Piccioli lascia Balenciaga. Ed è meglio così. Per lui

Kering ufficializza l'uscita del direttore cretivo, che non rilascia neanche una riga di dichiarazione, ma scrive cose interessanti sul suo account IG. Ecco che cosa succederà, e perché

5 NOV 26
Ultimo aggiornamento: 09:23 | 6 NOV 26
Immagine di Piccioli lascia Balenciaga. Ed è meglio così. Per lui
La notizia più telefonata dell’ultimo trimestre, e cioè l’uscita di Pierpaolo Piccioli dalla direzione creativa di Balenciaga, di cui si è più o meno tutti scritto (“Il Foglio della Moda” di stamattina anche con il nome della sua possibile sostituta, la designer inglese Martine Rose che però in questi anni non è riuscita a far decollare il suo marchio, nato e rimasto di nicchia, e tuttora sconosciuto al grande pubblico. La notizia è stata confermata ufficialmente alle 8 del 6 novembre), arriva dalla direzione generale di Kering, la casa madre, verso le sei del pomeriggio. Piccioli lascia dopo un anno, il comunicato trabocca di affetto e trasuda ammirazione da parte dei vertici della maison, il presidente e ceo Gianfranco Gianangeli e il ceo di Kering, Luca De Meo. Però, visto che, come i dati, anche i comunicati richiedono decrittazione, fra quelle righe manca la rituale dichiarazione dell’uscente, cioè di Piccioli stesso, e si intuiscono sia le ragioni della separazione sia il nuovo corso dell’azienda. De Meo: “Pierpaolo è un couturier eccezionale e un talento creativo per cui nutriamo il massimo rispetto. La nostra ambizione è quella di valorizzare lo spirito avanguardistico di Balenciaga, onorarne la straordinaria eredità e continuare a spingere i confini della creatività, consolidando ulteriormente la maison come voce autorevole e rilevante” (in traduzione: non ci serve un couturier, rivoglio i clienti che ci aveva portato Demna). Gianangeli: “Siamo profondamente grati per il contributo di Pierpaolo a Balenciaga. Attraverso la sua visione, ha riaffermato le origini couture della Maison, apportando il suo approccio ponderato all'artigianato, alla costruzione e alla creatività. Vorrei ringraziarlo sinceramente per la sua dedizione, generosità e collaborazione” (in traduzione: abbiamo bisogno di velocità, la ponderatezza non fa parte dei nostri piani).
A questo punto, e visto che Piccioli ha preferito non far vergare dichiarazioni dall’ufficio stampa di Kering, scrivendo invece un lungo atto d'amore per la moda sartoriale e i suoi tempi sul proprio account IG, vorremmo ribadire, l’abbiamo fatto un già mese fa, che questo genio assoluto dell’immaginazione, del cromatismo applicato all’abito e, ultimo ma non ultimo, della considerazione degli altri (anche nei lunghi anni da Valentino l'abbiamo visto valorizzare tutti i suoi collaboratori come nessun altro fa), era stato chiamato da Balenciaga con la promessa, anzi la richiesta, di fare nuovamente della maison di avenue Montaigne un faro della couture, nonché l’unica maison di alta moda di Kering. Per Balenciaga, nome che venerava, Piccioli aveva declinato la stessa offerta da Givenchy. Il piano, concepito da Francesca Bellettini nel periodo in cui fu deputy ceo del gruppo, aveva molto senso. L’arrivo di De Meo, lo spostamento della manager sulla sola gestione di Gucci, peraltro tuttora in grande affanno e nonostante Demna, i molti debiti da ripianare e l’arrivo di una linea di top manager abituati a lavorare con logiche, modi a scelte diversissime da quelle del lusso (vedi la scelta di affidare a un volto della musica come Mariah Carey, certo amata dalle masse ma molto lontana da questo ambiente, la campagna natalizia di Gucci quando tutti i brand di punta, da Prada a Dior, stanno puntando su atmosfere affettuose e cartoon disegnati dichiaratamente a mano), hanno reso la presenza di Piccioli del tutto incongrua. E, va detto, nemmeno per lui si è trattato di un anno facile: stretto fra una squadra di giovanissimi stylist “eredità” di Demna, del tutto ignari di couture, spinto di continuo a produrre sneaker e felpe molto lontane dal suo sentire, Piccioli non lavorava, decisamente, in un ambiente favorevole. Che le cose stessero volgendo al peggio fu chiaro lo scorso luglio quando, nelle ore precedenti alla sua prima sfilata couture, trovammo in corridoio una grossa borsa “City” in pelle laminata: tranne e ovviamente le scarpe, nella couture gli accessori in genere non sfilano. Al limite delle minaudière da sera, delle cosette preziose e inutili. La borsettona da giorno era evidentemente un ordine. Dunque, bene così. Aspettiamo il prossimo capitolo, e le felpe.