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Che fine ha fatto il grunge?

Molti eroi dell’ultima scena rock continuano a tenerne alta la bandiera. E poi ci sono le nuove leve. Ma nulla sarebbe stato possibile senza la sgangherata avventura dell'etichetta Sub Pop. Un libro ripercorre l'impresa

13 Gennaio 2019 alle 06:00

Che fine ha fatto il grunge?

Foto pixabay.com

È stata con ogni probabilità l’ultima scena rock universalmente riconosciuta come tale e quella che più di ogni altra ha legato le proprie fortune a quelle della città da cui ha preso origine. Non solo: considerando l’estrema varietà di cifre stilistiche dei suoi interpreti, è stata anche quella che più di ogni altra ha codificato i suoi paradigmi non tanto partendo da un marchio di fabbrica sonoro immediatamente identificabile, quanto da un’impronta simil-ideologica dettata dalla sua etichetta discografica di punta.

   

Stiamo naturalmente parlando del grunge, la cui storia affonda le radici nella seconda metà degli anni Ottanta in una Seattle che, nel breve volgere di poco più di un lustro, collocabile tra il 1987 e il 1994, smise di essere per tutti gli appassionati di musica soltanto il posto in cui era nato Jimi Hendrix una quarantina di anni prima, trasformandosi nella nuova Mecca delle sette note. E se è vero che il suo trionfo su scala internazionale è da ricondurre al successo commerciale dei vari Nirvana, Pearl Jam, Soundgarden e Alice in Chains, è altresì vero che nulla sarebbe stato possibile senza l’incontro e la successiva, sgangherata, avventura imprenditoriale messa in piedi da due ragazzi, Bruce Pavitt e Jonathan Poneman, la cui storia è stata dettagliatamente raccontata dalla giornalista milanese Valeria Sgarella nel suo recente Oltre i Nirvana (Edizioni del Gattaccio, pp 240, 15 euro).

     

Fondatori dell’ormai iconica label Sub Pop, Pavitt e Poneman, pur avendo caratteri quasi agli antipodi, si lanciarono nell’impresa condividendo alcune idee che, nel corso degli anni successivi, si rivelarono vincenti in un mercato dominato da colossi strutturati come multinazionali e con delle risorse finanziarie completamente differenti dalle loro.

    

La prima fu senza dubbio l’aver intuito che il disco non è soltanto un prodotto commerciale da piazzare negli scaffali dei negozi, ma un oggetto in grado di dire qualcosa di importante sulla natura di chi lo compra. È per questo motivo che, fin dagli (a dir poco) stentati esordi, la label si premurò di licenziare singoli, ep e ellepì quasi sempre molto personalizzati: non il solito, anonimo nero standard, ma un’intera e sgargiante gamma di colori che permettesse già nel momento del suo acquisto di percepire il vinile che si aveva tra le mani come un rarità.

 

 

 SleaterKinney “Start Together” box set (foto via Sub Pop)

 

In secondo luogo, i due lavorarono sul fondamentale concetto di fidelizzazione del cliente inventando il cosiddetto Single Club, un sistema di preordine attraverso il quale una parte del catalogo che sarebbe stato prodotto nel corso dell’anno, poteva essere acquistato in anticipo versando una cifra ridotta per poi vedersi recapitata ogni mese a casa una delle novità proveniente da Seattle e dintorni. Questo espediente garantiva un flusso di denaro in cassa abbastanza costante, che poteva tornare utile quando i debiti con i vari fornitori si facevano troppo onerosi o, peggio, e non di rado, quando a fare capolino era l’incubo della bancarotta. Inoltre, creava uno status da ascoltatore privilegiato, che consentiva al potenziale sostenitore di sentirsi una sorta di piccolo mecenate e di pioniere sonoro (basti pensare alla prima offerta del servizio, Love Buzz/Big Cheese dei Nirvana del 1988, oggi divenuto un pezzo da collezione).

  

  

Terza e fondamentale sintonizzazione di lunghezza d’onda ideologica tra i due, fu il comune sforzo nell’elevare la scarsità di risorse messe a disposizione delle proprie band per tour, spese e pubblicità a tratto distintivo, anzi, elettivo. Se i gruppi delle altre etichette potevano contare su un sostegno economico più congruo, quelli della Sub Pop, con i loro budget ridotti all’osso, venivano “poeticamente stimolati” a cavarsela da soli con i problemi pratici, avendo quindi la responsabilità di dimostrarsi creativi a 360 gradi ed autoelevando la propria figura di squattrinato e loser a unico obiettivo estetico cui un vero musicista avrebbe dovuto tendere (da cui anche lo spregio per i classici abiti di scena sfarzosi delle rockstar, a favore di camice di flanella a quadri modello-taglialegna, jeans strappati e Converse che divennero poi l’uniforme di almeno un paio di generazioni).

    

Grazie a queste intuizioni e a decine di altre (a volte incredibili) trovate, la Sub Pop divenne per tutte le band di Seattle e dintorni una tappa obbligata, riuscendo a mettere sotto contratto almeno per una singola pubblicazione quasi tutti i big del genere a eccezione di Alice in Chains e Pearl Jam (i cui fondatori Stone Gossard  e Jeff Ament furono però membri della prima formazione scritturata dall’etichetta, i seminali Green River) e affermandosi, seppur tra mille difficoltà e trasformazioni, in una sorta di griffe musicale il cui pregio e la cui particolarità vengono ancora riconosciuti come tali dopo oltre 30 anni.

    

Nelle pagine del libro della Sgarella, trova poi spazio anche un’interessante descrizione del contesto nel quale il grunge si sviluppò e cominciò a prosperare, con una Seattle catturata nel momento in cui, da anonima città nel nord ovest degli Stati Uniti, divenne base operativa di colossi come Amazon e, dunque, tra le principali realtà economiche del paese. Una trasformazione, questa, che ebbe importanti ripercussioni anche sulla scena musicale della città, contribuendo a porla ancor di più sotto i riflettori dell’opinione pubblica ma andando anche inevitabilmente a inficiarne la purezza originaria, quella dei tempi in cui centinaia di giovani si ritrovavano in maleodoranti scantinati o in piccoli locali per dare avvio a una rivoluzione musicale e di costume armati dei loro sogni e poco altro.

   

Molti di quei giovani, ormai al di là del mezzo secolo, continuano a tenere alta la bandiera del genere nonostante la scomparsa di tanti celebrati interpreti.

   

   

I Pearl Jam, come si sa, pur non avendo più pubblicato release dal 2013, continuano a girare il mondo con i loro affollati tour e, dalla morte di Kurt Cobain in poi, sono diventati un po’ il gruppo-guida del movimento. Sempre in pista anche gli Alice in Chains, che, dopo una legittima pausa, hanno reagito alla tragica scomparsa di Layne Staley, assoldando dietro il microfono William DuVall. Niente da fare, invece, per i Soundgarden, i quali dopo l’acclamata reunion del 2010 hanno dovuto ammainare bandiera bianca in seguito al suicidio di Chris Cornell nel 2017.

  

Chi, invece, non ha mai smesso di suonare e di fare proseliti sono i veri padri putativi del genere, i Mudhoney di Mark Arm, che giusto qualche mese fa hanno dato alle stampe l’ottimo Digital Garbage, il cui tour promozionale ha fatto recentemente tappa in Italia con tre energetici concerti a Bologna, Roma e Milano. Stesso discorso anche per la band che, pur non essendo mai stata considerata propriamente grunge, ne è stata di sicuro la fonte di ispirazione privilegiata, cioè i Melvins dell’istrionico “Buzz” Osborne, che lo scorso anno hanno pubblicato Pinkus Abortion Technician, continuando a portare avanti l’ormai trentacinquennale sperimentazione sonora che tanto colpì il post-adolescente Cobain. È poi di qualche mese fa, il 6 ottobre, l’esibizione al Festival Cal Jam di Dave Grohl, Krist Novoselic e del chitarrista-turnista Pat Smear, che hanno infiammato i cuori e, nello stesso tempo e forse con maggiore veemenza, fatto storcere il naso di tanti ammiratori dei Nirvana, alimentando le voci di una possibile reunion per il 2019.

  

 

Siccome, come si è detto, il grunge è un calderone musicale estremamente variegato ab origine, non ci si deve infine stupire del fatto che in questi suoi abbondanti trent’anni di storia, pur non costituendo più da tempo un fenomeno di massa, continui a rinnovarsi nella forma e a sfornare nuove leve. Tra le più interessanti i METZ, gli Strange Wilds, i Bully, e anche i nostri Shame, prodotti nientemeno che da un’altra autorità assoluta del Seattle-Sound della primissima ora, Tad Doyle.

   

Domenico Paris

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