Che noia che barba. Ragioni per riportare il sorriso nella moda

Si è iniziato trent’anni fa con le modelle imbronciate, poi sono arrivate le multinazionali con l’ossessione dell’Ebitda, i prezzi in aumento vertiginoso ai quali si doveva opporre l’eternità del prodotto per giustificarne l’acquisto, quindi il woke, l’appropriazione culturale e l’ansia di dire o fare qualcosa di sbagliato in un mondo globale impossibile da controllare. Risultato: mai si è visto un ambiente meno allegro di questo che, diceva Sottsass, dovrebbe invece trovare la propria forza nell’effimero e nell’instabilità. E ancora vi stupite perché i risultati ne risentono e il recupero stenta? 

6 AGO 26
Ultimo aggiornamento: 07:33
Immagine di Che noia che barba. Ragioni per riportare il sorriso nella moda
Non fosse che vi sono ragioni serissime, politiche, culturali e anche molto commerciali perché John Galliano sia stato scelto come protagonista della prossima mostra di moda del Costume Institute del Met (in ordine sparso: dagli esordi, nei primi Anni Novanta, è lo stilista preferito di Anna Wintour che sostiene e sostanzialmente guida l’istituzione, ed è difficile darle torto perché un simile genio non s’è più replicato; ha siglato da poco un contratto biennale di consulenza con Zara, che sarà senza dubbio uno dei grandi supporter della mostra e del prossimo Met Gala, qualificandosi in via definitiva come protagonista della moda di alto standard; dopo quindici anni, sarebbe ora di perdonargli le famose battute antisemite, dette sotto effetto di stupefacenti, che gli costarono la cacciata da Dior e senza Renzo Rosso che per primo gli ha dato una nuova chance sarebbe ancora nel fango: nella civiltà occidentale esiste anche la redenzione, suvvia), verrebbe da dire che sia una scelta perfetta perché riporta al centro della scena un artista che ha fatto non solo della sartoria più raffinata, ma anche dell’ironia la propria cifra. Nessuno che abbia avuto la fortuna di assistere alle sue sfilate per Dior, o anche a quella magica serie di presentazioni cinematografiche per Margiela negli ultimi anni, se n’è più dimenticato. Da tutte, anche da quelle ideate nei momenti più cupi della storia (di Galliano e generale, vedi la strepitosa rilettura delle “Bodas de sangre” di Federico Garcìa Lorca ripresa in video durante il Covid) emanava una conoscenza delle dinamiche culturali della società, contemporanea e passata, delle sue costrizioni, ma anche dell’importanza di sapersene distaccare con un sorriso, difficile da riscontrare non solo fra le nuove leve della moda, che ritengono proprio precipuo dovere apparire corrucciate in misura proporzionale all’aumentare della loro fama, ma anche fra i contemporanei di Galliano stesso, ad eccezione forse di Alexander Lee McQueen e purtroppo in un numero limitato di tutte le sue tormentatissime stagioni prima del suicidio. Il suo ritorno con una mostra dal titolo che è già una promessa, “Horizons” (torna, tutto è perdonato o quasi) rappresenta un segnale, o per meglio dire un avvertimento al sistema dopo una lunga discesa verso la noia caratterizzata dalle ragioni che bene o male conoscono tutti - le multinazionali con l’ossessione dell’Ebitda, i prezzi in aumento vertiginoso ai quali si deve opporre l’eternità del prodotto, cioè la sua infinita ripetizione per giustificarne l’acquisto, quindi il woke, l’appropriazione culturale e l’ansia di dire o fare qualcosa di sbagliato in un mondo globale impossibile da controllare - ma che messe in fila rendono lecito domandarsi non tanto perché la moda stenti a recuperare posizioni dopo cinque anni di crisi, ma come abbia fatto a sopravvivere a un numero così elevato di distorsioni della sua natura e di accidenti che, in fondo, ben poco spartiscono con la congiuntura, che è instabile da un tempo ben più lungo rispetto a quello in cui questo settore ha iniziato a prendersi troppo sul serio, ammantando abiti pensati per accompagnare la vita quotidiana, anche nelle sue forme più sofisticate e celebrative, dell’aura sacrale di un paramento (nessuno aveva capito meglio di Federico Fellini dove si sarebbe andati a parare sfilata quando immaginò la sfilata di “moda ecclesiale” del “Roma”). Quando ho iniziato a occuparmi professionalmente di moda, circa tre decenni fa, il mondo non si era ancora ben ripreso dalla Guerra del Golfo, era in corso la guerra in Kosovo di cui ancora oggi scopriamo i risvolti più sordidi; pochi anni dopo sarebbe arrivato l’attacco alle Torri Gemelle e l’Europa tutta era già ampiamente alle prese con una delle molte crisi migratorie: insomma, anche a volerla leggere da ottimisti che è l’assunto di base di questo giornale, la situazione mondiale presentava allora come oggi ampi margini di miglioramento. Eppure, la moda era ancora un posto divertente dove - ricordo certe sfilate di Gianni Versace di cui ero cliente fedelissima - le modelle erano sorridenti e felici di essere così favolose e gli abiti firmati un diversivo eccitante, oltre che accessibile anche per una caposervizio di prima nomina quale ero. Di quegli anni esiste una ampia testimonianza fra video, riviste, raccolte. Di recente, per via di una ricerca storica, ho sfogliato il volume del decennale 1980-1990 di “Donna”, glorioso mensile fondato e diretto da Flavio Lucchini e Gisella Borioli, e ne promana ancora un’energia e un entusiasmo impossibili da ritrovare nei mesti magazine di oggi, vittime dei tagli di budget, dei diktat di dispensatori di pubblicità che si occultano perfino nell’intervista all’attrice di copertina e della supremazia dei canali social. Il sunto di quello spirito è condensato in un brillante editoriale di Ettore Sottsass che senza giri di parole spiega l’importanza dell’effimero nell’esistenza umana come nessuno mi pare abbia saputo più fare, smentendo quindi e con un decennio di anticipo buona parte delle strategie di vendita della moda che sono seguite. “C’è chi sostiene”, scrive, “che la vera creatività sia quella destinata all’eternità: palazzi, cattedrali, monumenti, immutabili oggetti destinati a entrare nei musei. C’è chi pensa più semplicemente che anche con un pezzo di stoffa, con ciprie e luccichii, con legnetti e con vernici, con materiali instabili e forme provvisorie si arrivi e possedere la vita, l’essenza stessa dell’esistenza”. Proprio a questo pensiero sembrava rispondere l’ultima sfilata di Galliano per Margiela, organizzata sotto il pont Alexandre III di Parigi nel gennaio del 2024, con quei prostetici, quelle bambole inquietanti dalla pelle di porcellana che avrebbero lanciato una tendenza nel settore della bellezza ancora in auge due anni dopo, quegli spiriti vaganti alla ricerca di un ruolo, e in fondo a tutte quelle incertezze la consapevolezza di chi sapeva di essersi giocato tutto ancora una volta, ma di avere anche tutti i numeri per poterlo fare.
Che la Generazione Z abbia scoperto Galliano in quella occasione (erano bastati pochi anni per farlo uscire dal radar di ragazzi che hanno una memoria a termine ultra-breve, per non dire alcuna memoria), e che a quella sfilata siano seguiti l’ingaggio da parte di Zara e la mostra che verrà inaugurata il 9 maggio del 2027, è del tutto logico, almeno secondo l’ordine delle cose e gli equilibri in vigore fino a qualche anno fa. Lo stilista aveva qualcosa da dire, l’ha detto in modo comprensibile ma con un linguaggio potente, qualcuno ha pagato i conti del suo racconto, immaginando che in seconda battuta avrebbero aiutato a vendere qualche t shirt e due pantaloni in più. Tutte queste opportunità, nella moda, sono ormai un privilegio, come è risultato chiaro dalle conversazioni con gli analisti e, più di rado, i giornalisti, seguite alle presentazioni delle semestrali dei grandi gruppi e brand della moda, pochi giorni fa. Sebbene la situazione sia in leggero miglioramento per Kering e Lvmh o, come nel caso di Cucinelli e Prada, segua una traiettoria incrementale costante da anni (nel caso del gruppo guidato da Patrizio Bertelli, che ha chiuso il semestre a 3,048 miliardi, questo è il ventiduesimo trimestre di crescita organica), l’impressione di sforzo, di ansia, di controllo ossessivo su ogni piccolo dettaglio, stanno facendo perdere alla moda quell’aura di spontaneità e di divertimento che, un tempo, faceva sì che di Giancarlo Giammetti e Valentino Garavani che facevano i conti di quanto avessero speso per ogni sfilata ben dopo gli ultimi applausi si sorridesse con indulgenza e interesse, perché chi non avrebbe voluto assomigliare a due così fighi, mentre oggi il brand Valentino, con tutti i suoi controller, i suoi merchandiser e i badge perché lo stagista del piano di sotto non si permetta nemmeno di avvicinare i soloni della creatività del piano di sopra, ha i negozi vuoti e il ceo di Kering Luca Di Meo non sa più come fare per procrastinarne l’acquisto, nella mal riposta speranza di un sine die. Eppure, e nonostante vorremmo tutti dare alla finanza la colpa di quanto sta succedendo alla moda da un paio di decenni, identificare negli uomini dei numeri i soli capri espiatori di questo ambiente rigido e iper-controllato che si è creato dove anni fa regnava quello charme che oggi il pubblico cerca nelle “esperienze di viaggio”, non tutto dipende dal timore dell’extra-budget. O, perlomeno, non in modo diretto. L’errore più grave si è prodotto quando, per sostenere prezzi in aumento esponenziale di prodotti perlopiù di serie, si è voluto fare di questi stilisti, sarti o designer che fossero ma insomma degli onesti professionisti di studi generalmente incerti ma di ottimo spirito di osservazione, dei maître à penser, degli ontologi della borsetta, dei Kant del tricot, insomma degli intellettuali de haute volée di cui registrare religiosamente le faticosissime conferenze stampa sull’ ”ispirazione di stagione” come le lezioni di letteratura inglese e nordamericana di Borges agli studenti dell’università di Buenos Aires che sessant’anni dopo possiamo finalmente goderci tradotte in italiano. Le cronache delle sfilate di Elsa Robiola e Irene Brin si leggono ancora oggi con piacere, per non dire quelle di Oriana Fallaci che pure se ne riteneva visibilmente superiore e le affrontava con fastidio, senza nemmeno peritarsi di ricontrollare nomi e date prima di consegnare i pezzi, che infatti sono infarciti di errori (il fact checking non è mai stato il punto di forza delle redazioni nazionali).
Le cronache di oggi, almeno in Europa dove l’imprenditoria della moda fa più sentire il proprio peso e l’invettiva di Bernard Arnault contro “Le Monde” che ha messo su carta le rivalità di famiglia ne è la più evidente dimostrazione, che nostalgia degli anni in cui non era ancora l’uomo più ricco del mondo e nelle interviste beveva Coca Cola, rappresentano un esercizio di equilibrismo: dieci righe all’investitore prediletto, cinque a quello che ha comprato meno pubblicità. Di questo ordine sperequato, gli stessi giornalisti – non tutti, ma molti - si vendicano aprendo canali e account Instagram nei quali, sotto falso nome che è certamente una brutta cosa, ma con grande successo, scrivono le cronache informate e divertentissime che non potrebbero permettersi sui media per i quali lavorano ufficialmente (uno dei più temuti e a tratti incomprensibilmente perfidi di queste, boringnotcom, sarebbe stato smascherato poche ore fa, e risponderebbe al profilo di Rasharn Agyemang, fotografo e stylist che lavora per un buon numero di edizioni Condé Nast). Non è il primo (tutti, in Italia, vorrebbero sapere chi si nasconda dietro “fashioncricket” e “crispino21”), non sarà l’ultimo anche senza citare i precedenti illustri delle molte scrittrici, a partire da Charlotte Bronte, che scrivevano sotto pseudonimo per proteggere sé stesse e il proprio lavoro. Se gli stilisti non si prendessero ormai così maledettamente sul serio e i ceo non avessero iniziato a percepirsi delle star del cinematografo (quando, lo scorso Natale, De Meo che arriva dal mondo dell’auto e del masstige girò un video di auguri spiritosissimo, il mondo della moda ne parlò per settimane), questo non sarebbe nemmeno un argomento di discussione, ma un normale scambio di professionalità: io ti invito alla mia sfilata perché tengo davvero al tuo giudizio, al quale riconosco competenza ed equanimità, tu scrivi quello che ti senti di scrivere e grazie. Invece, in questo gioco del sospetto incrociato, nel quale io ti giudico un asino che affastella concetti per sentito dire e tu mi inviti solo perché la testata per la quale scrivi mi serve o mi dà prestigio, nessuno legge più una cronaca ufficiale di moda neanche a morire, mentre gli account apocrifi o col nick vantano decine di migliaia di lettori, centinaia di commenti per post e gli uffici comunicazione più in gamba stanno imparando a sfruttarne le recensioni negative e a prendersi in giro per disarmarli e creare un legame con la Generazione Z, che pare particolarmente propensa a sostenere chi non se la tira, come avrebbero detto quelli della mia generazione o “sta chill” come dice quella attuale. Qualche settimana fa, ha fatto il giro del web il video della fondatrice del brand Bèis, Shay Mitchell, che per rispondere alle critiche violentissime del web sulla capacità e la costruzione dei suoi borsoni da viaggio ne ha messo uno su un tavolo operatorio, giurando che se ne sarebbe occupata, riprogettandoli. E le vendite hanno ripreso ad aumentare.