Di Maio? No, grazie

David Allegranti

Roma. C’è un cordone sanitario, mattarelliano e istituzionale, attorno a Liberi e uguali (e naturalmente anche attorno al suo leader Pietro Grasso). Dopo mesi di dichiarazioni di apertura ai Cinque stelle, secondo il vecchio adagio bersaniano del “governo del cambiamento”, in questi giorni c’è da rilevare una inversione di tendenza, non in tutto il partito, ma in quella parte refrattaria alla “tendenza Dibba” dei movimentisti di LeU. “Verso il M5s non vedo possibili trattative per ragioni programmatiche e soprattutto ideali (valori costituzionali, concezione della democrazia)”, dice il presidente della Regione Toscana Enrico Rossi, molto attivo nelle ultime ore per favorire un dialogo fra LeU e Pd alle regionali (ma ieri è stata ufficializzata la corsa di Onorio Rosati in Lombardia).

   

La sortita di Rossi non arriva per caso, come si capisce anche da alcune reiterate dichiarazioni di Laura Boldrini, presidente della Camera. “Allearsi con Di Maio? Io ho un’agenda progressista in testa – ha detto giovedì a “Otto e Mezzo” – e lui non ce l’ha, quindi su che cosa ci dobbiamo aggiornare? Bersani è disponibile a parlare con tutti e anche io. Ma un altro conto è allearsi. Per allearsi si deve avere la stessa visione della società. Quali sono i punti essenziali? E’ da lì che si capisce la tua agenda dei valori”. Ieri a Radio Capital ha specificato meglio le incompatibilità: “Non credo che ci siano punti di congiunzione con i 5 stelle che non sono un partito progressista e di sinistra. Quando Di Maio dice: facciamo un governo con chi ci sta sbanda”, perché “destra e sinistra non sono intercambiabili”. Sinistra e Cinque stelle insomma hanno poco in comune: “Io credo che la democrazia italiana sia bella solida, ma sicuramente in questi anni ho visto come il comportamento del M5s ha fatto di tutto per delegittimare l’istituzione parlamentare che è il cuore della nostra democrazia, con il loro comportamento, un comportamento di chi non le rispetta. Questo non è un esempio di un’opposizione che sa usare le regole comportamentali”. Il partito delle istituzioni dentro LeU, da Rossi a Boldrini, non vuole avere nulla a che fare con i Cinque stelle. Ma LeU, appunto, non è tutto così. Lo ricorda subito Stefano Fassina, Sinistra Italiana, con un tweet in risposta a “chi dice ‘mai rapporti con il M5s’. Not in my name. LeU non ha affinità elettive. Deve essere aperto al confronto con M5s. Vale il programma”. “Le nostre relazioni politiche post elezioni – spiega Fassina – saranno basate sul programma, come necessario per un soggetto autonomo sul piano politico e culturale. Non abbiamo affinità elettive o traiettorie inerziali da ritrovare. Attenzione: è difficilissimo recuperare la fiducia della fascia di popolo che è stata abbandonata dalla sinistra. Così è mission impossible”.

   

E Pietro Grasso che fa, che dice? Per ora rifugge dalle sirene movimentiste di LeU, seppur con una chiosa finale che induce a qualche riflessione. “Con il M5s è impossibile allearsi perché non abbiamo nulla in comune, perché oggi dicono una cosa e domani un’altra; fanno discussione sull’euro, euro sì… euro no…, sono ondivaghi. Possiamo iniziare a valutare un’eventuale alleanza nel momento in cui avranno una politica ben definita”. Per la verità, la politica “ben definita” dei Cinque Stelle c’è, come notano Rossi e Bolrdini. E’ quello il problema.

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