Perché non sarà l'incompetenza a fermare il M5s. Anzi

Dino Cofrancesco

La grande illusione delle persone di buon senso è che gli uomini votino pensando innanzitutto ai loro interessi e in parte anche ai loro valori. Tutto questo è vero nei periodi normali, quando un sistema politico è relativamente stabile e la comunità nazionale è il solido terreno di gioco nel quale si svolge la competizione dei partiti e dei gruppi di pressione. In tempi di crisi istituzionale, invece, per riprendere il titolo del gran libro di Albert Hirschman, Le passioni e gli interessi, gli interessi cedono alle passioni e gli odi di parte divampano con effetti spesso autodistruttivi. “Muoia Sansone con tutti i Filistei!”, potrebbe essere la massima seguita: purché ci si sbarazzi dai brutti ceffi al governo (“mandiamoli a casa!” ma c’è chi non si accontenta…), qualsiasi sacrificio diventa sopportabile. E’ il terreno fecondo per la pianta populista che può germogliare tanto forze centripete (totalitarie) quanto forze centrifughe (separatistiche). Ad accomunarle è la costituzione di un “noi” che si contrappone agli “altri2” – ai corrotti, ai traditori, ai barattieri –, della “gente”, sfruttata e depredata, che ha preso coscienza dei suoi mali e intende farla pagar cara a chi glieli ha procurati.

 

Uno dei più raffinati studiosi dei movimenti collettivi, Marco Tarchi, ha visto nel populismo “la mentalità che individua il popolo come una totalità organica artificiosamente divisa da forze ostili, gli attribuisce naturali qualità etiche, ne contrappone il realismo, la laboriosità e l’integrità all’ipocrisia, all’inefficienza e alla corruzione delle oligarchie politiche, economiche, sociali e culturali e ne rivendica il primato, come fonte di legittimazione del potere, al di sopra di ogni forma di rappresentanza e di mediazione”. E’ una definizione che si può condividere tranne che per il riferimento alla “totalità organica”. Nel caso, ad esempio, del M5s non è la comunità radicata nel suolo e nella storia quella che viene fuori ma una “società degli individui” alla quale è estraneo ogni riferimento a valori che non coincidano coi diritti: nei populismi classici – fascista e comunista – l’etica identitaria (la nazione, la classe) induce al sacrificio personale, nel populismo pentastellare non c’è l’idea della patria o della classe tradita ma l’altra del cittadino truffato – dei milioni di cittadini truffati. La questione non è politica, non si risolve con la lotta elettorale ma è “giudiziaria”, si risolve in tribunale.

 

Ed è qui che sta il “genio” di Beppe Grillo: nell’aver partorito un “noi”, un movimento politico di tipo comunitario sulla base di un valore societario – l’indignazione moralistica contro quanti calpestano i “diritti” dei cittadini. Il moralismo, è ovvio, caratterizza tutti i populismi ma la novità sta nel fatto che la vittima del malgoverno e delle ruberie non è un popolo, o una classe carismatica (come il proletariato nella dottrina marxista) ma sono atomi sociali che la calamita pentastellata tiene assieme e ai quali si promette una giustizia rapida e implacabile. Anche il populismo americano difendeva il minute man ma quest’ultimo incarnava modelli antropologici ancestrali – la filosofia della frontiera, la nostalgia del mondo della prateria, l’insofferenza nei confronti di un governo federale lontano e nemico dei pionieri. Il seguace di Grillo, al contrario, rappresenta solo se stesso, il suo lavoro, la sua casa, la sua famiglia: vuole unicamente che ladri e pregiudicati compaiano sul banco degli imputati per pagare il fio della loro disonestà.

 

Il disgusto profondo che da anni investe la politica italiana – alimentato dai mass media e dagli imprenditori dell’anticastismo – è arrivato a livelli tali che ormai si può fare a meno della logica “identitaria”, su cui contava la Lega. Basta il grido Galera! Galera! a ottenere consenso elettorale. Per questo è vano illudersi che la denuncia dell’incompetenza degli amministratori grillini sia un’arma efficace per contrastare l’ irresistibile (per ora) ascesa del M5s. Gli “incompetenti” infatti vengono pur sempre percepiti come “i nostri” e i loro errori come frutto di comprensibile inesperienza e, soprattutto, delle difficoltà frapposte sul loro cammino da un’accolita di politici che non vogliono farsi da parte.

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