Moda
Foglio della Moda •
Cotone italiano a Dubai
Lunga chiacchierata con Stefano Beraldo, ceo del gruppo OVS che continua a crescere a doppia cifra, nell’emirato ha appena aperto il più grande dei suoi negozi e ci anticipa le linee guida del suo nuovo progetto produttivo in aeroponica (zero pesticidi, impatto ambientale ridotto al minimo), in via di sperimentazione in Piemonte
8 NOV 26

Un’opera del progetto espositivo di Karima Shomely “Between a fold and a memory” alla Leila Heller Gallery di Alserkal Avenue (photo coourtesy)
Dubai, fine ottobre. Estiatorio Milos, cucina greca come il nome suggerisce, è il ristorante dove tutti vanno a Dubai, sempre si possa includere in un pronome collettivo quel gruppo eterogeneo di affaristi di ogni dove, turisti semi-stabili, manager della moda in cerca di soluzioni contro la crisis dei brand occidentali, politici ambiziosi e signorine molto scollate che affolla l’emirato senza poterne vantare la cittadinanza e senza poter nemmeno esibire la presunzione di innocenza che spetta invece ad Abu Dhabi, dove i banchieri e gli analisti locali tengono famiglia, sobbarcandosi un’ora di tragitto in auto ogni mattina per raggiungere il centro finanziario della dinastia al Maktoum. Estiatorio Milos si affaccia sulla fontana danzante del colossale Atlantis the Royal, che si è appena aggiudicato il quarto posto fra i migliori hotel del mondo. Alzando lo sguardo dai tavoli, se ne possono osservare agevolmente tutte le camere, illuminate a giorno e tutte uguali nell’arredo, nonostante l’architetto abbia tentato di dare varietà a questi cubicoli impilandoli apparentemente alla rinfusa, e infatti non si riesce a distoglierne lo sguardo: il nostro cervello apprezza la simmetria e tende a ricercare schemi ripetitivi e prevedibili per ridurre il dispendio energetico, qui si rischia di uscirne esausti. Da Milos, il ceo del gruppo OVS Stefano Beraldo è un habitué, sa perfino come debbano essere impilate le zucchine fritte con lo tzaziki e lo spiega al caposala: con quelli della moda, che tendono a perseguire l’estetica anche con lo zuccherino che accompagna il caffè, bisogna portare pazienza e infatti il ragazzo - qui sono tutti giovani, chissà che impressione dobbiamo fargli noi europei con le mèches per occultare la canizie - si è subito messo a disposition e accumula sulla tavola salse, pesce e verdura disposti con grazia e a intervalli regolari. Beraldo, che si vanta di detestare la mondanità e di non spartire alcunché con la genia del lusso ancorché ne stia erodendo le posizioni e il posizionamento con malcelata soddisfazione, a Dubai deve aver rivisto parecchie delle proprie convinzioni; d’altronde, vi ha appena investito 10 milioni di euro per il più grande dei suoi negozi, oltre 2500 metri quadrati nel Dubai Mall, con tutti i marchi in esposizione a partire da Piombo e da B.Angel, la linea giovane appunto, e con particolare enfasi sul comparto bellezza, Shaka, che sta crescendo a doppia cifra ovunque e anche all’ultima Beauty Week milanese ha creato problemi di ordine pubblico in via Senato dove era stato allestito un percorso fra graziosi stand dai colori pastello a causa degli accaparratori seriali di campioncini, fra i quali nessuno dimenticherà mai una giovanotta che si è presentata con un’ecografia per saltare la fila. Credo che nessuno abbia mai percorso il Dubai Mall per intero perché milleduecento negozi, oltre a un acquario, una pista di pattinaggio sul ghiaccio, ristoranti, la famosa cascata alta ventiquattro metri con le statue argentee dei tuffatori in memoria della tradizione dei pescatori di perle del Golfo e infinite altre attrazioni sono troppi per chiunque. So per certo che da qualche parte si trova una libreria della centenaria catena giapponese Kinokuniya: non sono riuscita a raggiungerla, frastornata dalle troppe vetrine, dalla musica e dalla prospettiva dei chilometri da percorrere, ma va anche detto che i libri non sono la merce più ricercata nell’emirato. Con qualche eccezione. Il giorno dopo la visita al negozio OVS, che si affaccia appunto sulla pista di pattinaggio, affollata anche alle dieci del mattino a dispetto di un turismo che non si è ancora del tutto ripreso dopo gli attacchi dell’Iran della scorsa primavera, ho fatto un giro fra le gallerie d’arte di Alserkal Avenue e da lì sono finita per caso nella biblioteca del Fiker Institute, think tank sugli affari globali e la governance fondato cinque anni fa da Dubai Abulhoul. Se andaste a esplorarne semplicemente il sito, in esergo vi trovereste la seguente dichiarazione di intenti: “Se il mondo ha sempre avuto un’opinione sul Medio Oriente, è arrivato il momento che il Medio Oriente abbia un’opinione sul mondo”; insomma, lobbismo in purezza dove, fra i quindicimila libri dichiarati, di cui molti in inglese e molto ben esposti, ho potuto verificare come da questa parte del mondo la cultura e la scrittura sul colonialismo europeo e le colpe dell’occidente siano un argomento sempre all’ordine del giorno. Insomma, bisogna rallegrarsi che i negozi dei brand nazionali siano così numerosi ovunque, e bisogna riconoscere che il soft power del Made in Italy da queste parti abbia una ulteriore ragion d’essere, politica e non economica, che infatti a Beraldo non sfugge affatto: “L’Italia resta sinonimo di buon gusto, design, cultura”. Ha archiviato un piccolo incidente forse di minor conto, ma indicativo di un clima che in Europa ci si ostina a non vedere – a una campagna pubblicitaria per OVS Kids le autorità locali hanno chiesto di rimuovere un arcobaleno, ormai a loro dire troppo identificato con la causa Lgbtq – e non ha alcuna intenzione di produrre design ad hoc per il pubblico emiratino, como negli anni hanno fatto tutti i grandi brand. Sul Medio Oriente pure scosso dalle tensioni e il sud est asiatico, che per OVS significa India e per la precisione New Dehli e Mumbai, Beraldo sta puntando parecchio. Non è d’accordo per niente con la mia lettura dello storico scarso dinamismo commerciale di un Paese cristallizzato nelle caste, in particolare fra le classi alte dove il sari è ancora la regola per qualunque cerimonia appena ufficiale e l’artigianato locale è molto ricercato anche in Italia, tanto che all’ultima edizione di Homo Faber i visitatori nazionali si incantavano sulle gonne ricamate di Sumakshi Singh. Porta a sostegno del suo punto di vista la crescita, anche in India, del marchio B.Angel “fra una popolazione che, grazie all’alto tasso di fertilità, è giovane e cerca moda facile e attraente per le occasioni d’uso quotidiane”. Usando Dubai come testa di ponte, sta lavorando con partner locali per progetti in Arabia Saudita, ed è molto felice di avere finalmente i mezzi per espandersi all’estero, dopo più di un decennio trascorso a veder assorbire la liquidità dagli interessi passivi del recupero di un’azienda, anzi di più aziende perché bisogna includere nel computo Upim, che prima del suo arrivo da De Longhi sembrava destinata al fallimento. Non ha mai dimenticato la sua prima visita a un negozio OVS, che all’epoca era scritto ancora per esteso, Oviesse, e nemmeno la prima verifica fra le signore della sua cerchia: “Mi dissero che al massimo ci compravano le mutande per il marito”. Oggi comprano anche trench in camoscio. Un mese fa, OVS ha chiuso il semestre con vendite in crescita a oltre 877 milioni, una crescita superiore al 10 per cento rispetto all’analogo periodo del 2025, con un margine operativo lordo positivo; due giorni dopo la nostra chiacchierata, il gruppo ha riacquisito 364mila azioni proprie, portando la quota complessiva in portafoglio al 5,729 per cento del capitale sociale, nuovo tassello di un’operazione iniziata lo scorso giugno, e le milanesi comprano entusiaste i maglioni di Piombo, dai mélange cromatici inconsueti: “Abbiamo aumentato la nostra produzione di pura lana e cashmere”, sottolinea Beraldo, suggerendo di avvissato un’altra casella in questa lunga marcia di affermazione sociale, prima ancora che economica. In un panorama popolato da amministratori delegati che inanellano un disastro dopo l’altro uscendone ogni volta con ricchi bonus e un nuovo prestigioso incarico, nessuno sembra essersi reso conto dello spettacolare turn around, finanziario ma anche stilistico, portato ormai quasi a compimento da questo cinquantenne che, scegliendo i creativi gi