Il vero ritardo dell'Italia sull'immigrazione

Redazione

Ieri è iniziato a Bruxelles il processo a Salah Abdeslam. Belga, figlio di marocchini, è l’unico sopravvissuto del commando dell’Isis che ha realizzato le stragi di Parigi (130 morti). E uno dei volti del fallimento multiculturale europeo. L’Italia ha assistito a una crescita dei problemi legati all’immigrazione clandestina. Ma restiamo ancora indietro rispetto al resto dei paesi europei.

      

Non abbiamo le 751 zones urbaines sensibles classificate dal ministero dell’Interno francese. Sono le enclave “perse” secondo Georges Bensoussan al repubblicanesimo francese e confiscate da un misto di sharia e di delinquenza, dove neppure la polizia francese mette piede ed è bene non essere donna o ebreo. Non abbiamo i disastri del comunitarismo britannico, i ghetti multikulti dove sembra di stare in Arabia Saudita o in Pakistan e non a Birmingham o Luton, la pancia del Londonistan con le sue centinaia di corti della sharia che hanno soppiantato la Magna Charta.

 

Non abbiamo i guasti della convivenza sperimentati in Svezia in questi due anni (dagli stupri alle molotov contro le sinagoghe). Non abbiamo avuto le partenze a migliaia verso le terre del Califfato. Non abbiamo le enclave jihadiste, come Molenbeek, i pezzi di Belgio usati come una Gaza europea per ordire attentati di massa contro altri cittadini europei. Siamo indietro anche nelle folli sperimentazioni del multiculturalismo, perché demograficamente non abbiamo ancora le terze generazioni e l’inevitabile banco di prova della laicità.

 

Tutto questo potrebbe arrivare in Italia. Ma per evitare che si ripetano i guasti nord e centro-europei anche qui il dibattito sull’immigrazione dovrebbe uscire dalla sterile discussione sulla legalità e concentrarsi sulle conseguenze culturali del più esplosivo fenomeno politico in Europa dai tempi del crollo del Muro di Berlino.

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