Lerner ci dice perché Pisapia si è ritirato e perché Grasso è un bluff

David Allegranti

Roma. Dice Gad Lerner, di mestiere giornalista e per passione ideologo pisapiano, rivolto ai compagni di avventura mancati, cioè bersanian-dalemiani da una parte e renziani dall’altra: occhio a rinunciare, pure in maniera un po’ strafottente, alle “stampelle”, perché di questi tempi possono essere “preziose”. Giuliano Pisapia fu definito “stampella di Renzi, ma oggi nella costernazione generale vedremo come il centrosinistra, con il Pd azzoppato, finirà sulla sedia a rotelle in assenza di stampella”. Certo, Lerner è di fronte a “una sconfitta” e lo ammette, perché Campo Progressista non parteciperà alle elezioni, ma “la scelta di non partecipare alla competizione elettorale non significa che le nostre ragioni fossero velleitarie, semmai necessarie”. Lerner e Pisapia pensavano che quelle ragioni di unità potessero prevalere su quelle dell’odio. E invece assistiamo “a questo paradosso: a livello nazionale non ci sarà centrosinistra, perché i due tronconi, che si detestano, si combatteranno collegio per collegio”, come ha per l’appunto detto con un certo orgoglio Roberto Speranza. E questo “nonostante ci sia un tessuto di amministrazioni regionali e grandi città governate insieme. In Toscana c’è il più polemico militante dell’antirenzismo, Enrico Rossi, eppure il suo governo regionale continua a reggersi sui voti decisivi dei renziani così come in altre città c’è un tessuto di base unitario”. Ecco un simile patrimonio andrà distrutto nella famosa lotta “collegio per collegio”. Per questo, dice Lerner, “rimpiangeranno le stampelle”.

   

Lo scrittore e conduttore televisivo lo aveva già capito, quando nel luglio scorso, salì sul palco e definì Pisapia “leader riluttante”. “Già allora era percepibile un altro disegno, che non era solo impresso nei simboli di partito. Si avvertiva la potente nostalgia, peraltro comprensibile, del partito di sinistra, di Berlinguer e del Pci. Un ritorno impossibile, inattuale. E lo dimostrano gli stessi promotori che hanno dovuto ricorrere alla frettolosa cooptazione di Pietro Grasso, perché loro per primi si sono resi conto dell’inattualità del grande partito che fu”. I Bersani e i D’Alema vogliono riproporre il berlinguerismo e soprattutto il corbynismo in Italia ma “qui, come è evidente dalle biografie dei leader di questo movimento, Liberi e Uguali, non trova interpreti credibili, perché il corbynismo si fonda sulla coerenza di Jeremy Corbyn, che dal 1983 è stato all’opposizione interna al suo partito, aggrappato alle sue idee, mentre gli ex comunisti che hanno dato vita a Liberi e Uguali, e oggi vivono un ritorno massimalista, in materia economica e sociale hanno sostenuto tutto e il contrario di tutto, da Bersani a Fassina, a D’Alema, dal pareggio di bilancio in Costituzione al voto sul jobs act. Hanno sposato in pieno il blairismo e il modello democratico clintoniano, tutte cose che la Cgil si dovrebbe ricordare”. Una volta capito che con i “massimalisti di ritorno” non c’era più possibilità di dialogo – si arrabbiarono molto, ritirando la delegazione al tavolo sul programma, per una battuta di Lerner, “Quando D’Alema dice: Giuliano, tu sei il leader, noi ci tocchiamo i cosiddetti”, e per una foto di Pisapia con la Boschi – lui capì quale era l’andazzo. Per questo è tornato “al lavoro di base e di inchiesta” e ha scritto “Concetta” (Feltrinelli), un libro sulla storia di Concetta Candido, addetta alle pulizie in una grande birreria, che si è cosparsa di alcol e si è data fuoco. Lerner ha scritto questo libro chiedendosi “se sia recuperabile o meno un rapporto fra i gruppi dirigenti della sinistra e le classi subalterne che è stato reciso. Non è questione di Renzi, ma dell’ultimo quarto di secolo. Oggi la sinistra è minoritaria nella classe operaia. Il pil è cresciuto, la crescita economica è importante ma, smentendo tutte le teorie economiche, in proporzione il reddito da lavoro non cresce né tantomeno crescono le tutele. Crescono i contratti a tempo determinato e le paghe dei contratti a tempo indeterminato sono clamorosamente inadeguate. A me ha fatto impressione che una storia esemplare come quella di Concetta non venga considerata un tema politico. Il sociale si è distaccato dalla politica di sinistra”. Pd compreso. Pisapia era riluttante proprio per questo, perché vedeva il centrosinistra non interessato a simili tematiche. E alla fine è arrivato Pietro Grasso, “che ha una storia molto diversa da quella di Di Pietro o Ingroia. Ha una esperienza unanimemente autorevole, cionondimeno si è trattato di una cooptazione frettolosa e come tale assolutamente revocabile da parte di chi lo ha cooptato. Con la stessa disinvoltura con cui a giugno, luglio, agosto, D’Alema e Bersani rilasciavano interviste in cui dicevano che ‘il leader è Pisapia’ oggi dichiarano che il leader è Grasso. Il metodo era e rimane lo stesso”. Insomma, Lerner è deluso. Già lo aveva deluso assai il Pd, da cui ne è uscito questa estate, “molto a malincuore”, dopo aver constatato che sull’immigrazione il partito di Renzi aveva traccheggiato fin troppo. Dalla mancata revoca della legge sul reato di immigrazione clandestina alle mille promesse di Renzi e le mille rassicurazioni di Luigi Zanda sullo ius soli – subito dopo la vittoria alle Europe, “quando non cera Alfano che tenesse”, e più recentemente – salvo avere la conferma della giustezza dell’addio quando all’ultima Leopolda “lo ius soli non è stato nemmeno citato”.

  

Campo Progressista tuttavia “continuerà a esistere come associazione di associazioni e di movimenti. E in alcune realtà non escludo che possa anche partecipare a competizione di carattere regionale. Non più tardi di due settimane fa io e Giuliano siamo intervenuti nell’assemblea in cui si lanciava la candidatura di Giorgio Gori, il candidato più competitivo messo in Lombardia dal centrosinistra da quando esiste l’egemonia del centrodestra. Saremo comunque felici se singole personalità che hanno lavorato con noi saranno candidate dall’una e dall’altra parte, se il Pd avrà l’intelligenza di candidare personalità che un domani vorranno lavorare alla ricostruzione del tessuto unitario. Così come mi auguro che Laura Boldrini – la cui popolarità a sinistra è sottovalutata dai media perché poco empatica – sarà ancora in parlamento”. Contro l’“irrilevanza massimalista”.

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