Parisi, un milanese a Roma

Salvatore Merlo

Roma. “Quando mi sono candidato a sindaco di Milano dicevano che ero romano. Adesso non vorrei che comincino a dire che sono milanese perché mi candido nel Lazio”.

 

Ma insomma, Stefano Parisi, lei è romano o milanese? “Sono nato a Roma. Vivo a Roma, ma lavoro a Milano. La mia famiglia, mia moglie e le mie figlie, sta qua”. Non lontano dalla sede del comitato elettorale, un piano seminterrato – ma elegante – nel quartiere Trieste-Salario. Bella zona, borghese e senza turisti. “Il centro di Roma sarebbe stato da panico”, sorride lui, il manager sessantenne, già avversario di Beppe Sala, l’uomo che Silvio Berlusconi ha incaricato di correre per la presidenza della regione Lazio.

 

Con quante speranze di vittoria? “In provincia siamo in netto vantaggio. Dobbiamo conquistare Roma. E’ qui la battaglia. Ho cominciato da sette giorni. E adesso ho un mese per vincere”. E non sarà facile. I sondaggi danno in vantaggio il presidente uscente del Pd, Nicola Zingaretti. “Ma c’è una novità importante rispetto alle comunali vinte da Virginia Raggi”, dice Parisi. “Stavolta il centrodestra ha ritrovato l’unità. Uniti si vince”.

 

Alle comunali del 2016, Lega e Fratelli d’Italia sostenevano Giorgia Meloni. Mentre Forza Italia era con Alfio Marchini. “Adesso non è più così. E non è poca cosa”. Ma c’è Sergio Pirozzi, il ruspante sindaco di Amatrice, candidato di destra, autonomo e in corsa solitaria, sostenuto da Francesco Storace. Pirozzi gratta via qualcosa alla coalizione di centrodestra. “Speravo che Pirozzi avesse più a cuore i problemi della sua regione. Invece ha scelto di allearsi con Zingaretti”.

 

E allora la domanda è inevitabile: chi teme di più, chi è l’avversario da battere? Pirozzi, Zingaretti, o Roberta Lombardi, candidata del M5s? “Temo la rassegnazione”, risponde Parisi, diplomatico. “Devo far passare in trenta giorni il messaggio che il nostro sarà un governo diverso. E sarà il governo che darà il preavviso di sfratto a Virginia Raggi”.

 

Ecco il nome. Raggi. La Roma sfasciata e graveolente della Raggi può essere un “asset” elettorale? “Roma è una città rassegnata e arrabbiata. I romani subiscono la pressione fiscale più alta d’Italia, vedono le loro strade sommerse dai rifiuti, hanno l’impressione di un fenomeno migratorio fuori controllo. Quindi sì. La Roma della Raggi è uno spot contro il Movimento cinque stelle. Domenica Berlusconi ha detto una cosa giusta sull’immigrazione”.

 

Le espulsioni. Una dichiarazione studiata, dicono. Volete fare concorrenza a Salvini sul suo terreno? “Berlusconi ha detto cose di buon senso. Senza rigore sull’immigrazione non ne usciamo in maniera pacifica. Quando nelle periferie aumenta il degrado, c’è una certa quota di delinquenza rom, c’è un fenomeno d’immigrazione non gestita, allora capisci che il modello fin qui adottato non funziona. O forse non esiste. Non c’è nessun modello. Non si tratta di cavalcare la paura, ma di governare un fenomeno epocale. La soluzione non è la retorica dell’accoglienza. Ci vogliono politiche lungimiranti. Altrimenti esplodiamo. Dal modo in cui affronteremo il tema dell’immigrazione passa il discrimine tra la coesione sociale e la violenza. E dirlo non è razzismo, non è nemmeno una politica di destra. E’ semplicemente la verità. E ogni tanto bisogna dirla”.

 

Il governo di centrosinistra ha avuto il ministro Marco Minniti. A un certo punto i flussi si erano fermati. Minniti è stato bravo. Lo dicono tutti, o quasi. “Sì, infatti non mi pare che Minniti sia stato valorizzato dal Pd per quello che ha fatto. E qui nel Lazio le cose sono ancora peggiori. Zingaretti si è alleato con Liberi e uguali, il partito di Pietro Grasso e Laura Boldrini. Proprio il partito che fa dell’accoglienza un principio retorico e irresponsabile. Zingaretti seguirà Minniti o Grasso su questo argomento così decisivo? Io Zingaretti lo invito a un confronto. Anche su questo tema. Ma lui rifiuta. Sfugge”.

 

Zingaretti è in vantaggio nei sondaggi. E’ una regola base: non si offre una tribuna all’inseguitore. “Non è così. Ma chi l’ha detto? Non accade in nessun altro paese del mondo. Negli Stati Uniti, ma anche in Francia, i confronti si fanno. E nessuno si sottrae, nemmeno quando è in vantaggio. Quando mi sono candidato sindaco di Milano, Sala era molto in vantaggio su di me. Eppure accettò un incontro pubblico, che organizzaste voi del Foglio e fu moderato dal vostro direttore, Claudio Cerasa. Anche qui, oggi, sarebbe opportuno mettere a confronto idee e programmi. E’ un passaggio democratico. Io e Zingaretti siamo gli unici che non si sono candidati anche al consiglio regionale. Corriamo senza paracadute. Ovviamente il confronto lo farei anche con gli altri. Ma soprattutto vorrei farlo con il candidato del centrosinistra. Credo che sia giusto discutere con chi ha le maggiore chance di vittoria. Credo che i cittadini abbiano il diritto di capire bene a chi vogliono affidare il futuro della regione”.

 

Vuole confrontarsi con il candidato del centrosinistra. In una logica da Seconda repubblica, quando non c’era il terzo soggetto in campo: il Movimento cinque stelle. Ma lei non è un bipolarista convinto, mi pare. “No. Sono per il proporzionale. Sempre stato”. Vecchio socialista. “Mi mancano i partiti, le loro regole, la loro cultura”.

 

Tutti dicono che il centrodestra si spaccherà e finirà al governo col Pd. “Non è quello che succederà. Si fidi”. E cosa succederà allora? “Credo che la cosa più probabile sia un governo M5s-Grasso con l’appoggio di un pezzo del Pd. E sarà una tragedia. Il vero rischio per questo paese è il governo di chi vuole far fare ai ragazzi l’università senza pagare e vuole pure dare uno stipendio a tutti senza farli lavorare”. Detta così è comica. “O tragica. Per fortuna vedo il centrodestra più coeso rispetto al passato, anche al passato più recente”.

 

Veramente Salvini e Berlusconi danno l’idea di condividere poco. “Non ho più sentito Salvini prestare orecchio al Movimento cinque stelle. Fateci caso. E penso, mi auguro, che i partiti del centrodestra continuino a essere coerenti”. Si vedrà.

 

Potrebbe esserci un altro governo Gentiloni. “E non mi piacerebbe. Qui bisogna tagliare la spesa, tagliare le tasse, riformare la giustizia, separare le carriere… La crescita la fanno gli investimenti, non la spesa pubblica. Scuola, università, infrastrutture. Ci vuole una logica diametralmente opposta a quella della sinistra. Le politiche di Renzi e Gentiloni sono state sbagliate”. Però Gentiloni è molto popolare. “Certo. E’ venuto dopo Renzi. Parla poco. E la gente non ne poteva più di quell’altro che parlava troppo”.

 

Data un’occhiata veloce alle liste elettorali viene da dire che la classe dirigente che i partiti candidano alla regione è sempre una seconda scelta. Anche in passato è stato così. E questo vale per tutti. Perché? “I nostri candidati non sono una seconda scelta”, dice Parisi, in tono di aperta rivendicazione. “Abbiamo fatto uno sforzo di selezione”. E forse si riferisce soprattutto alla sua lista, quella di Energie per l’Italia. Poi però aggiunge, un po’ ammettendo l’evidenza, almeno storica: “Nel Lazio il governo regionale è poco sentito, poco considerato in genere, rispetto alla Lombardia o ad altre regioni d’Italia. Il Lazio resta soprattutto la regione di Roma. Dunque il governo regionale è sottovalutato”. Questo comporta che in regione vadano un po’ gli scarti della politica. “E questo malgrado in realtà il presidente della regione sia importantissimo. Io vorrei imporre un cambio di paradigma”, dice Parisi. “Vorrei che la regione si trasformasse in un organismo di programmazione, e non di gestione diretta. Vorrei un Consiglio regionale che facesse poche norme delegando molto ai comuni, alle province e alle comunità. E anche l’Assemblea regionale vorrei facesse un salto di qualità legislativa, anziché occuparsi di piccoli interventi clientelari”.

 

La regione Lazio è stato il nido dello scandalo Fiorito, quello dei rimborsi, di “Batman”. E se si potesse fare un film sulla vita dei consiglieri regionali, di tutti i partiti, compreso il M5s, si scoprirebbe una commedia grottesca: gente che vota senza sapere cosa sta votando, analfabetismo funzionale, e un’estetica spesso da trivio. “Penso che ci sia un problema di fondo: saper selezionare i dirigenti in base a capacità amministrative e non clientelari”, risponde Parisi. “Bisogna ricostruire i partiti. Ricordo quando negli anni Ottanta lavoravo nei ministeri e c’erano persone di grande qualità. Non si arrivava in Parlamento senza esperienze amministrative. Bisogna tornare lì. I partiti devono ritrovare questa capacità di selezione”.

 

I Cinque stelle la fanno con il clic, la selezione. “E guardi i risultati… Quando c’erano partiti capaci di selezionare le classi dirigenti, Roma ha avuto grandi sindaci”. E adesso? “In questi anni ho visto aumentare la distanza tra Roma e Milano. Quando nel 1997 collaborai con Gabriele Albertini, a Milano, prendemmo in carico la gestione di una città con gravi problemi. C’era Mani pulite, non c’era il depuratore… c’era molto da fare. La verità è che non bisogna lamentarsi. Ma avere il coraggio di fare le cose. Il modello M5s, il modello di chi ha paura di fare le cose e agisce solo seguendo gli umori popolari dell’ultimo istante, non funziona”.

 

Aver paura significa, per esempio, non fare le Olimpiadi perché sennò “c’è qualcuno che ruba”. E’ così? “Certo. Ed è una giustificazione penosa. Io sono per abolire l’Anac, l’Autorità anticorruzione. Che è perfettamente inutile. Anzi è dannosa. Se si vuole riprendere a costruire, se vogliamo crescere, se vogliamo far sviluppare gli investimenti, allora bisogna togliere di mezzo Raffaele Cantone e il codice degli appalti. Non abbiamo bisogno di magistrati ma di un controllo di gestione. E il controllo di gestione va affidato a dei laureati in economia, in matematica, in fisica, non in giurisprudenza. Gente che aiuta il dirigente, l’amministratore pubblico, a decidere. E il controllo dev’essere contestuale alla decisione, non precipitare dopo. Deve arrivare al momento della costruzione del provvedimento. Noi il controllo invece l’abbiamo affidato ai giuristi. In una filosofia tutta criminosa e criminogena. La politica, per combattere la corruzione, ha ceduto alla pressione di un umore pubblico forsennato. E si è circondata di magistrati e assessori alla legalità. Questo ha bloccato il nostro paese, ha bloccato Roma, ha bloccato il Lazio. Si è creata una condizione d’inerzia e d’incertezza nella quale tra l’altro la corruzione sguazza. E nessun amministratore pubblico firma più nulla. Perché ha paura”.

 

E’ la filosofia dei Cinque stelle. “Ma è anche la filosofia del Pd. E’ la filosofia dominante: bloccare tutto per non rubare. E’ tremendo. Un esempio è il caso delle Olimpiadi, che faceva lei prima. Ma anche Zingaretti, con Grasso, ha deciso che non si costruirà la Roma-Latina. E dunque resterà solo la via Pontina. Che è una delle strade più pericolose che esistano in Italia. E invece le infrastrutture sono necessarie. Sono fondamentali. Nel Lazio abbiamo enormi problemi di pendolarità sui treni. Abbiamo bisogno di investimenti. Questa è una regione a vocazione turistica. E la gestione dei rifiuti invece è da terzo mondo. Sull’onda di un’emozione, della pressione mediatica, Zingaretti ha chiuso la discarica di Malagrotta senza porsi il problema di quello che sarebbe successo”.

 

Ed è chiaro che Parisi non ha votato né Zingaretti alle regionali di cinque anni fa, né la Raggi alle comunali del 2016. “Non sono residente a Roma”, sorride. “A giugno del 2016 ho votato Parisi alle comunali di Milano”. Allora ci dica per chi avrebbe votato a Roma. “E che me lo chiede a fare?”. Parisi ci pensa. Sembra voler dire “nessuno”. Poi ha un’illuminazione improvvisa: “Credo Giorgia Meloni”.

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