Perché il partito della ragione deve essere alternativo a Di Maio e Salvini

Claudio Cerasa

L’intervista rilasciata ieri da Roberto Maroni a questo giornale ha fatto discutere per le dure parole rivolte dal governatore uscente della Lombardia al suo segretario di partito (“Salvini è uno stalinista”), ma le sculacciate rivolte dall’ex ministro dell’Interno al candidato premier della Lega non rientrano come qualcuno potrebbe pensare nella categoria semplice e banale del “caos del centrodestra”. Rientrano al contrario in una categoria più importante che da un certo punto di vista è il vero filo conduttore invisibile di questa campagna elettorale: l’Italia a due velocità. Le due velocità non sono quelle dell’Italia produttiva e dell’Italia non produttiva ma quelle che stanno attraversando in modo sempre più deciso tutti gli schieramenti politici che si trovano oggi in competizione l’uno con l’altro in questa campagna elettorale. E al centro di tutto non si trova un’incompatibilità squisitamente personale tra leader dello stesso partito ma una caratteristica cruciale dell’Italia a un passo dalla XVIII legislatura: la naturale trasversalità imposta dall’appartenenza al partito della ragione, unico antidoto al partito della fazione.

 

Le parole usate da Maroni sul Jobs Act (che non può essere sacrificato sull’altare della propaganda politica), sul garantismo (che non può essere sacrificato sull’altare della lotta politica), sull’euro (che non può essere sacrificato sull’altare del qualunquismo elettorale), sul macronismo (che potrà non convincere del tutto ma che non può che convincere molto di più del vuoto risentimento lepenista) ci aiutano a mettere a fuoco un elemento decisivo dell’Italia che si prepara ad andare al voto. Sarà pur vero che i partiti non sono riusciti a rinnovarsi come avrebbero potuto, sarà pur vero che le istituzioni non sono riuscite a rinnovarsi come avrebbero dovuto, ma anche se buona parte della politica continua a ragionare con alcune categorie del passato non si può far finta di nulla e non si può non notare che nell’Italia che si prepara a votare una novità c’è e, sorpresa, riguarda gli elettori. Spesso non ce ne accorgiamo perché l’unico elettore valorizzato dai giornali e dai talk è quello risentito, imbronciato, indignato, rancoroso, incazzato. Ma i sette anni di grande coalizione che hanno accompagnato il cammino dell’Italia dal 2011 a oggi hanno prodotto anche un altro risultato che spesso sfugge agli occhi degli osservatori: la consapevolezza, come ha detto ieri Maroni, che su alcuni temi non è più possibile avere “un perverso atteggiamento ideologico in base al quale tutto quello che è stato fatto prima di noi deve essere cancellato”. Detto in altri termini, si può fare una campagna elettorale senza dover necessariamente scommettere sullo sfascio dell’Italia (l’Italia del rancore urla e sembra maggioritaria, l’Italia che non urla si sente poco ma non è detto che sia minoritaria), senza doversi dividere sulle cose che contano (antiterrorismo, europeismo, politiche migratorie, sostegno alle imprese, diritto alla salute, vaccini, legge sulle pensioni: e ieri sera a “Porta a Porta” Berlusconi, dopo essersi corretto sul Jobs Act, sulla Legge Fornero ha detto il contrario di quello che pensa Salvini, ovvero che va rivista ma non superata) e senza dover rinunciare a essere orgogliosi delle cose che funzionano, a prescindere da chi quelle cose le ha fatte. Chiaro? Chiaro.

 

Da un certo punto di vista le parole di Maroni ci ricordano soprattutto questo: che per governare si possono avere posizioni diverse sui diritti ma non si possono avere posizioni diverse sui doveri. Ma ci dicono prima di tutto che la trasversalità inattesa e sorprendente che ciascuno di noi scopre ogni giorno in un pezzo di elettorato non è il punto di debolezza del paese – non è il segno di una nazione vergognosamente inciucista come direbbero gli azionisti del partito del rancore – ma in fondo è il suo vero punto di forza. Non sappiamo quanto vale questo pezzo d’Italia dal punto di vista elettorale. Ma sappiamo che nella prossima legislatura occorre sperare che in un modo o in un altro nasca un’alternativa trasversale a una coalizione del rancore ribellista. E l’idea che alle elezioni andrà una Lega che non intende valorizzare la linea Maroni porta a credere che il partito della ragione di governo, se nascerà, non potrà che farlo in alternativa non solo al congiuntivo di Di Maio ma anche allo stalinismo salviniano. I partiti forse non sono tutti cambiati, gli elettori sì. E come ha capito bene Maroni per individuare le nuove coordinate della politica europea è sufficiente rispondere a una domanda: chi sceglieresti tra Le Pen e Macron? Il resto forse verrà da sé.

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