Le nuove trame

Ci sono argomenti più interessanti del ridicolo girotondo di direttori creativi e del protagonismo competitivo dei loro amministratori delegati. Anche più fondamentali per il benessere del sistema: i prezzi, le strategie industriali e commerciali, e soprattutto le nuove tecniche di coltivazione e produzione delle fibre. Di cui si parla da oggi a Venezia, che sta diventando la città dove la moda fa cultura e promuove think tank, per molti motivi

5 NOV 26
Ultimo aggiornamento: 07:58
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Nella moda dove l’attività principale è diventata la diagnosi verbosa e un po’ pettegola dei suoi mali e il bookmaking dei direttori creativi (nell’ultimo anno ve l’abbiamo scritto almeno dieci volte, c’è un unico problema vero e sono i prezzi, soprattutto a fronte della qualità offerta; la bruttezza di certe collezioni e l’inadeguatezza di alcuni designer sono una questione relativa, e la riprova, almeno a Milano, è che la scorsa domenica i due mercatini temporanei di vintage griffato hanno venduto capi e accessori a migliaia), questa mattina si inaugura a Venezia la quinta edizione del Sustainable Fashion Forum organizzato da Confindustria Moda. Lo fa con un’agenda nella quale sono inclusi tutti i punti che significano sostenibilità oggi e che non sono gli stessi di cinque anni fa, e cioè la salvaguardia della filiera della moda, massacrata dalla stretta sui prezzi e la diminuzione degli ordini (“le ultime collezioni sono ricche di pellami pregiati, che danno anche visivamente la sensazione di lusso. Però si sono ridotti i volumi“, sospirava l‘altra sera a cena la ceo di Lineapelle, Fulvia Bacchi), l’impatto dell’intelligenza artificiale nei processi industriali (che è ormai un dato acquisito, McKinsey stima che la AI generativa potrebbe aumentare gli utili operativi nei settori moda, abbigliamento e lusso fino a 275 miliardi di dollari entro il 2028), la legalità e la trasparenza delle supply chain, che includono la tracciabilità e la corretta applicazione dei contratti, e infine la circolarità e i nuovi materiali bio-based. Di questi ultimi parleremo fra poche righe perché mi preme sottolineare un altro aspetto di questa evoluzione in corso, ed è che il forum di Confindustria Moda, come ormai molti altri appuntamenti, si tiene a Venezia, che a dispetto del conclamato aumento dei topi un tempo annegati dalle periodiche acque alte e ora salvati dal Mose, senza accento, di cui scriveva ieri sul “Foglio” il caro Alberto Mattioli, sta diventando sempre più centrale per un certo mondo della cultura e dell’imprenditoria che ruota attorno al tessile-abbigliamento. in Laguna vivono, anche abbastanza stabilmente, star assolute come Diane von Furstenberg, Rick Owens e Dries Van Noten, la cui gestione culturale di Palazzo Pisani Moretta, che ha acquistato, restaurato e riaperto la scorsa primavera con una mostra sull’artigianato e l’arte forse troppo estetizzante ma insomma averne, è già diventata un punto di riferimento fra le attività cittadine. A Venezia la Fondazione Prada organizza le sue mostre più sperimentali e ha intessuto rapporti con le principali associazioni locali, vedi la Fondazione Nono, mentre nella stessa Calle della Regina ha appena aperto il nuovo Museo Cardin che, pur bisognoso di una curatela professionale e anche banalmente di un impianto luci all’altezza, ha già attratto molto interesse. Poche settimane fa, negli stessi saloni della Fondazione Cini dove da oggi si tiene il conclave dei tessutai e dei brand della moda, ha chiuso con 65mila visitatori, pari a una crescita del 30 per cento, la quarta edizione di Homo Faber, certamente la migliore, mentre “in terraferma”, come dicono i veneziani, gravitano il gruppo OVS (intervista a pagina 5) e Golden Goose, entrambi in controtendenza rispetto all’andamento generale del mercato. Insomma, forse anche per via dell’attivismo culturale del nuovo sindaco, Simone Venturini, non passa settimana senza un invito o una buona scusa per salire su un treno alla volta della Stazione santa Lucia, e in questo va incluso il grande incontro a porte chiuse organizzato da Deloitte alle Procuratie su arte, finanza e spazi pubblici e privati una settimana fa in cui ho avuto modo di chiacchierare con il ceo di Arte Generali, Jean Besançon, grande esperto di tessuti antichi, e da cui è nato il suo intervento sulle tecniche conservative a pagina 6. Sono consigli preziosi, se si pensa quale sia stato l’aumento delle mostre di moda negli ultimi cinque anni e quanto gli stessi storici dell’arte che guidano la maggior parte dei musei siano impreparati nella gestione di manufatti tessili che non siano arazzi e, soprattutto, nella loro cura. In merito a questo punto, vi è anche un aspetto generale, di sistema, di cui va tenuto conto. Nel progressivo riposizionamento di un sistema che ha capito di non poter più fare leva sul solo brand per vendere, rientrano infatti una lunga serie di attività tese a valorizzare il lavoro manuale, artigianale, vero o presunto che sia, e che includono, oltre allo spostamento di abiti preziosi con i loro courier lungo il triangolo Asia-Usa-Europa, e la loro esposizione come opere d’arte, variegate attività di promozione fra le quali le due campagne natalizie più interessanti del momento, Prada e Dior, per le quali sono stati chiamati non tanto testimonial famosi, non in apparenza almeno, quanto disegnatori di cartoon e registi di rilevanza mondiale: John Pomeroy, animatore di “Fievel” e “Bianca e Bernie”, che ha popolato il mondo del brand milanese di animaletti antropomorfi, e Sylvain Chimet, che ha ideato e diretto il sontuosissimo mini-film animato dove Camille Cottin dà voce a Marlene Dietrich, diva feticcio del direttore creativo Jonathan Anderson, e Louis Garrel a Christian Dior, per una piccola storia natalizia di abiti, tessuti preziosi, apine operose e insomma tutti quegli elementi di cura, magia, incanto, che il pubblico, non solo occidentale, si aspetta di trovare in questo momento dell’anno a dispetto di qualunque tensione mondiale.  Questo aspetto – l’intelligenza artificiale come commodity industriale, la manualità come espressione visibile del lusso - ci riporta ai tessuti di oggi e ai motivi per i quali siano diventati il vero argomento di vendita, ben oltre il divertissement un po’ sciocchino sul chi-va-dove e sulla pur evidente lotta di potere in atto fra ceo e direttori creativi, che alla gente interessa il giusto, cioè quasi zero e solo fino a quando non intacchi lo stile e, di nuovo, il prezzo. Pare che l’insistenza di questi ultimi anni sulle etichette trasparenti, la tracciabilità, la cura dei capi abbia finalmente prodotto qualche risultato, perché il grande pubblico ha smesso di badare solo al brand (tolti i piccoli vandali milanesi, che si sono accaniti da veri intenditori anche sulle vetrine di Dries Van Noten, nei filmati parigini delle devastazioni delle scorse settimane si sono viste chiaramente ragazze che selezionavano i capi tastandoli con competenza), e invece esamina etichette e tessuti, parlando di “rapporto qualità -prezzo” come quarant’anni fa ha imparato a fare con i prodotti alimentari. Per questo motivo, composizioni, mescole ed eventuali innovazioni sono entrate a far parte delle informazioni rivolte alla stampa e al cliente finale come non accadeva fino al decennio scorso (ricordo quando non si scriveva il nome della modella nei servizi, e nemmeno si descrivevano gli abiti in didascalia: ai primi Duemila si inseriva giusto il brand in calce all’immagine, possibilmente “artistica” cioè mossa e via, verso nuovi successi e ricche pianificazioni). I commessi, o per dirla in lessico valorizzante sales manager, vengono addestrati a riconoscere tessuti e pellami, a infilarsi i guanti quando toccano una borsa e ad accarezzare morbidamente cashmere e sete, ma anche a vantare tessuti tecnici, mandando a memoria formule e composizioni. A La Perla, dove in attesa di boutique si lavora online e a quanto risulta con ottimi risultati, vantano molto uno chiffon di seta stretch con armatura armuré argento, composto al 92 per cento di seta e per l’8 per cento di filato lamé elasticizzato, intrecciati in tessitura e tinti in capo, mentre sul fronte maschile, Filippo Ricci, direttore creativo e consigliere delegato di Stefano Ricci, appena rientrato da una delle missioni “Explorer” sulla catena himalayana, sta puntando molte carte sull’Alpha Yarn, 13,5 micron di diametro, il cashmere più sottile e più pregiato al mondo, proveniente dal sottovello delle capre Hircus dell’Alashan, in Mongolia e raccolto a pettinatura manuale (questo punto è fondamentale nel racconto soprattutto per tacitare le associazioni animaliste: fino a qualche anno fa erano convinte che i pastori ammazzassero sistematicamente le loro capre per ottenerne il vello, dimostrando al tempo stesso ignoranza crassa in pratiche nomadiche, cioè in etnologia, e in economia) e sul cotone Giza 45, leggerissimo, freschissimo, a fibra extralunga. “In una camicia ne vanno venticinque chilometri”, racconta, “e la domanda supera l’offerta”. Il tema del cotone, fibra ad altissimo impatto ambientale tanto che se ne stanno studiando forme alternative di coltivazione, come racconta anche il ceo di OVS Stefano Beraldo a pagina 5, incrocia quello del tessile tecnico e delle fibre di produzione umana, bio-based, che saranno appunto uno degli argomenti di questi due giorni. “Non esiste una fibra migliore di un’altra, ormai la scelta avviene per funzione d’uso”, osserva Andrea Crespi, ceo di Eurojersey e vicepresidente di Confindustria Moda: “Dobbiamo però ridurre l’impatto ambientale della produzione. Sul nostro sistema tessile oggi gravano tre problemi: costi di produzione elevati a causa dell’aumento dei prezzi dell’energia, e il nostro settore ne assorbe molta, una forte dipendenza dall’estero per le materie prime e il cuneo fiscale più alto d’Europa. Eppure, e nonostante questo”, aggiunge, “ritengo che la questione di cui ci si debba occupare oggi sia la redistribuzione in modo equo e sostenibile del valore lungo l'intera filiera tessile-abbigliamento. La transizione ecologica a cui siamo chiamati deve fondarsi su una sostenibilità prima di tutto economica e su un approccio di sistema che superi le logiche dell’ isolamento aziendale o, peggio, della competizione fra specialisti”.