Sì: l'élite che tifa Italia non è italiana

Claudio Cerasa

Alla fine dei conti, a poco più di trenta giorni dal voto, la questione centrale di questa campagna elettorale potrebbe essere sintetizzata più o meno così: ma gli italiani devono auspicare o no che il 4 marzo nasca una grande coalizione capace di guidare il paese lontano da ogni forma di estremismo politico? Nelle ultime settimane, in forme più o meno esplicite, la stragrande maggioranza degli osservatori internazionali si è sbilanciata e ha scelto di spiegare perché, per l’Italia, una grande coalizione sarebbe uno scenario da augurarsi, per evitare che ciò che di buono è stato fatto negli ultimi anni nel nostro paese venga improvvisamente trascinato con il mouse nell’icona della spazzatura. Il primo a scriverlo in modo esplicito è stato dieci giorni fa il Wall Street Journal con Simon Nixon, secondo il quale una grande coalizione è la ricetta per proseguire la strada della modernizzazione. Lo stesso, anche se in forme meno esplicite, hanno scritto negli ultimi giorni sia il New York Times sia il Financial Times, descrivendo il ritorno di Silvio Berlusconi come un antidoto prezioso nella battaglia contro l’imprevedibilità dell’estremismo grillino. Lo stesso, ieri, è tornato a scrivere ancora il Wall Street Journal, che descrivendo il momento d’oro vissuto dall’Italia – con l’indice Mib italiano che quest’anno si trova al pari di Germania, Francia e Spagna, con il pil del nostro paese che ha registrato il rialzo più veloce dal 2011, con il tasso di disoccupazione che si trova al livello più basso dal 2012 a oggi, con il sistema bancario che non rappresenta più un pericolo sistemico né per l’Europa né per l’Italia, con la Borsa che continua a macinare record (ieri Ferrari è salita del 7 per cento) e con il differenziale tra titoli di stato italiani e tedeschi che nonostante la vicinanza con le elezioni continua a scendere (ieri ha chiuso a 121, in calo di 7 punti rispetto a mercoledì) – ha spiegato che in Italia è altamente improbabile che accada ciò che temevano molti investitori: ovvero che i partiti estremisti raccolgano un numero sufficiente di voti per governare il paese.

 

L’élite non italiana, attraverso la stampa internazionale, lascia intendere ogni giorno che lo scenario di un governo che metta insieme i moderati è quanto di meglio possa capitare all’Italia. Lo stesso invece non si può dire per l’élite italiana, che per varie ragioni non riesce a posizionarsi con chiarezza rispetto al voto del 4 marzo, dando l’impressione (è solo un impressione, no?) di considerare i partiti in campo più o meno tutti uguali tra loro. Fuori dall’Italia la grande coalizione è vista come una auspicabile speranza.

 

In Italia la grande coalizione – che a oggi, come dimostra il sondaggio Swg che pubblichiamo in esclusiva, potrebbe contare sul 46,3 per cento dei consensi, un decimale in meno rispetto ai ribellisti, con la differenza che i moderati una coalizione la possono fare facilmente mentre i ribellisti una coalizione difficilmente la potrebbero fare – è vista come una necessità non auspicabile ma possibile. E la ragione è purtroppo facile da spiegare. Possono dirsi apertamente non anticasta le élite che hanno anticipato il grillismo a colpi di battaglie anticasta? Possono dirsi apertamente non moraliste le élite che hanno anticipato il populismo a colpi di battaglie giustizialiste? Possono dirsi apertamente favorevoli a un governo con Berlusconi, pur di non avere un Di Maio e un Salvini al governo, le élite che hanno raccontato per anni che il Caimano andava eliminato a ogni costo? Possono dirsi favorevoli a un governo capace di garantire continuità con gli anni appena trascorsi tutte quelle élite che negli ultimi anni hanno negato la ripresa dell’Italia (bisognerebbe chiedersi perché gli articoli ottimisti sull’Italia si trovano quasi esclusivamente sui giornali non italiani)? Fuori dall’Italia è chiaro a tutti che un paese come il nostro tutto sommato in salute ha bisogno di un governo senza estremisti antieuropeisti per implementare quanto di buono fatto negli ultimi anni in materia di welfare, di lavoro, di riforme, di pensioni, di tasse, di banche e di politiche sull’immigrazione (l’Economist oggi in edicola dedica un importante ritratto al ministro Minniti per l’approccio avuto sui temi dell’immigrazione e della sicurezza). Una grande coalizione tra Pd e Forza Italia – che sui temi dell’apertura hanno un’agenda perfettamente sovrapponibile – è quanto di meglio possa capitare al nostro paese. Qualsiasi altra soluzione rischia di essere pericolosa. E se in Italia ci fosse un’élite responsabile, non compromessa cioè con la feccia della cultura ribellista, di fronte alla possibilità che vi possa essere una soluzione alternativa a un governo del buon senso farebbe il contrario di quello che sta facendo oggi: provare non a legittimare ma semplicemente a evitare il patatrac.

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