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Malkovich, il completo Dior e quelli che non capiscono il costume
Il red carpet di di “Wild horse nine” a Venezia diventa una lezione di storia dell’abito (che in molti non capiscono): il colletto seicentesco, la tradizione fiammingo-spagnola e quella inglese, l'originalità di Jonathan Anderson e un attore che di costumi se ne intende davvero

Per gli studiosi e storici del costume, è molto confortante scoprire che la gente capisca di analisi del personaggio e narrativa dell’abito in maniera forse solo intuitiva, ma di sicuro più efficace rispetto a quella che mostrano di possedere i critici di cinema. Da due giorni, la compagine delle Birkenstock impolverate e della sigaretta fumata in spregio ai divieti nelle file per entrare in sala al Lido (il mondo si è evoluto e in genere non ritiene che fumare sia segno di coolness, ma loro fissi su quella rollata a mano, modello Nouvelle Vague a scoppio ultra-ritardato) non fanno altro che lagnarsi per l’attenzione che i social stanno dando al completo (Dior), indossato da John Malkovich sul red carpet di “Wild horse nine”, rispetto al film che interpreta in concorso, dimostrando di sapere zero di costume, che nel cinema non riveste proprio un ruolo marginale, e probabilmente anche di teoria del cinema (e qui non possiamo non felicitarci, a nome di mezza redazione del Foglio che ha studiato con lui in Cattolica e in un caso vi si è persino laureata, con Alberto Barbera che ha chiamato in giuria Francesco Casetti, oggi full professor di storia e critica del cinema a Yale, da decenni l’ultima spalla del cinema d’Oltreoceano veniva preferita a gente che ne sa davvero).
Per quei pochi che non si fossero ancora espressi sull’argomento e non avessero visto le foto, ma fossero magari interessati a capire che cosa stia dietro a quell’abito, un sunto e un minimo di storia. Alla presentazione dello strepitoso film di Martin MacDonagh, al momento il migliore fra quelli visti a Venezia, Malkovich ha indossato infatti un completo scuro con una camicia di quella tinta che un tempo si chiamava “color Isabella” e oggi “off white” - la precisazione ha un suo perché in considerazione dell’epoca a cui fa riferimento - con un collo doppio, che riprende al tempo stesso la grande tradizione fiammingo-spagnola del primo ventennio del Seicento, col grande collo pieghettato ma sceso, definito appunto “à rabat” e di cui si trova una discreta testimonianza nei molti autoritratti giovanili di Caravaggio e al contempo della coeva moda inglese, che già allora in tema di eleganza maschile diceva la sua.
Il primo riferimento diretto al colletto di Malkovich si trova, nastri a chiudere inclusi e praticamente identici, nel ritratto di attore (tu guarda) che rappresenta presumibilmente Nathan Field, datato 1615 e conservato alla Dulwich Picture Gallery (Southwark, il quartiere dove praticava Marlowe e che bazzicava anche Shakespeare).
Che Jonathan Anderson, direttore creativo di Dior, si sia divertito a unire due tradizioni diverse, non è inconsueto ed è anzi una prova di originalità che a Malkovich, che negli anni della specializzazione in arte drammatica ha studiato storia del costume e – ricordate il visconte de Valmont? – indossa abiti storici con una naturalezza sconosciuta fra la gente del cinema che fa già fatica con un abito lungo dell’altroieri – deve essere sembrata molto interessante. Come ha scritto qualcuno su Instagram, non tutti potrebbero indossare una camicia così eccentrica oggi, ed è vero. Ma se nella moda come nel costume le relazioni possono essere pericolose solo nella consapevolezza reciproca, bisogna specificare che, prima ancora di diventare attore, Malkovich ha lavorato nel reparto costumi del leggendario Steppenwolf Theater Company in Chicago, e che per anni – oltre a sfilare per nomi da connaisseur come Comme des Garçons (1989) e successivamente Prada (campagna 1995) è stato un collezionista di tessuti rari e antichi, molti dei quali vennero usati nel decennio scorso per il suo brand. L’aveva battezzato Technobohemian, praticamente il titolo che si potrebbe dare al completo dell’altro giorno: per un paio di anni, lo disegnò e lo produsse in Italia, e quando lo presentò a Pitti corremmo tutti a vederlo: a Prato se lo ricordano ancora per la competenza e i modi squisiti.
