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Foglio della Moda •
I tempi del perdono e i social che vincono sempre
Chanel sparì otto anni e tornò regina. Galliano, quindici anni dopo lo scandalo, le scuse e un lungo percorso di espiazione, rinuncia alla consacrazione del Met. Nella moda che ricorda tutto e perdona poco, il vero lusso è diventato il diritto all’oblio

John Galliano osserva il completo “papale” realizzato per Rihanna in occasione del Met Gala 2018 e della mostra “Heavenly bodies”. Dal docufilm “High & low” (2023) diretto da Kevin Macdonald con le testimonianze di Naomi Campbell, Kate Moss e Anna Wintour
Dunque, esistono colpe senza possibilità di redenzione, John Galliano originario di Gilbratar si è sottoposto a un autodafé come ai tempi di Torquemada, rinunciando per iscritto e con nuovi toni di contrizione a una mostra celebrativa del suo lavoro al Met a cause delle offese antisemite e anti-asiatiche espresse quindici anni fa sotto effetto di sostanze e di una pressione economico-psicologica sulla vendita di gonne e borsette che nessuno crederebbe mai e che infatti ha portato qualcun altro al suicidio. Un lavoro di decenni fra Givenchy, Dior e Margiela che, almeno questo gli va riconosciuto, è stato fondamentale non solo per il costume ma per la società di questo secolo, e la cui analisi ed esposizione era stata programmata dal museo per il maggio del 2027. Questa esposizione, è un altro particolare di cui tenere conto, Galliano non l’aveva cercata o chiesta, ma gli era stata offerta da Anna Wintour, a cui è intitolato ormai da anni il braccio operativo del Costume Institute e che è la sua madrina fin dalla prima sfilata ispirata ai post-rivoluzionari francesi, gli Incroyables, correvano ancora gli Anni Ottanta. Sulla rinuncia di Galliano, un atto di grande responsabilità che dimostra come il sessantaseienne di oggi non assomigli in nulla al quarantenne strafatto e madido di sudore che incontravamo backstage nei suoi ultimi anni alla guida della creatività di Dior, la direttrice dei contenuti del gruppo Condé Nast è intervenuta nella serata di lunedì, con una breve dichiarazione di “totale supporto” per la sua scelta che i giornalisti del “New York Post”, accanitissimi da giorni sulla vicenda, hanno definito con l’aggettivo “fawning”, cioè servile anzi scodinzolante, espressione accuratamente scelta che nessuno amerebbe sentirsi affibbiare e che indica la fase di incertezza in cui vive questa donna dopo le proteste che hanno accompagnato il suo ultimo Met Gala sponsorizzato da Jeff Bezos, ma anche il clima che si respira a New York, dove il sindaco Zohran Mamdani, musulmano attivista, è stato invitato a tenersi lontano dalle commemorazioni per il venticinquesimo anniversario dell’11 settembre dai famigliari delle vittime e Julie Menin, speaker del New York City Council e prima donna di fede ebraica nella carica, si è sentita in dovere di pubblicare su Meta la lettera del 27 agosto con la quale, dopo aver ricordato che la città contribuisce ai programmi del museo con una cifra che per il 2027 sarà di 3 milioni di dollari, chiedeva ai vertici del Met di “reconsider” l’esposizione, sebbene questa non facesse sconti al suo protagonista su nessun argomento e, anzi, pianificasse di pubblicare i documenti legali che seguirono ai due infami episodi di razzismo del 2010 e del 2011 per i quali è stato processato e condannato: “Nel momento in cui nella nostra città si assiste a una nuova insorgenza dell’antisemitismo, odio anti-asiatico e di altre forme di intolleranza, trovo che la decisione di onorare qualcuno che ha mostrato più volte di seguire questo comportamento sia totalmente inappropriata”.
La lettera di Menin provava a suggerire una forma adeguata di “compensazione” per lo stilista in ragione del suo apporto “fuori discussione” alla moda, per esempio un programma di “education”, nel quale il suo lavoro venisse inquadrato in un contesto diverso e più adeguato a una storia come la sua; ma che venisse “onorato” con una mostra dedicata come è accaduto finora, in vita, solo a Yves Saint Laurent e Rei Kawakubo, non era accettabile. Dopo la lettera della portavoce della città di New York, era ovvio che tutti i sottoscrittori del Met avrebbero ritirato fondi e sostegno di relazioni, rendendo la mostra insostenibile non solo politicamente, ma anche economicamente, e mettendo in pericolo lo stesso Met Gala del “primo lunedì di maggio” che peraltro, altro particolare non irrilevante, nel 2027 cadrà la sera del 3, quando al tramonto inizierà Yom HaShoah, osservato il 4 maggio come “Giorno della memoria della Shoah e dell’eroismo”, in memoria dei sei milioni di ebrei sterminati dal nazismo. La celebrazione di Galliano, che aveva inneggiato alle camere a gas pur fra i fumi dell’alcol, avrebbe creato una sovrapposizione di segni, chiamiamolo pure scontro, francamente insostenibile. Dunque, lo stilista ha fatto il passo indietro che di certo non gli è stato chiesto esplicitamente, ma che era inevitabile facesse. “Il pentimento non si ottiene con una mostra”, ha ammesso nel suo testo, pubblicato sul suo profilo personale Instagram lungo una strategia certamente concordata. Ha evocato però il percorso compiuto in questi anni, il peso delle parole usate. In sottotesto al documento, si scorgeva la teshuvah, o “ritorno alla purezza” che non è solo pentimento, inevitabilmente associato al senso di colpa, ma speranza e consapevolezza che l’essenza dell’essere umano sia e resti buona.
Di questa serie di passaggi, che gli sono stati insegnati nei molti incontri di questi anni con le associazioni di cultura ebraica lungo un percorso di riabilitazione che, com’è evidente non gli è stato ancora riconosciuto, ma che l’ADL, potente organizzazione statunitense contro l’antisemitismo, ha definito “sincero”, il Met era a conoscenza, si era informato e si preparava a gestirli lungo il percorso espositivo. Ma non aveva certamente valutato con la necessaria cautela che le tensioni attorno alla guerra di Israele contro Hamas si facessero così drammatiche da sfogarsi anche su una storia come questa (quanti sono i mostri pubblici dei quali continuiamo ad apprezzare le opere d’arte, i film, appunto i vestiti? Quanto volte siamo riusciti a separare la carriera dalla personalità privata di un autore? E’ lecito farlo e, soprattutto, è giusto?). Nelle scorse ore, il “New York Post” ha pubblicato il resoconto di una riunione fra i vertici del Met seguita alla rinuncia dello stilista, da cui si evince che la vicenda sia la spia di una serie di altri malesseri, fra i quali la scarsa autonomia curatoriale e l’eccessivo peso dei “donor” nelle decisioni. La vicenda-Galliano dice anche un’altra cosa, e cioè che pure se da questo lato dell’Atlantico il woke appaia in remissione e se avessimo letto o forse tradotto meglio le dichiarazioni ai AOC-Alexandria Ocasio Cortez sapremmo che non è così, le tensioni che dilaniano il mondo occidentale attorno al Medio Oriente non consentono remissioni o cedimenti su nessun fronte. Neanche su quello della moda che, non ci stancheremo di ripeterlo, nulla c’entra con i vestiti e tutto con la percezione del mondo. E dunque no, Galliano, già condannato in Francia, non ha (ancora? Mai?) diritto al perdono, nemmeno dopo aver affrontato i propri demoni e lavorato sui propri pregiudizi con guide ebraiche. Non a tutti è toccata questa sorte. Terminata la Seconda guerra mondiale, Coco Chanel, che era stata una collaborazionista vera e in tanti abbiamo letto la lettera nella quale denunciava i suoi azionisti di maggioranza, i Wertheimer che peraltro ancora possiedono l’azienda, nella speranza che l’impresa fosse requisita come non ariana e lei ne tornasse in possesso, si dette alla macchia in Svizzera per un decennio: non era sicura che l’amicizia con Winston Churchill, che era intervenuto perché venisse rilasciata dopo il primo interrogatorio, sarebbe bastata.
Tornò quando le parve che i tribunali avessero smesso di darle la caccia, sparando a zero contro Christian Dior che aveva “ingabbiato di nuovo le donne”, nel 1954 inventò il tailleurino che ancora oggi reinterpreta Matthieu Blazy per la gioia dei tessutai nazionali ed eccoci tutti qui, a tesserne le lodi e i meriti, che sono tanti ci mancherebbe. Epperò. La gente si è dimenticata delle simpatie naziste e dell’antisemitismo furibondo, della spia tedesca di cui era amante e con il quale viveva al Ritz e di molte altre cose già nei Cinquanta, figurarsi oggi che i calciatori battezzano le loro figlie con il suo cognome, sperando in una promozione sociale che fa anche un po’ ridere, considerando che tipi fossero Henri Albert Chanel, di professione venditore ambulante, e la sua ambiziosa figlia che aveva debuttato in società come mantenuta di Etienne Balsan, e nemmeno era l’unica. Adesso gli stessi Wertheimer (pronuncia alla francese, vertemer) non hanno alcun interesse che la gente sappia quanto potesse essere spietata mademoiselle anche perché i loro nonni e zii, che erano ben consci della sua tempra, si erano premuniti e prima di fuggire negli Stati Uniti avevano organizzato la vendita fittizia dell’impresa a un ariano che i nazisti idolatravano, l’ingegnere aeronautico Félix Amiot.
Volessimo seguire la stessa logica del fine pena mai, il Met non avrebbe dovuto dedicare una grande mostra a Chanel negli scorsi decenni e oggi dovrebbe porsi delle domande anche su molti altri stilisti, per esempio in materia di trattamento degli animali sui set fotografici. Ma allora non c’erano i social, ma c’era voglia di dimenticare e ricominciare. Adesso che tutto si misura in like e in condivisioni, i video antipatizzanti di gente sconosciuta che “e allora se l’avesse detto sui neri, Galliano, che li avrebbe voluti appesi agli alberi, la mostra la faremmo o no?”, la mostra non si fa, per qualche tempo attrici e modelle eviteranno di indossare i capi più preziosi dell’archivio Dior e Margiela a sua firma, altro che Rihanna vestita da papessa al Met Gala del 2018 per la mostra “Heavenly bodies” e i brand apprenderanno un’altra lezione sulla difficoltà di piacere a tutti, come l’economia globale impone, in un mondo in cui tutti protestano per qualunque cosa, talvolta a ragione come in questo caso, ma anche per il solo gusto di far polemica e acchiappare qualche like. Non è solo per via dell’invasività degli uffici merchandising se la moda è diventata così noiosa; nelle ultime settimane abbiamo ascoltato racconti su progetti di beneficenza andati in malora per non offendere sensibilità di ministeri della salute di Paesi lontani e riattivare vecchie ruggini fra oriente e occidente sui vaccini del Covid, su collezioni buttate per segni grafici che sembravano echeggiare tradizioni di gruppi etnici semi-sconosciuti agitati da influencer a caccia di contratti e ogni sorta di nequizie e accidenti che, confessa un direttore comunicazione dietro promessa di anonimato, rendono davvero impossibile creare qualcosa di nuovo. Si naviga nell’ovvio, cercando di parare colpi che nessuno potrebbe vedere arrivare. I luoghi comuni, le banalità che affliggono la comunicazione e la produzione della moda di oggi, nascono così. Per paura, per inerzia.
