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Una voce che sembra un organo. A Venezia la ricerca passa per l’antico
Nella settantesima edizione della Biennale Musica, il canto sembra essere uno dei temi portanti. Intitolata quest'anno "A Child of Soul", richiama la necessità di recuperare la semplicità, l'immediatezza e l'assoluta mancanza di filtri che può avere un bambino che emette i primi vagiti
27 OTT 26

(Foto Getty)
Venezia è una città profondamente musicale, lo si vede già all’ingresso della basilica di San Marco: nel Giudizio universale che sovrasta il portale centrale spiccano due angeli che suonano le trombe. La Laguna custodisce nel cimitero di San Michele il corpo di Igor Stravinskij e ha visto morire Richard Wagner. La lista dei musicisti che, dal Cinquecento ai giorni nostri, hanno vissuto qui anche solo per brevi periodi racconta il fermento creativo che ha animato canali e calli e che si è poi aperto alla musica del Novecento. Nel 1964 Luigi Nono portò alla Fenice, per la Biennale, La fabbrica illuminata, in cui la voce di Carla Henius si confonde con i rumori registrati negli stabilimenti Italsider di Cornigliano.
A Venezia la voce ha sempre avuto un posto privilegiato: è uno strumento capace di unire antico e contemporaneo e di prestarsi come pochi alla sperimentazione. Negli ultimi anni, per alcune importanti compositrici, il ritorno alla voce è passato dalla riscoperta dell’organo a canne. Sono musiciste passate per l’elettronica, come Kali Malone, Sarah Davachi e Kara-Lis Coverdale. Caterina Barbieri ha scritto con Malone le musiche per l’installazione di Massimo Bartolini al Padiglione Italia del 2024, un ponteggio trasformato in organo. Davachi, Leone d’argento di quest’anno, ha dato ai suoi ultimi album, costruiti attorno all’organo, titoli che parlano di cori e di lingue: The Head as Form’d in the Crier’s Choir e The Will of Tongues.
E in questa settantesima edizione della Biennale Musica, il canto sembra essere uno dei temi portanti. Nello scorso fine settimana, Davachi ha presentato Chanters, opera per organo, coro e orchestra, mentre Coverdale ha scritto una nuova pagina, accanto a Hildegard von Bingen e Arvo Pärt, che i Tallis Scholars hanno cantato a San Marco. Più avanti, Barbieri presenterà un nuovo lavoro per grande ensemble, quattro voci ed elettronica. Nella stessa serata, la scozzese Clarissa Connelly proporrà i suoi Canons per otto voci a cappella. Quanto a Keiji Haino, Leone d’oro alla carriera e da mezzo secolo figura estrema dell’improvvisazione giapponese, ha scelto per l’occasione ghironda, percussioni e la propria voce.
Che la ricerca passi per l’antico non stupisce chi ricorda come, fino a tutto il Cinquecento, la musica d’arte venisse pensata anzitutto per le voci e come gli strumenti, anche quando facevano da sé, continuassero a “ragionare da coro”: Bach intitola Ricercar a 6, cioè a sei voci, una pagina dell’Offerta musicale che un clavicembalista può suonare da solo. Webern, orchestrandola fra il 1934 e il 1935, spezza ogni frase in schegge timbriche affidate a strumenti diversi, e l’intreccio delle sei voci arriva all’orecchio attraverso un colore che cambia di continuo. Il Miserere che Gregorio Allegri scrisse intorno al 1638 per la Settimana Santa nella Cappella Sistina alterna il canto piano a versetti in falsobordone, un’armonizzazione a più voci del tono salmodico che torna sugli stessi pochi accordi a ogni ripresa. In tempi più recenti Arvo Pärt, dopo la dodecafonia e i collage degli anni Sessanta, ha inaugurato lo stile tintinnabuli, al termine di anni di quasi silenzio trascorsi sul gregoriano e sui polifonisti di Notre-Dame.
In questo senso la Biennale Musica intitolata quest’anno “A Child of Sound” richiama la necessità di recuperare la semplicità, l’immediatezza e l’assoluta mancanza di filtri che può avere un bambino che emette i primi vagiti. Andare all’origine della musica, alla voce, a qualcosa che è il grande e naturale strumento musicale dell’uomo, permette anche di sperimentare e intraprendere strade mai battute. Luciano Berio – che con la Biennale ebbe un lungo e proficuo rapporto – ne fece lavoro e studio quotidiano insieme a Cathy Berberian. “Un ricordo al futuro” da non perdere mai di vista.