Le promesse elettorali di moda ci porteranno alla disperazione (non a Bengodi)

Paolo Cirino Pomicino

Sembra che quest’anno il carnevale nel quale, come si sa, ogni scherzo vale, venga in anticipo. Non a caso la campagna elettorale subito si è riempita di certezze fantastiche quasi che il paese, come il Pinocchio di Collodi, si stesse avviando a grandi passi verso Bengodi. Qualche differenza però c’è con il vecchio racconto della nostra infanzia perché in questo caso a guidare l’armata dei partiti non ci sono il gatto e la volpe ma più gatti e tantissime volpi. Già da diversi giorni, infatti, impazza lo tsunami delle promesse che lasciano un po’ sconcertati i tanti elettori che si domandano perché mai i protagonisti di oggi non abbiano fatto ieri ciò che ora promettono.

  

A questa sarabanda non sfuggono neanche i neofiti del Movimento cinque stelle che non avendo precedenti di governo nazionale potevano rimanere fuori dalla marcia verso Bengodi mentre invece ha fatto premio il loro nome fantastico e il profilo del suo fondatore che della comicità ha fatto un’arte anche politica. A sentire il giovane Di Maio promettere che in dieci anni ridurrà di quaranta punti il debito (forse vuole dire il rapporto debito/Pil che è cosa ben diversa dalla riduzione del debito) si resta smarriti perché subito dopo aggiunge che in questi dieci anni farà grandi investimenti in ogni settore a debito, cioè aumentando il deficit annuale e per giunta riducendo le tasse. Ci perdonerà il simpatico studente fuori corso candidato premier se gli sussurriamo che il deficit annuale si trasforma l’anno dopo in debito che, in valore assoluto, in dieci anni aumenterebbe di 50/70 miliardi di euro l’anno tanti quanti ne vorrebbe togliere dal groppone dello stock del debito accumulato. Volendo essere buoni samaritani, probabilmente il giovane sempre più giovane ha orecchiato che la spesa in conto capitale dà un moltiplicatore di crescita dell’economia che farebbe aumentare il gettito fiscale l’anno successivo. Ma se nel percorso descritto – nonostante gli investimenti pubblici – il deficit superasse sempre il 3 per cento, non andremmo da nessuna parte senza una manovra straordinaria capace di invertire subito la crescita del debito (la patrimoniale sarebbe un’altra maledizione per il suo carattere recessivo). Per ottenere un equilibrio secondo gli indirizzi di Di Maio, l’Italia dovrebbe crescere del 4 per cento reale al quale, però, si dovrebbe aggiungere un’inflazione almeno al 2 per cento per avere una crescita nominale del 6. Insomma una crescita di stampo cinese.

   

Un insegnamento antico: politica di bilancio, politica monetaria, inflazione e produttività sono un tutt’uno e ciò che li tiene insieme è la coerenza tra le politiche per non rimanere sulle stelle nel cielo blu dipinto di blu. Alla stessa maniera, se si dice che verranno tagliate le pensioni superiori a 5 mila euro, si trasferisce il messaggio devastante di una politica che persegue l’obiettivo di tutti più eguali nella povertà piuttosto che pensare a rendere sostenibili le pensioni più basse. E tanto per completare il quadro dell’incertezza diffusa a piene mani, ieri bisognava uscire dall’euro, oggi non più, domani chissà. Ma se Sparta piange Atene non ride. Ormai è una gara tra quanti propongono una flat tax al 15 per cento, l’abolizione delle tasse universitarie, la riduzione di tutte le tasse e il potenziamento del welfare. Ricchi e poveri dovrebbero tutti sorridere, appunto Bengodi! Vorremmo solo ricordare a noi stessi che con la politica reaganiana l’economia americana crebbe moltissimo ma rimasero per decenni quaranta milioni di americani privi di tutela sanitaria pubblica e sorse lentamente fino a esplodere quel capitalismo finanziario che in questi ultimi dieci anni ha alimentato le grandi disuguaglianze sociali in tutto l’occidente, con il rischio sempre più concreto di scontri furibondi nelle società più avanzate mentre continenti come l’Africa e aree come il medio oriente alimentano guerre, miserie e migrazioni bibliche. Non intendiamo insegnare niente a nessuno, ma la grande stagione dei diritti che pure si è avviata non potrà consolidarsi sino a quando non nascerà un’analoga stagione dei doveri, dalla politica all’economia, dall’informazione alla giustizia, che rappresenta il percorso esattamente contrario a quello che porta a Bengodi, la falsa illusione che spingerà tanti, forse troppi, alla disperazione.

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