La campagna elettorale parallela di Dibba e Di Maio, poli opposti del M5s

Salvatore Merlo

Ieri uno era in Toscana, e ribaldo prometteva che “adesso vado a fare un comizio sotto casa di Renzi e poi a Laterina a casa della Boschi”, mentre l’altro era in Sicilia, e cauto assicurava: “Non siamo populisti ma al contrario abbiamo un programma chiaro e il desiderio di andare al governo per cambiare l’Italia”. Così quello più alto gira in camper e a ogni fermata sono sfracelli e rabbuffi, lampi e fuochi d’artificio, “serve la reintroduzione di un agente provocatore per sconfiggere la corruzione”, “dobbiamo stanare i politici”, “offrirgli del denaro e vedere se abboccano”. Mentre il brevilineo ogni tanto, per darsi un tono, si slaccia il primo bottone della camicia bianca, e all’americana Cnbc recita pacato, pulito e rotondo che “noi non abbiamo nessuna intenzione di fare un referendum per uscire dall’euro”, di noi vi potete fidare, non siamo mica degli scalmanati.

 

E dunque uno sogna “una banca pubblica per l’investimento non indirizzata al profitto”, l’altro promette di “aiutare le banche a recuperare i crediti”. Uno è candidato premier, l’altro non è candidato nemmeno in Parlamento. Uno non lascia praticamente passare giorno senza mettere su una nuova piroetta descamisada, un cinema all’aperto o un teatro di piazza, l’altro invece ama gli spazi chiusi, controllati, al riparo dagli imprevisti, ha perennemente l’aria di chi si è appena ripulito per la festa del battesimo, e infatti vorrebbe mettere a tutti il suo stesso cravattone Tecnocasa, che è per lui divisa e forse travestimento.

 

Alla fine l’unica cosa che accomuna Luigi Di Maio e Alessandro Di Battista è che entrambi, invece di citare Marx, Hegel o Nietzche, come si sarebbe fatto una volta, si riconoscono in ben altri maestri, cioè nel messianesimo squinternato di Gianroberto Casaleggio, “come disse Beppe in uno dei suoi spettacoli illuminanti…”. E allora Dibba è il picchiatello laureato al Dams, mentre Di Maio è il figlio fuori corso di mamma professoressa. E quello pop dice che “non mi fido di nessuno, per me parlare di destra e sinistra ha poco senso perché hanno attuato le stesse politiche”, mentre  quello con ambizioni da establishment di paese si spinge a dire che “la sera del voto faremo un appello a tutti i partiti per convergere su dei temi”.

 

E davvero il contrasto, per ora certamente di carattere e d’immagine, ma presto chissà anche di potere e d’influenza, non potrebbe essere più sgargiante, evidente, persino rivelatore. Da una parte Di Maio, dall’altra Di Battista, dunque, uno più vicino al figlio di Casaleggio, per estetica e ambizione, fissità di sguardo e di sorriso, a proprio agio tra statuti e regolette, l’altro più in sintonia con il disordine creativo di Grillo, con la ludica anarchia del comico che vorrebbe soltanto muoversi tra esagerazioni caricaturali prive d’ogni scala comparativa, e che infatti si è messo di lato, perché la politica non ha tempi comici.

 

Nel loro mondo di convulsi mutamenti e frenetiche frammentazioni, nulla appare stabile e radicato, tutto possibile. Dicono che Dibba scalpiti e soffra il “momento Di Maio”, che insomma un po’ sia critico della mutazione del “non statuto” in “statuto”, del “non partito” in partito. Ma anche Di Maio scalpita e soffre, perché quella che verrà è la sua seconda e ultima legislatura. O la va o la spacca. E se la spacca, ecco allora tornare Dibba, in una stordente inversione di ruoli. L’uno è infatti il polo positivo, l’altro è il polo negativo. Non possono mai incontrarsi, Dibba e Di Maio. Sono destinati a sorti opposte, e il successo dell’uno corrisponde alla sconfitta dell’altro.

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