L'affaticamento del Cav. per la parola "no"

Giuliano Ferrara

Per Berlusconi le liste dei candidati alle elezioni sono sempre state più che un affaticamento, una vera croce. Il Cav. è un patriarca naturale, alla sua venerabile età la vecchia sindrome affettiva, il dover dire dei “no”, si ingigantisce. Ma sempre si era fatta sentire, fin dall’inizio. Anche quando aveva poco meno di sessant’anni e, baldante come un ragazzino, organizzava da novizio della politica eserciti di candidati sempre con l’occhio fisso alla vittoria nelle battaglie campali del consenso, che per lui è il tutto dell’esistenza, il suo succo, il nettare dell’edonista assoluto, del populista democratico senza incertezze. Berlusconi non ha metodo, è lui stesso il metodo, e non conosceva – non so fino a che punto le cose siano cambiate negli anni – altra logica che quella dell’amicizia, della promessa unilaterale, la sua, e del piacere di piacere e di compiacere. (Nel cuore rosso del Mugello, quando facemmo la malandrinata contro il malandrino, gli chiesi di fare un comizio invernale all’aperto, una rara cosa non protetta, roba che sembrava Lenin a San Pietroburgo. Lo fece, incapace di resistere alle tentazioni, e poi mi disse soave e sorridente: “Giuliano, alla mia età mi ha fatto fare un comizio con il paletot!”). Sta qui la sua grande debolezza e la sua forza.

  

Gli rimproverano di non aver costruito una classe dirigente, di avere sempre agito in una logica di corte regale invece che di staff, di essere un premoderno della guerra elettorale esposto al tradimento, all’invidia, alla guida di subalterni dell’amore che si possono trasformare in gran ruffiani di nuovi amori. E’ vero, ma comprensibile. Non ha mai varcato il confine che divide l’uomo privato dall’uomo pubblico, non ha mai accettato le regole istituzionali del partito politico, e proprio per questo fu capace di sedurre, illudere magari, e attrarre. E ancora adesso, dopo la più brillante serie di vittorie, sconfitte, emarginazioni e ritorni della storia italiana intera, dopo tutto, l’uomo-metodo, il sentimentale, l’ironico e autoironico impersonatore del sogno riesce a mantenere uno zoccolo di favore popolare e di capacità unitiva, nel momento della battaglia, che verrà studiato a lungo come un fenomeno illogico e potente di carisma personale.

 

Molti pensano o hanno lasciato sé stessi e gli altri pensare che la sua mediazione sia un impasto di denaro e di fedeltà, ma non è così o non solo così. Certo per Berlusconi chi non chiede per sé e magari offre qualcosa, il prototipo del servo libero, in fondo è sospetto, perché tutta la sua vita di businessman e capo azienda fu all’insegna dello scambio, lo scambio come linguaggio sociale e familiare, come stretta di mano e convenienza reciproca. Nemmeno una grande avventura politica può cancellare una formazione e una pratica di successo da imprenditore, e genialmente per di più da impresario, da capocomico di una compagnia viaggiante con “il sole in tasca”. Ma dello scambio il Cav. è un orchestratore, non un mestierante. E allora perfino un “no” a un Giulio Tremonti, il Genio, l’uomo che più di chiunque altro lo ha tradito e con le peggiori conseguenze, deve essere stato sofferenza, per non parlare della separazione con Denis Verdini, collaboratore dei migliori, che da consigliere politico e robusto numero due nel movimento gli faceva da scudo e paratia proprio in queste occasioni amare. Ora Berlusconi deve riposare, trattarsi con i guanti, e può farlo sapendo che l’epoca della sua infinita accessibilità, per tutto e per tutti, seduto su un divano con il telefono accanto, la lista delle chiamate e un taccuino, è definitivamente tramontata. Per lui è un bene, non è detto che per la sua nuova avventura sia un male.

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