La carta segreta di Mattarella per il 4 marzo

Claudio Cerasa

Tre punte per la stabilità. Mettiamola giù piatta senza girarci attorno: c’è un piano segreto di Sergio Mattarella per il dopo elezioni che potrebbe permettere al paese di non tornare alle urne anche nel caso in cui il voto del 4 marzo dovesse offrire al Quirinale uno scenario caratterizzato da una ingovernabilità assoluta. Se vi abbiamo incuriosito con questa premessa seguite la nostra pista e mettete insieme con noi i puntini di questa complicata e per fortuna breve campagna elettorale. Punto numero uno, i sondaggi. Mai come in questo momento i sondaggi valgono quello che valgono: non solo per il numero di elettori che si dicono ancora indecisi ma anche perché i sistemi elettorali che permettono di mettere in ballo diversi posti in Parlamento attraverso il meccanismo dell’uninominale (sfida diretta nel collegio, vince il candidato più forte, che non necessariamente coincide con il partito più forte) tendono a riservare sempre qualche elemento di imprevedibilità. Tutto può succedere. Ma per non farsi trovare impreparati per il dopo elezioni le istituzioni, e il Quirinale in primis, devono necessariamente valutare ogni scenario futuro partendo da quello che è ragionevolmente prevedibile oggi.

 

E i sondaggi di questi giorni che cosa dicono? Ci dicono in modo chiaro che al momento non esiste nessuna coalizione in grado di governare sulla base delle attuali alleanze. Il centrodestra è oggettivamente l’unica coalizione che ha il potenziale per potere superare il 40 per cento (se si arriva al 42 per cento un governo si fa) ma nel caso in cui l’alleanza tra Forza Italia, Lega, Fratelli d’Italia e altri cespugli moderati (la quarta gamba, oh my God) non dovesse essere sufficientemente forte per governare (i sondaggi sono buoni ma nessun sondaggio proietta il centrodestra oltre la quota del 40 per cento) al Quirinale non resterebbero che due opzioni da valutare. La prima: verificare la possibilità di una grande coalizione tra il Partito democratico e Forza Italia. La seconda: verificare la possibilità di una grande coalizione tra il Movimento 5 stelle e una delle due forze (la Lega di Salvini, Liberi e uguali di Grasso) alle quali il candidato premier Luigi Di Maio proverà a lanciare un appello all’indomani del voto in caso di stallo. Fino a qui tutto chiaro, no? Bene. Come è ovvio che sia, il presidente della Repubblica considera non auspicabile lo scenario di un governo movimentista ma sa bene che i numeri sono numeri e che se sulla carta fosse impossibile avere una maggioranza pro euro e fosse invece possibile avere solo una maggioranza anti euro (Dio ce ne scampi) il Quirinale avrebbe pochi strumenti per evitare il patatrac. Uno di questi strumenti, e qui sta la notizia, è legato a uno schema “a tre punte” al quale il presidente della Repubblica sta lavorando con tatto e giudizio e del quale sono stati messi al corrente i vertici del Pd e di Forza Italia. L’idea è semplice e ambiziosa ma tutt’altro che impossibile: lavorare affinché il pacchetto di voti che otterrà la lista di Pietro Grasso, che da presidente del Senato ha lavorato in sintonia vera con il presidente della Repubblica, sia messo a disposizione delle forze che insieme potrebbero comporre un governo di responsabilità nazionale, nel caso in cui dovesse prendere vita un Parlamento bloccato (nel suggestivo format inaugurato ieri da Pietro Grasso sulla Stampa, l’intervista senza contenuti, l’unico passaggio da cerchiare con la matita è quello in cui il presidente del Senato dice: “Saremo una forza di governo responsabile”).

 

Tre punte, sì, avete capito bene. L’idea di Mattarella, condivisa anche con il presidente del Consiglio Paolo Gentiloni, è dunque quella di inserire il partito guidato da Grasso all’interno di un arco costituzionale più ampio rispetto a quello attuale (in una grande coalizione la Lega potrebbe dare un appoggio esterno, ma il presidente della Repubblica crede poco a questo scenario) ricreando in un certo modo (sempre che la lista di Grasso prenda qualche voto) uno schema non troppo differente rispetto a quello andato in scena nel 2013, quando tutto l’attuale gruppo dirigente del partito di Grasso (a partire da Grasso) fece quello che Mattarella potrebbe chiedere a partire dal 4 marzo: votare la fiducia a un governo composto dal Pd e da Forza Italia (sia Bersani, sia Grasso, nell’aprile 2013, votarono la fiducia al governo Letta, sostenuto dall’allora Pdl). Naturalmente, rispetto a quel 2013 molte cose sono cambiate: il Pdl si è spaccato a metà, il Pd pure e una ricomposizione oggi sarebbe oggettivamente complicata, a meno che il partito di Grasso e il partito di Berlusconi non ottengano l’unico risultato che potrebbe permettere loro di accettare con relativa facilità un compromesso a tempo: ottenere la testa di Matteo Renzi e provare a rottamare definitivamente il segretario del Pd tenendolo distante anni luce dalle stanze del governo. Lo schema a tre punte di Sergio Mattarella è uno schema naturalmente solo teorico che potrebbe essere superato dagli eventi, ma è uno schema che esiste, di cui si parla non solo al Quirinale e che in fondo non è così diverso da quello che lo stesso Berlusconi tentò di mettere in campo nel 2015 pochi giorni prima di scegliere il successore di Giorgio Napolitano al Quirinale.

 

All’epoca, come ricorderete, Berlusconi sondò Massimo D’Alema per valutare la disponibilità della minoranza del Pd ad appoggiare Giuliano Amato per la presidenza della Repubblica e a causa di quella mossa del Cav. (è la versione offerta da Matteo Renzi) il patto tra Pd e Forza Italia saltò. Un domani – anche grazie ai buoni rapporti di Giuliano Amato con il presidente della Repubblica, con il capo di Forza Italia e con il padre nobile della lista Grasso, ovvero Massimo D’Alema – lo schema potrebbe ripetersi per costruire una maggioranza: precaria sì, ma comunque alternativa a quella dello sfascio.
In una famosa lettera inviata nel 1986 dall’ex primo ministro francese Michel Rocard, all’indomani della scelta fatta nel 1986 da François Mitterrand di varare per le elezioni legislative un sistema proporzionale, Rocard ricordò che il sistema proporzionale è un sistema pazzotico che favorisce “la dissimulazione sulle alleanze vere” e che in modo naturale porta a presentarsi alle elezioni con alleanze spesso innaturali destinate a non prendere forma. Lo schema di Rocard oggi è più vivo che mai e se durante la campagna elettorale non sentirete parole particolarmente dure di Silvio Berlusconi e di Paolo Gentiloni contro Pietro Grasso (entrambi nonostante tutto hanno un buon rapporto con l’ex capo dell’Antimafia: nel 2012 Grasso arrivò a dire che avrebbe dato volentieri “un premio speciale a Silvio Berlusconi e al suo governo per la lotta alla mafia”), non stupitevi troppo: pensate invece alle tre punte sulle quali il presidente della Repubblica potrebbe fare affidamento a partire dal 5 marzo, per evitare di ritrovarci nel migliore dei casi con un Parlamento sciolto dopo pochi mesi e nel peggiore dei casi con un Parlamento governato da partiti che potrebbero far vivere all’Italia lo stesso incubo vissuto dal Regno Unito con la Brexit.

 

E’ uno schema di gioco pazzo e spericolato ed è difficile dire quanto i progetti di Mattarella possano coincidere con quelli degli azionisti del movimento guidato da Grasso (dove il primo obiettivo, oggi, sembra essere quello di diventare una costola del grillismo più che una scialuppa del riformismo). Ma è uno schema che esiste. E da qui al 4 marzo, tra una dissimulazione e l’altra, conviene seguirlo. Potrebbe regalarci sorprese.

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