Le due razze della campagna elettorale

Claudio Cerasa

Viste da fuori le cose sono più semplici di quello che appaiono: da una parte c’è chi vuole cambiare l’Europa, dall’altra parte c’è chi vuole andare contro l’Europa. Sono bastate una bella intervista rilasciata al Corriere della Sera da Marine Le Pen, ex candidata presidenziale francese, e una dura sculacciata rivolta al nostro paese da Pierre Moscovici, attuale commissario agli Affari economici per la Ue, a ricordarci che vista da fuori, vista dall’Europa, vista dalla Francia, la campagna elettorale italiana, per essere capita, va osservata nella sua sostanza e non nella sua forma. Da una parte, ricorda Le Pen, “c’è il mio alleato al Parlamento europeo, Matteo Salvini, che sta lavorando per costruire una coalizione allargata e che si rivolge a tutti coloro che mettono la lotta contro l’Ue al cuore del loro progetto”. Dall’altra parte, ha fatto capire Moscovici, criticando i partiti che promettono di forzare le regole dell’Unione sui conti pubblici, ci sono coloro che provano a evitare che l’Europa diventi un nemico da abbattere e non un alleato da difendere.

 

In fondo, viste da fuori, le cose sono più semplici di quelle che appaiono, e per quanto ci si possa girare intorno nella campagna elettorale italiana ci sono una serie di non detti da parte dei politici che gli osservatori non possono negare. Nel 1985 l’ex primo ministro francese Michel Rocard, all’indomani della scelta fatta da François Mitterrand di varare in modo inconsueto per le elezioni legislative un sistema proporzionale, ricordò che il proporzionale è un sistema pazzotico che favorisce “la dissimulazione sulle alleanze vere”. Se seguiamo questo schema, se entriamo nella logica della dissimulazione, oggi possiamo provare a fare una piccola operazione verità sui veri schieramenti che si andranno a confrontare da qui al prossimo 4 marzo.

 

Tutti i partiti, ovviamente, corrono per vincere. Ma tutti i partiti, naturalmente, sanno di avere sui “valori non negoziabili” del proprio programma politico più punti in comune con alcuni avversari che con alcuni alleati. Se volete sono queste le due vere razze che si vanno a confrontare in campagna elettorale. Europeisti contro antieuropeisti. Globalizzatori contro protezionisti. Teorici dell’apertura contro professionisti della chiusura. Sostenitori dell’euro contro diffidenti sull’euro. La grande dissimulazione imposta dalla legge proporzionale costringe alcuni partiti, come Forza Italia e Lega, a presentarsi insieme alle elezioni. Ma giorno dopo giorno è evidente a tutti che le vere coalizioni in campo sono quelle dissimulate e sono quelle alle quali guardano i protagonisti della campagna elettorale. Le Pen e Moscovici hanno ragione quando lasciano intendere che tra Lega e Movimento 5 stelle c’è una vicinanza oggettiva sul tema dei temi, ovvero sull’Europa, così come è evidente che molti dei dirigenti di Pd e di Forza Italia, che si trovano in sintonia quando parlano di pensioni, di immigrazione, di antiterrorismo, di lavoro, di euro, di Europa, di Macron, di Brexit, di Merkel, quando guardano ai sondaggi prima ancora di chiedersi se esiste una coalizione di centrosinistra o di centrodestra capace di governare (il centrosinistra, diciamo, ha risolto il problema alla radice) si chiedono prima di tutto se esiste una coalizione capace di non mandare al governo uno tra Salvini e Di Maio. Ieri, conversando con questo giornale, Giorgio Gori lo ha detto con sincerità, “un governo di larghe intese può fare bene, anche se un governo di sinistra guidato da un premier del Pd può fare meglio”. Lo stesso ha fatto la scorsa settimana Roberto Maroni, che ha detto di sentirsi più vicino a Berlusconi che a Salvini e che ha ammesso che tra Renzi e Salvini, almeno dal punto di vista personale, “Berlusconi si sente senza dubbio più vicino al primo che al secondo”.

 

E chiunque abbia un minimo di dimestichezza con il mondo del centrodestra, lato Forza Italia, sa perfettamente che di fronte a un caffè, oggi, non c’è candidato azzurro che non ammetta quello che abbiamo ascoltato ieri per ben tre volte con le nostre orecchie da alcuni pezzi da novanta del centrodestra: vincere con Salvini è possibile, governare con lui no. Lo sanno in Sicilia, dove Salvini è uscito dalla maggioranza un minuto dopo la formazione del governo regionale. Lo sanno tutti coloro che mettono a confronto i programmi di Lega e Forza Italia. Suvvia: come possono stare insieme un partito che non vuole abolire la legge Fornero e un partito che la legge Fornero la vuole abolire (con un costo tra gli 80 e i 90 miliardi di euro)?

 

Nel 2011 il governo Berlusconi cadde prima della legge di Stabilità, quando Umberto Bossi rispose con un dito medio a chi gli chiedeva cosa ne pensasse della riforma delle pensioni promessa dal Cav. e da Tremonti per evitare il collasso del paese (fu dopo quel no che lo spread si impennò, che il governo cadde, che arrivò Monti e con lei la santa Fornero). Bene. Provate a immaginare la prossima legge di Stabilità con Berlusconi e Salvini e come per magia un dito medio vi riapparirà in sovrimpressione. Certo. Sui non detti della campagna elettorale si potrebbe scrivere un piccolo saggio (D’Alema che sogna di governare con il Cav., ma senza Renzi; Bersani che sogna di governare con Di Maio, ma senza D’Alema; Renzi che sogna di governare con il Cav., ma senza D’Alema; Berlusconi che sogna di governare con il Pd e un pezzo di Lega maroniana, ma senza Salvini), ma un capitolo a parte forse lo meriterebbe proprio Salvini. Nel 2012, in un indimenticabile post su Facebook, il leader della Lega disse: “Nessun leghista è disposto a puntare ancora su un’alleanza con Berlusconi. Basta, basta per sempre: se Berlusconi corre, lo farà senza di noi. La Lega ha avuto la forza e il coraggio di fare un passo avanti e attuare un bel ricambio generazionale. Altri sono fermi a Berlusconi o Bersani che hanno fatto il loro tempo. Sono sicuro che non c’è un solo elettore e un solo militante della Lega disposto a riscommettere su un’alleanza con Berlusconi. Ci abbiamo provato e ci ha portato solo risultati deludenti”. Proprio così, testuale. Dal 2012 a oggi, se ci si pensa bene, non è cambiato nulla. L’alleanza con Berlusconi in fondo è una dissimulazione che nasconde un’altra verità: per governare sul modello Le Pen, per la Lega l’alleato giusto è Di Maio; per non governare sul modello Le Pen, per Forza Italia l’alleato giusto è il Pd. In Francia e in Europa se ne sono già accorti. In Italia forse lo capiremo il 5 marzo. E’ la dissimulazione, bellezza, e tu non puoi farci niente, se non capire, senza ipocrisie, quali sono oggi i veri schieramenti in campo.

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