Come il Corriere è finito per giustificare lo squadrismo del M5s

Guido Vitiello

Sono mesi, ormai, che non riesco più a chiamarlo Corriere della Sera. Avevo deciso di ribattezzarlo “Il Facta Quotidiano”, ma un amico mi ha subito obiettato che almeno Facta provò a proclamare lo stato d’assedio. In Via Solferino invece, mentre monta l’onda più limacciosa e nera della storia repubblicana, se va bene fanno il morto a galla, se va male il surf con i pantaloncini a fiori. Onore a Facta, dunque; e restando nell’album di famiglia della testata, onore alla dignità tragica di Luigi Albertini, che aveva un concetto alto dei compiti storici della borghesia e che finì per scontare il suo benintenzionato abbaglio, l’illusione che si potesse salvare il vecchio tronco dello stato liberale immettendovi la linfa del fascismo – che era semmai la scure pronta ad abbatterlo. La candela della ragione borghese che il Corriere teneva sotto il moggio di calcoli imprudenti irraggiava meglio altrove, sulla Stampa di Salvatorelli e negli interventi di Ambrosini che dal 1919, sul quotidiano torinese, scandì il suo ritornello impeccabile: “L’anarchia scende dall’alto”.

 

Oggi le tappe dell’ammutinamento borghese sono più concitate e soprattutto più indolori. Al Corriere si erano dati il compito di “costituzionalizzare” il M5s, il cui miglior omaggio alla Costituzione è stato finora quello di usarla, il 4 dicembre 2016, come palla da demolizione. Ma quella fase è alle spalle, missione compiuta: la srl del figlio di Casaleggio ha incoronato, in una chiave di marketing della rassicurazione, uno che sa mantenere l’aria del portaborse democristiano anche quando dice, come sull’euro, fantascientifiche bestiaggini. Al Corriere tanto basta; l’unico cruccio, tutto sartoriale, è di non veder sgualcito il “grillismo in abito grigio”. Chissà se Donna Assunta conserva ancora il ferro da stiro del marito. Del resto, l’ha spiegato Galli della Loggia, forse i grillini non sono eversivi (lui non sa, deve chiederlo al giurista), sono “soltanto” antidemocratici. E altre grandi firme hanno precisato che lo squadrismo grillino è “soltanto” verbale e digitale, quindi tutto bene (l’unica regola del gioco civile, a quanto pare, è non spaccare nasi).

 

Alle fasi della capitolazione culturale e della pseudo-costituzionalizzazione trasformistica si può ormai mettere la spunta, e passare oltre. Eccoci così al caso Boschi, che al di là del (microscopico) merito e della (macroscopica) ipocrisia si può considerare la prima “esercitazione militare congiunta” delle potenze dell’asse mediatico-politico che qui Maurizio Crippa ha battezzato Circo Grillo e che io, in onore a Pannella e al suo tormentone sulla P-Scalfari, preferisco chiamare P-Cairo. Niente di complottardo, nessun odore di massoneria, tutto fin troppo visibile: è la ciclica storia del potere italiano, le cui fazioni, dietro i paraventi retorici del “popolo” contro la “casta”, delle campagne di moralizzazione e di indignazione orchestrata, fanno i loro regolamenti di conti tutti intestini, compiono i loro riposizionamenti tattici, consumano le loro vendette. Era già accaduto, in grande stile, nel 1992 – ma quella è una storia che si fatica ancora a raccontare; e chissà che la parola più rivelatrice di questi giorni non l’abbia detta suo malgrado proprio Di Maio, salutando “il Mario Chiesa della Seconda Repubblica”. Le scimmie urlatrici dei talk-show e le piazze digitali indignate sono solo massa di manovra. L’anarchia, anche oggi, scende dall’alto.

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