La dissimulazione delle crepe del M5s

Salvatore Merlo

Roma. Shin-ichi Kawarada, corrispondente di Asahi Shimbun, il secondo quotidiano più diffuso del Giappone – “vendiamo seicentomila copie” – sembra davvero catapultato da un altro pianeta mentre si fa largo con precauzione tra i sampietrini sconnessi, maligni come tagliole, e zampetta discreto tra il pubblico del tempio di Adriano, in piazza di Pietra, dove Roberta Lombardi sta presentando la sua candidatura alla regione Lazio con Luigi Di Maio e Virginia Raggi. Ci sono colleghi giornalisti italiani, veraci militanti del M5s – “aho’ sto a fa’ l’intervista cor giapponese” – parlamentari, consiglieri comunali, sindaci della provincia. In sesta fila, laterale, quasi nascosto, c’è pure il vicesindaco, Luca Bergamo – “spettatore partecipante”, dice, un passato nel Pd, un presente da tecnico sempre più legato però ai Cinque stelle. “Di Maio secondo me piace alle mamme e alle vecchie signore”, sussurra allora Shin-ichi Kawarada, delicato. “Raggi invece è molto carina”. La Lombardi? “Energica”. E così quando gli si racconta che quei tre che stanno parlando, Di Maio, Lombardi e Raggi, in quel momento in realtà sono impegnati in un sorprendente, coraggioso e persino encomiabile sforzo di dissimulazione onesta, in quanto si sorridono, si tirano pacche sulle spalle ma in realtà tutti sanno che non si sopportano, il giornalista venuto dal Giappone ride. “Voi pensate che noi siamo diversi”, dice. “E invece no”, aggiunge. E così spalanca orizzonti insospettabili: “In Giappone abbiamo un partito simile al M5s. Anche loro, i nostri grillini, non sono dei politici veri. Però da noi non vincono da nessuna parte. Sono andati forte a Tokyo, ma il resto del Giappone li ha respinti”. E perché? “Mah… perché erano… erano… non so come dite voi in Italia… inadeguati?… incompetenti?”.

 

  

E si capisce dunque perché Di Maio insista nel rivendicare di aver candidato, stavolta, dei “super competenti” pescati nella società civile delle professioni e dell’accademia, “le migliori intelligenze d’Italia”. E si capisce anche perché Roberta Lombardi, appena può, si spinge a utilizzare parole chiave come “asse istituzionale”. E infatti dice: “Ci vedete qui, tutti e tre, io, Luigi e Virginia”. E poi: “Noi siamo compatti, gli altri sono unitissimi solo nelle poltrone. Alla regione ci vuole un governo che lavori con Roma, non contro Roma”.

 

Ma un po’ sono delizie dell’enfasi, parole, muffe astratte sotto le quali il macigno resta intatto, dolorosamente concreto. “Gli italiani pensano: ‘Ma sì, proviamoli’”, sorride Shin-ichi. “Però Roma è davvero sporca. E’ piena di spazzatura”. E la questione dell’esperienza, della competenza e persino della compattezza, si capisce, sono un’arma a doppio taglio. “Che genere di esperienza è la loro?”, sorride il cronista giapponese.

 

E poiché il problema esiste, Di Maio compie un piccolo, forse significativo errore dialettico (e rivelatore) quando si lamenta dei giornali: “Dicevano ‘effetto Raggi’, ‘effetto Raggi’… non c’è stato nessun ‘effetto Raggi’. Nel Lazio abbiamo vinto ovunque, ad Ardea come a Guidonia”, dice il capo politico del M5s, mentre la sindaca, ascoltandolo, comprensibilmente s’irrigidisce, si sistema i capelli dietro le orecchie e solleva uno sguardo remoto, come un paesaggio. E Raggi è infatti, ormai da molti mesi, la protagonista di una straordinaria commedia degli equivoci: trattata con grande freddezza dai capi del Movimento, è in realtà una star da applaudire e da spronare per i militanti che la considerano vittima di un complotto mediatico che ne oscura le straordinarie capacità amministrative, e che infatti anche ieri la cercavano per scattarsi dei selfie celebrativi, come si fa con gli attori e i cantanti famosi. Ed è infatti continuo, inebriante, lo spettacolo di Di Maio che non riesce a elogiarla fino in fondo. E ha un suo fascino malinconico anche questa tesa sceneggiatura che sarebbe piaciuta a Torquato Accetto, secondo il quale la dissimulazione, quando si identifica con la prudenza e non giunge alla volgare menzogna, diventa un’arma formidabile. Di Maio considera Raggi un problema, come raccontò mesi fa a degli ambasciatori stranieri che lo avevano chiamato per capire che succede in Italia e a Roma. E Raggi si sente invece imbrigliata e oppressa dal controllo invadente che Di Maio esercita sulla sua amministrazione, con i dioscuri Fraccaro e Bonafede, con il continuo precipitare di quel genere di consigli che non si possono rifiutare, con la pioggia di assessori paracadutati su Roma da Milano, dal Veneto, dalla Toscana, tutti in Campidoglio per costringerla in una cintura di sicurezza (o in una camicia di forza, a seconda dei punti di vista).

 

Di Maio, Raggi e Lombardi: la dissimulazione onesta nel M5s

Non si piacciono, e un po’ si nota. Sterminata è la letteratura intorno al conflitto tra Raggi e Lombardi, le duellanti del M5s costrette adesso a far buon viso a cattivo gioco: fu Roberta a far esplodere il caso Marra, a presentare in procura quell’esposto che provocò la prima di quelle durissime crisi d’insicurezza che poi, come una maledizione, hanno colpito ciclicamente Virginia, minandola persino nel fragile fisico, una serie di difficoltà personali che la sindaca sembra aver superato, per fortuna. Così a un certo punto, quasi incapaci d’infrangere una rigidità che impregna gesti e parole, ieri mattina, di fronte al pubblico del tempio Adriano, le duellanti hanno dato fondo alle loro riserve di malizia, in un gioco allusivo, tutto per esperti e iniziati. Così Raggi tira fuori un artiglio in guanto di velluto, e con fredda nonchalance chiama Lombardi “la candidata alla regione”, mentre l’altra, poco dopo, ricambiando, inciampa in un lapsus geniale: “Grazie Lucia… ehm… Virginia”.

 

In mezzo c’è Luigi, Di Maio. Chiuso in un suo guscio forse sicuro, prezioso, inalterabile, o forse invece di una fragilità senza avvenire. “Vorrei dire a chi sostiene che mi sono smarcato da Roberta Lombardi che invece io sono al suo fianco e sono qui a dimostrarlo”, rivendica, nella sua seconda excusatio non petita della giornata. Perché se Lombardi, ricambiata, non sopporta Raggi che a sua volta non sopporta Di Maio, che non la sopporta, ecco che questo cerchio, questa impalpabile nuvola di sfiducia reciproca trova una sua circolarità definitiva nella freddezza calcolata con la quale Luigi soppesa la candidatura di Roberta nel Lazio. Se Lombardi dovesse vincere diventando presidente della regione, lui, che sa di non diventare presidente del Consiglio, si troverebbe di fronte – per la prima volta – a un eletto del M5s aggressivo e sgomitante (non come la Raggi) assiso in una posizione di notevole rilievo istituzionale. Capace di fargli ombra. Di contendergli quel diritto finora esclusivo e quasi divino che gli deriva dalla vicinanza e dall’unzione dei capi Grillo e Casaleggio. A proposito: ma voi ce l’avete Casaleggio? “No, in Giappone non c’è un Casaleggio”, sorride Shin-ichi Kawarada. “Lui rende l’Italia unica”. E allora questa storia del M5s giapponese, in realtà, non convince fino in fondo. 

This page might use cookies if your analytics vendor requires them.