Calcio, giornali, Italia, elezioni, televisioni, leadership. Intervista a Urbano Cairo

Claudio Cerasa

Calcio, giornali, Italia, elezioni, televisioni. Sono le dieci e trenta, è martedì ventitré gennaio e Urbano Cairo, editore de La7, editore di Rcs, proprietario del Torino calcio, numero uno di Cairo Communication, risponde a una telefonata del Foglio, nata per provare a capire cosa sta succedendo nel mondo del pallone e conclusasi con una rapida ma gustosa discussione a tutto campo. Calcio, giornali, Italia, elezioni, televisioni. Urbano Cairo ci sta e parla a ruota libera. Punto numero uno: il pallone. Venerdì prossimo, come è noto, l’Assemblea della Lega calcio di serie A è stata convocata per discutere del rinnovo della governance, dopo nove mesi di commissariamento affidato a Carlo Tavecchio. Tavecchio, da presidente federale dimissionario, costretto a fare un passo di lato dopo il flop ottenuto dalla Nazionale di calcio che non è riuscita a qualificarsi per i mondiali, è commissario in carica fino a lunedì prossimo e secondo alcune indiscrezioni potrebbe essere ancora confermato alla guida dell’associazione dei venti club. Lo sponsor numero uno di Tavecchio è Claudio Lotito, presidente della Lazio, e questo è noto. Quello che era meno noto è che anche Urbano Cairo, secondo alcune ricostruzioni comparse ieri sulla stampa, sarebbe favorevole a sostenere una coalizione trasversale finalizzata a riconfermare Tavecchio. Presidente Cairo, è davvero così?

 

“E’ una ricostruzione priva di senso. E lo è per ragioni elementari, direi basilari. A novembre, in Lega Calcio abbiamo deciso di creare due commissioni distinte per provare a ridisegnare la governance della nostra associazione. Io, da presidente del Torino, faccio parte, insieme con i dirigenti di Inter, Milan, Sampdoria, Napoli e Chievo di una commissione che ha portato avanti un serio e duro processo di selezione per identificare un bravo amministratore delegato. Ci siamo affidati a dei cacciatori di teste e ora siamo a un passo dal trovare il nome giusto per quel ruolo”. I nomi circolati sulla stampa sono tre: l’attuale presidente della Liga, Javier Tebas, Sami Kahale ex amministratore delegato della Procter & Gamble Luigi De Siervo ad di Infront. In molti hanno scommesso su Tebas – forte dei successi ottenuti in Spagna – e dalle parole del presidente del Torino si intuisce che nel futuro l’amministratore delegato della Lega calcio è destinato ad avere un ruolo più operativo rispetto a quello avuto finora. Più potere all’ad, “come prevede lo statuto della Lega calcio”.

 

Cairo continua il suo ragionamento: “Dall’altra parte c’è stata invece una commissione che aveva, ha, il compito di dare indicazioni sul presidente. Ho sentito il presidente Lotito fare i nomi più disparati. Anche i più incredibili. Tra questi ho sentito anche Carlo Tavecchio. Dico ho sentito perché sarebbe stato bello arrivare al processo di selezione del presidente della Lega calcio attraverso un percorso lineare, simile a quello che abbiamo portato avanti per identificare l’amministratore delegato, ma tutto questo non è successo. E se posso essere sincero, trovo disdicevole che chi vuole contribuire a far contare di più il calcio di serie A in Italia non sia capace di trovare un accordo su un nome largamente accettato. Carlo Tavecchio, a cui riconosco comunque alcuni meriti, anche se ovviamente la macchia della non qualificazione della Nazionale resta indelebile, non l’ho mai sostenuto in passato e mi fermo qui. Sarei disposto anche a studiare una soluzione di compromesso ma la soluzione di compromesso deve essere fatta sulla base di un progetto non sulla base di un accordo per non scontentare nessuno”.

 

Quando parla di progetto, Urbano Cairo ha in testa alcuni numeri che fotografano in parallelo ai risultati della nostra Nazionale la perdita di peso del calcio italiano: i numeri relativi al valore dei diritti tv. 

 

“Nel giro di pochi anni – continua Cairo – la Lega italiana, nell’ambito del valore dei diritti televisivi, è passata dall’essere stata la seconda Lega più importante d’Europa a un’incollatura dalla Premier League all’essere una delle ultime delle classe tra le leghe che più contano. Nel 2012, la Bundesliga, in Germania, valeva 500 milioni di euro, la Liga spagnola 770 milioni di euro, la serie A 950 milioni di euro, la Premier league in Inghilterra 1,3 miliardi. Nel giro di cinque anni, la Premier league è passata da 1,3 a 4 miliardi di euro, l’Italia da 950 milioni di euro a 1,2 miliardi di euro, la Spagna da 700 milioni di euro a 1,7 miliardi di euro, che ad aprile dovrebbero diventare 2,3 miliardi di euro con un miliardo di diritti esteri. Teoricamente, i diritti televisivi dovrebbero avere un valore proporzionato anche al numero di abitanti di un paese. C’è solo un piccolo problema: la Spagna ha 40 milioni di abitanti e vale molto più dell’Italia che ha 20 milioni di abitanti in più. Direi che chi vuole rilanciare il calcio non può permettersi di continuare a cincischiare così. Perché se l’andazzo è quello che abbiamo seguito negli ultimi cinque-sette anni siamo destinati a essere per sempre nel gruppo dei grandi un piccolo fanalino di coda”.

 

A proposito di diritti tv, chiediamo a Cairo se sia vera la voce riportata ieri da Milano Finanza secondo la quale nel caso in cui la trattativa sui diritti televisivi con Sky e Mediaset non dovesse andare a buon fine l’Italia potrebbe tentare di seguire la stessa strada seguita dalla Spagna: vendere i diritti televisivi interamente allo stesso gruppo spagnolo che gestisce i diritti della Liga (MediaPro) per creare un canale della serie A da dare poi in affitto ad altre piattaforme. E in quel caso ha ipotizzato ancora MF il gruppo Cairo Communication potrebbe essere il candidato naturale per la gestione della raccolta advertising in Italia della stessa MediaPro. Cairo però osserva che “ormai da molti anni il suo gruppo si concentra sulla raccolta pubblicitaria di mezzi propri”.

 

Dalla governance della Lega calcio passiamo con un piccolo volo pindarico a un’altra governance importante che ovviamente è quella che riguarda l’Italia. Il tempo a disposizione è poco e senza girarci attorno chiediamo a Cairo se in questo momento ha in testa una leadership utile che servirebbe al paese. Cairo sta al gioco e ci risponde netto: “Al paese non penso che serva una leadership che prometta l’impossibile e non penso che sia utile vivere una campagna elettorale in cui tutti dicono di voler ridurre le tasse dicendo però contemporaneamente di voler aumentare le spese. Mi aspetterei prima o poi di vedere qualcuno in grado di dire la verità agli elettori perché oggi come non mai sono convinto che gli elettori non vogliano essere solo sedotti, ma vogliano essere informati su come sta davvero l’Italia. Cosa servirebbe? Da uomo azienda, da uomo cioè che prova a fare nel suo piccolo ogni giorno queste cose nel suo lavoro quotidiano dico che servirebbero alcune cose semplici: un progetto serio di riduzione degli sprechi del paese, un progetto serio di sviluppo che sappia tracciare un percorso a lungo termine per il nostro paese, un progetto serio che sappia infine mettere insieme tre concetti che non possono continuare a essere dei tabù: efficienza, produttività, serietà. E’ ovvio che una realtà aziendale non è in alcun modo paragonabile a una macchina statale ma io dico che in questa fase della nostra storia gli italiani apprezzerebbero un politico capace non di giocare con le parole ma di dire semplicemente le cose come stanno”.

 

Per fare chiarezza bisogna pensare al futuro ma bisogna pensare anche al presente. E dovendo pensare al presente non si può non fare a Cairo una domanda: come sta l’Italia? “L’Italia sta un pochino meglio di quanto non stesse alcuni anni fa ma se devo essere sincero non vedo un’accelerazione troppo forte. Ci sono ancora molte persone, troppe, che se la passano male, e a quelle persone vedo che la politica fatica ad arrivare. E ci sono troppe realtà in cui l’Italia continua ad avere un’economica diffusamente sommersa. E senza combattere queste due piaghe credo che sarà difficile restituire a tutti il sorriso”. Ci vorrebbe un Macron in Italia? “Non ho elementi sufficienti per giudicare come sta lavorando Macron in Francia ma mi sembra che quando parla di lavoro, di Europa e di impresa abbia un approccio giusto che non si può non apprezzare”. Sul lavoro, facciamo notare a Cairo, Macron ha scelto di prendere spunto in alcuni passaggi anche dalla riforma del lavoro fatta dall’Italia nel 2014 e sul Jobs Act Cairo usa parole positive. “Sono dell’idea che un imprenditore torni ad assumere non perché c’è più flessibilità in una legge ma non c’è dubbio che il Jobs Act ha portato diversi benefici. Se posso permettermi però il lavoro da fare mi sembra ancora molto. Una fiscalità che incentivi le assunzioni credo sia tuttora una priorità ma accanto a questo la politica dovrebbe ricordare più spesso che gli incentivi più importanti dovrebbero essere indirizzati per l’assunzione di giovani. Servono dei metodi radicali per favorire l’ingresso nel mercato del lavoro dei nostri ragazzi e per farlo bisognerebbe anche incentivare e potenziare lo strumento degli stage aziendale, la combinazione scuola/lavoro. Bisogna trovare delle scintille e dare occasioni. Ma bisogna anche che chi si avvicina al mercato del lavoro capisca che spesso può capitare che il lavoro che c’è a volte è diverso da quello che si vorrebbe. L’importante non è fare subito quello che si sogna. L’importante è trovare un modo per lavorare, per non stare fermo, per costruirsi un percorso. L’importante è avere un’occasione e la politica questo dovrebbe fare: cercare di offrire ai ragazzi più occasioni possibili”.

 

E il ragazzo Paolo Gentiloni, chiediamo a Cairo con un sorriso, come ha sfruttato la sua occasione? “Gentiloni mi piace e credo che piaccia anche perché è riuscito a proporre una leadership più distensiva rispetto a quella divisiva di Renzi. L’ex presidente del Consiglio, bisogna essere onesti, ha fatto delle cose buone nei suoi anni di governo ma il paese negli ultimi tempi aveva bisogno di un po’ di sobrietà e di serenità e Gentiloni in questo è riuscito”. E a Cairo piace anche Di Maio? “Io non sono tra quelli che dicono che se non sei esperto non puoi fare nulla. Ma dico che per governare un paese conta anche quello che sai fare. Conta il tuo track record. Io sono il primo a sostenere l’importanza di affidare ruolo importanti ai giovani. Ma sono anche il primo a dire che quando ti avvicini a un ruolo di governo competenza ed esperienza sono fondamentali. E anche osservando i contesti in cui il movimento di Di Maio amministra mi sembra che si faccia molta fatica. E quando sento dire che una città non si riesce ad amministrare come si vorrebbe a causa dei debiti trovati nel passato mi verrebbe da dire che questa affermazione non è un ottimo biglietto da visita per provare a guidare l’Italia. Un manager sa che quando si guida una realtà che ha dei debiti pregressi i debiti fatti dagli altri diventano tuoi. Pensate cosa sarebbe successo se arrivato alla guida di Rcs avessi detto alle banche no scusate, questi 170 milioni di perdite non mi riguardano, che ci possiamo fare…”.

 

Il tempo è scaduto ma alla fine della nostra veloce conversazione con il numero uno di Rcs e de La7 proviamo a coglierlo in fallo su un punto più volte affrontato dal nostro giornale: ma Cairo è consapevole o no che le sue testate sembrano spesso triangolare con la galassia grillina? Sorriso di Cairo: “Su questo punto vi ha già risposto bene Michele Santoro qualche giorno fa quando sul Foglio ha ricordato che la tv vive spesso di contraddittori e per questo a volte può capitare di veicolare un messaggio che si sovrappone con quello di forze politiche che si trovano all’opposizione. Ma non significa essere a favore di qualcuno o contro qualcuno. Significa fare quello che credo vogliano i telespettatori e i nostri lettori: fare domande, mettere in discussione le cose che sono state fatte e in alcuni casi sfidare il potere. Non è grillismo, credo sia solo un modo di fare giornalismo”.

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