Così si uccidono le democrazie

Paola Peduzzi

Milano. Siamo abituati a pensare che le democrazie muoiano quando i carri armati sono per strada, quando ci sono le armi e i morti, quando un gruppo, un uomo, prevale su tutti gli altri, con la forza e la violenza e la sospensione dello stato di diritto. Ma non è questa l’unica via, i golpe ci sono stati anche non molto tempo fa e non lontano da noi, ma nell’occidente che ci tiene alla sua pace e alla sua libertà, la democrazia può morire anche per sciatteria, per menefreghismo, per noia, per disattenzione. Per l’eccessivo lagnarsi, anche. “How democracies die” è un saggio uscito di recente negli Stati Uniti, scritto da due storici di Harvard, Steven Levitsky e Daniel Ziblatt, e descrive proprio questo modo meno spettacolare ma altrettanto letale di indebolire la democrazia. Ci sono tantissimi riferimenti storici e attuali nel libro, si parla di nazismo ma anche di Venezuela, di Russia, di Ungheria, ma soprattutto questo è un saggio contro Donald Trump. Un altro, direte voi: già, un altro. I due autori si chiedono se una grande democrazia come quella americana possa sopravvivere a un “killer seriale di norme” come è Trump, dove per norme si intendono quelle regole non scritte ma rispettate per cui se un’istituzione ha un certo numero e grado di poteri non è detto che debba esercitarli tutti, in modo intensivo. Trump si muove come un carro armato, finendo per destabilizzare e corrompere quella stessa democrazia che l’ha portato alla Casa Bianca. Il processo è lento ma costante, e chi non se ne accorge è complice: si muore anche se ci si ostina a guardare altrove.

 

I toni del saggio sono talvolta apocalittici: nel timore che il trumpismo possa scardinare quella grande democrazia che è l’America, “quella gran gnocca della Statua della Libertà” per citare un titolo di questo giornale, si sottende che l’eccezionalismo americano sia in realtà ben poco eccezionale, un altro costrutto artificiale di una narrazione nazionale trionfalistica. E’ anche per questo che il libro è stato da molte parti criticato, non tanto per le ricostruzione storiche, che sono belle, quanto per alcune ipotesi, e per alcune contraddizioni.

 

Per esempio, i due autori dicono che in una democrazia è deleterio trattare i rivali come “traditori, sovversivi, o in ogni caso inaccettabili”, che è quello che fanno gli “uomini forti” di tutto il mondo, da Trump a Putin, ma, purtroppo per gli antitrumpiani, anche molti loro oppositori. David Brooks, columnist del New York Times, ha scritto di recente che gli oppositori di Trump si stanno rinscemendo, e assomigliano sempre di più al loro bersaglio – ma sullo stesso terreno vince lui. Un’altra contraddizione è stata sottolineata da David Runcinam sul Guardian: Levitsky e Ziblatt criticano Montesquieu perché sosteneva che un buon costrutto costituzionale fosse sufficiente per contenere gli strapoteri, ma secondo Runcinam sono i primi a non considerare un elemento fondante della teoria di Montesquieu, e cioè che la politica è determinata dalla cultura, dalla società persino dal clima in cui si sviluppa. Il contesto è importante, e oggi ci sono molte novità, tecnologiche soprattutto, che rendono debole il paragone con il passato. Ma il “veleno”, come lo chiama Angela Merkel, c’è, è pericoloso, fa rigurgitare estremismi antichi e fisime moderne, ed è a questo che bisogna badare: le democrazie non muoiono a causa degli impulsi di un uomo solo, ma si deteriorano nel gioco degradato delle parti, nella corrosione delle norme, fino a che una parte non intravvede un angolo scoperto del rivale dove assestare il colpo fatale. Nel processo, si può “reagire”, come dice Runcinam, e come dice anche la Merkel. Una democrazia solida e benestante, nella storia, non è ancora mai morta.

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