Musica
un rave sinfonico •
Dai canti sacri alla techno: Caterina Barbieri ci racconta la sua Biennale Musica di Venezia. “Sarà la mia ultima edizione, poi torno a comporre”
La settantesima edizione della rassegna si terrà dal 10 al 24 ottobre. Intervista alla direttrice che conclude il suo mandato: "Il mio obiettivo è aprire la Biennale a un pubblico più intergenerazionale. In questi anni ho cercato di coltivare rapporti con chi ha a cuore Venezia in una dimensione più viva e underground. Non c’è solo il turismo"
26 SET 26

Alla Giudecca c’è una panchina su cui potrebbe capitarvi di incontrarla. E’ la sua panchina preferita e lei, Caterina Barbieri, vi si reca per guardare il tramonto sulla Laguna, la vastità dell’orizzonte che cambia pian piano colore. “Vivendo a Berlino sono abituata a un orizzonte bloccato. Qui invece ogni volta vengo rapita da questa città che ti assoggetta a un’esperienza sensoriale fortissima. Per me Venezia rappresenta questa dimensione di mutevolezza un po’ psichedelica, questo gioco perpetuo di luce, movimento, acqua e agenti atmosferici che mi ricorda tantissimo il linguaggio della musica”. Barbieri è una delle più importanti compositrici elettroacustiche al mondo, un vanto italiano. E dallo scorso anno è direttrice della Biennale Musica, chiamata direttamente da Pietrangelo Buttafuoco che non ha badato alla sua giovane età (per gli standard italiani): 34 anni all’epoca della nomina. La scorsa edizione aveva per titolo “La stella dentro”, un’intuizione avuta percorrendo Piazza San Marco di notte, quando i turisti hanno già fatto rientro nei relais e rimane solo (quasi) il rumore dei propri passi e lo sciabordare dell’acqua più in là. Quella di quest’anno “A Child of sound”, che sarà l’ultima perché “mi hanno chiesto di restare ma ho rifiutato. Ho scelto di continuare a fare musica: per me è la cosa più importante di tutte”, rivela al Foglio la direttrice. La settantesima edizione prenderà il via il 10 ottobre e si chiuderà il 24: “Già l’anno scorso c’era l’intenzione di aprire a un pubblico più variegato anche attraverso una rappresentazione della musica del presente che sia il più transgenerazionale possibile”, racconta Barbieri. “L’idea di questo simbolo un po’ poetico del bambino, nata nelle conversazioni con gli artisti avute durante la scorsa edizione, risponde a quest’esigenza di rompere un po’ le regole, di un’infanzia irriverente. Perché questa è l’idea di musica d’avanguardia a cui sono affezionata, una musica che a suo modo è anche trasgressiva. Poi ‘A Child of sound’ secondo me riporta a un’idea vergine dell’ascolto, una modalità più incondizionata, meno filtrata dalle sovrastrutture culturali. Mi piaceva questo concetto primigenio, primordiale di ascolto. C’è poi l’elemento curativo della musica, che permette di trasformare anche le emozioni difficili, il dolore, nel bello. E’ un dono che hanno gli artisti a cui corrisponde a mio avviso un dovere: offrire nel momento del concerto uno spazio di trasformazione collettiva, di catarsi. Il bambino, quindi, come figura di guarigione e rivoluzione”.
“Il mio obiettivo è aprire la Biennale a un pubblico più intergenerazionale. Rappresentando la musica del presente”
A scorrere il cartellone ci si trova di fronte a una ricerca maniacale per la novità, ma soprattutto un’attenzione alla rappresentanza di territori e culture che per gran parte degli ascoltatori rimangono inesplorati: dalla musica dance Singeli nata nei sobborghi della Tanzania passando per le chitarre classiche, le sonorità popolari cubane, la musica sacra marocchina, la dub-techno giapponese. Frutto più di qualcosa che si è intercettato nel corso della propria carriera o di una vera e propria ricerca? “Un po’ un misto. Grazie all’attività concertistica ho avuto l’occasione di incontrare tantissimi artisti in giro per il mondo”, risponde Barbieri con voce mossa da passione autentica per il suo lavoro di curatrice. “Una vocazione importante della Biennale è quella di supportare nuove creazioni, commissionare nuovi lavori. E penso che la conoscenza degli artisti sia fondamentale. Però per me uno stimolo prezioso è stato proprio quello di tornare a studiare, fare ricerca su temi specifici, perché molto spesso all’artista capita di isolarsi in una bolla. I miei sono sempre temi vasti. Ma ho a cuore il dare spazio anche a tradizioni extra occidentali. E’ stato fatto un lavoro per cercare di entrare in contatto con espressioni che non fossero solamente turistiche o quelle classiche che girano nel circuito internazionale. L’anno scorso ho fatto un viaggio in Tunisia e sono entrata in contatto con la musica nord-africana e già nella scorsa edizione c’erano stati progetti legati a quel mondo. Quest’anno ci sarà Asmae Hamzaoui, astro nascente della musica sacra gnawa. Siamo stati a lungo in contatto con il Mazaher Ensamble, uno degli ultimi gruppi legati a questa musica vissuta come rituale di purificazione dai demoni, ma che purtroppo non potrà essere a Venezia per l’anzianità dei suoi componenti”. Ovviamente c’è molta Italia e non è scontato perché nella musica elettronica, e Caterina Barbieri lo sa bene, gli artisti italiani, da lei stessa a Lorenzo Senni (entrambi artisti di culto per un nume tutelare del genere come Aphex Twin), Donato Dozzy, Luigi Tozzi, Dino Sabatini, sono più apprezzati all’estero che non in casa. “E’ vero, e infatti la nomina alla Biennale, che è comunque un ambito molto istituzionale, mi ha molto stupita. So quanto nel contesto italiano sia difficile che questa musica venga riconosciuta dall’establishment, cosa che all’estero non ho riscontrato. Io poi vengo da un ambiente accademico, avendo studiato al Conservatorio, e devo dire che non mi sono mai sentita, in passato, molto valorizzata. Ma vedo che ci sono dei segnali positivi di cambiamento che vanno di pari passo con una fioritura della scena musicale italiana riconosciuta all’estero. Oltre a festival che attirano sempre più un pubblico internazionale”.
“In Italia c’è grande ignoranza sulla musica elettronica, credono che io sia una dj quando non ho mai fatto un dj set in vita mia”
I riferimenti al C2C Festival di Torino ma anche al Lost Festival di Parma sono molteplici. La sfida della Biennale Musica è anche questa: mettere a sistema gli stimoli e la crescita provenienti dalle varie scene locali del paese, quelle della tradizione e quelle che si proiettano nel futuro. “A mio avviso la Biennale deve essere veramente un’occasione per supportare la scena italiana senza ghettizzarla. Il mio interesse era anche celebrare figure pionieristiche che hanno avuto un ruolo seminale come Francesco Messina con i ‘Prati bagnati del monte analogo’: un disco prodotto da Battiato che all’estero ha avuto tantissimi riconoscimenti e che però in Italia è suonato pochissimo. Ci sarà anche Gigi Masin, che è un compositore veneziano, autore di ‘Wind’, disco di culto della musica ambient, campionato da artisti come Bjork, scritto alla Giudecca negli anni 80 e mai suonato nella sua Venezia. Entrambi presentano questi lavori storici ma anche nuova musica: Messina un nuovo lavoro intitolato ‘Le api dell’invisibile’, Masin un’opera per ensamble che ho affidato a Marie Luise Buch, una compositrice danese di nuova generazione. Un evento che si terrà all’aperto, nei giardini di Sant’Elena perché volevo fosse aperto alla città. Visto che già dalla scorsa edizione ci siamo resi conto di come un tema complicato per la Biennale sia l’accessibilità dei concerti, non per una questione di costo dei biglietti ma per le capienze limitate”. Tra i nomi nuovi italiani Marta De Pascalis, “artista romana che vive a Berlino e che per me è una nuova esponente di quel minimalismo sintetico, con un lavoro molto coerente”, racconta ancora Barbieri. “Ma anche Grand River, altra debuttante, che presenterà in esclusiva un nuovo lavoro in uscita con Editions Mego, un’etichetta austriaca storica per la musica sperimentale”.
Tra le venue della kermesse anche il Forte Marghera, lontano dal turismo ciabattante, le vetrine ricolme di cannoli verdastri e spaghetti tricolore e più votato a una dimensione da club, anch’essa forse non particolarmente apprezzata nel contesto italiano. Vi si esibirà il meglio dei dj e produttori mondiali, dalla techno giapponese di Dj Nobu alle sonorità breakbeat di Polygonia, Livwutang (ma qui e in in altre location si esibiranno anche Loidis, Carrier, Mechatok, gli artisti dell’etichetta discografica portoghese Principe). Secondo lei che vive a Berlino l’Italia è arretrata anche nel riconoscimento della cultura del clubbing non come semplice momento danzante, di festa? “Direi di sì, a volte pensano che io sia una dj quando non ho mai fatto un dj set in via mia”, risponde Barbieri. “C’è grande superficialità, per non dire ignoranza, rispetto alla conoscenza della musica elettronica e alla validazione di questo mezzo espressivo nel nostro paese. Spesso il musicista viene visto semplicemente come un dj che suona in discoteca. Ci sono sicuramente un po’ di parametri culturali che si potrebbero svecchiare. Io però che vivo a Berlino, dove il clubbing è vissuto con molta serietà, oltre a tutto un business che ruota attorno alla città, non ho questo tipo di dicotomia quindi con la Biennale ho cercato di muovermi fluidamente tra queste espressioni e di metterle sullo stesso piano. Tra l’altro, secondo me, Venezia è una città che ha un gran desiderio della dimensione club perché ha pochissime possibilità di viverla, nonostante sia una città universitaria e sia popolata da tantissimi giovani”, provenienti peraltro da tutto il mondo, dal Salento a Hong Kong. “Anche per questo gli eventi al Forte Marghera sono sempre partecipatissimi”.
“Cerco di coltivare rapporti con chi ha a cuore Venezia in una dimensione più viva e underground. Non c’è solo il turismo”
Barbieri in questi due anni ha continuato a fare la spola tra Berlino e la Laguna. E viverci, a Venezia, secondo lei è il prerequisito per capirla, provare a far sì che la Biennale lavori a ricostruire, almeno in parte, il senso di una città-museo dedita sempre più e unicamente al turismo mordi e fuggi. “Bisogna conoscerla oltre quella patina turistica che sicuramente esiste. L’anno scorso ho chiesto di avere un appartamento, in cui peraltro ho iniziato a comporre il mio nuovo album – mi svegliavo, aprivo la finestra e suonavo, perché volevo anzitutto iniziare a conoscere la città. Ho iniziato a girare la Laguna, i veneziani si muovono per lo più con i barchini e proprio i barchini sono stati utilizzati per aprire la scorsa edizione, con un’esibizione di Chuquimamani-Condori a cui abbiamo assegnato il Leone D’Argento (quest’anno invece il riconoscimento andrà alla compositrice Sarah Davachi). Ho conosciuto tante persone, molte delle quali portano avanti attività culturali tutto l’anno. Per esempio Paolo Rosso, fondatore del Cinema galleggiante alla Giudecca. Insieme abbiamo fatto un evento segreto sull’Isola di Sant’Andrea, un’isola di cui mi sono innamorata. Sono entrata in contatto con lui e con altre figure dell’underground veneziano. Cerco di coltivare rapporti con persone che hanno a cuore Venezia in questa dimensione viva e non solo per il suo sfruttamento economico-turistico. C’è una scena locale molto vivace perché la Biennale è anche un catalizzatore di infrastrutture e attenzioni. Io nel mio piccolo ho cercato di valorizzarla, la scena locale, chiedendo per esempio al collettivo ‘100_ve’, più legato al clubbing, composto da ragazzi e ragazze molto giovani, di curare loro una serata specifica del cartellone della Biennale”.
Alla domanda su cosa le piacerebbe venisse ricordato delle sue edizioni della Biennale Musica, Barbieri risponde di “non averci pensato granché”. Poi però si fa trasportare da un afflato sincero: “Vorrei che la musica tornasse a essere un’esperienza potente vissuta non solo in maniera consumistica ma come atto sociale e collettivo. Come tutte le istituzioni la Biennale ha paletti e margini ma il mio obiettivo è un po’ quello di romperli, quegli argini. E aprirla a un pubblico più vivo, vivace. Ecco, vorrei che restasse questo linguaggio musicale vivo in grado anche di cambiare il presente”. I meriti e i risultati sono sotto gli occhi di tutti. E allora perché non rimanere a Venezia anche per un nuovo biennio? Del resto tra i predecessori di Barbieri ci sono anche direttori il cui incarico è durato svariati anni. “Me l’hanno chiesto, di restare per un altro biennio”, confessa allora al Foglio la direttrice. “Devo ammettere che per un po’ ci ho riflettuto. Poi però ho capito che per tornare a comporre ho bisogno di silenzio, di privacy attorno a me. Ho scelto di rifiutare anche perché per me la musica, comporre, viene prima di ogni altra cosa”.
“La selezione? Frutto dei miei viaggi. Ma anche di studio e ricerca. Di solito da artisti ci si isola in una bolla. Ho cercato di uscirne fuori”
Ancora un paio di settimane, quindi, e quel cartellone così vasto, oltre 130 artisti in programma, decine di esclusive e prime assolute, prenderà forma, in tre weekend. Poi Barbieri dismetterà la routine fatta di passeggiate tra la Giudecca e il Castello, le sue zone preferite, la composizione con vista sulla Laguna e tornerà nella sua Berlino. Chissà però che non torni, ogni tanto, a far visita alla sua panchina preferita. Quella in cui adesso si reca per ammirare la pienezza dell’orizzonte, un orizzonte che accoglie e non rigetta. Per restituire con le sue note e sonorità distorte quel che Iosif Brodskij di Venezia seppe tradurre a parole, quasi un manifesto per chi verrà dopo di lei: “Acqua è uguale a tempo e l’acqua offre alla bellezza il suo doppio. Noi, fatti in parte d’acqua, serviamo alla bellezza allo stesso modo. Toccando l’acqua, questa città migliora l’aspetto del tempo, abbellisce il futuro. Ecco la funzione di questa città nell’universo. Perché la città è statica mentre noi siamo in movimento. La lacrima ne è la dimostrazione. Perché noi andiamo e la bellezza resta”.