’aula magna scendono in pari numero risate e fischi sonori (“no, non scherziamo”, attacca poi il premier): qui si commentano i dati sulla popolarità di Gentiloni, ma soprattutto si immagina un altro modo di fare il Pd. Calenda, che pure in campagna elettorale non perde occasione per elogiare l’operato di Renzi al governo, è quello che fa il passo in più. Infierisce sulla Raggi (la manifestazione è dedicata a Roma e alla sua condizione), ma gli interessa di più altro.

 

Anche qui, un passo post renziano: smettiamola di far credere che l’Italia è tutto un paese di eccellenze, pieno di gente che ce l’ha fatta o ce la può fare o ce la deve fare per forza. Ci sono anche imprese che non ce la fanno, non sono eccellenze, e persone e giovani che sentono su di sé la stessa condanna, e si sentono ignorati e non protetti dalla politica. Nella sostanza, è la discontinuità con quella specie di retorica del successo che ha accompagnato i momenti d’oro di Renzi, e di altri prima di lui nel centrosinistra riformista.

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