Altro che la moda, è il mondo che non fa ridere. Intervista a Viktor Horsting e Rolf Snoeren

Una chiacchierata con il duo più schivo del panorama internazionale. Da trent’anni organizzano sfilate-performance che sono riflessioni sociologiche e che tanti copiano senza capire

6 AGO 26
Ultimo aggiornamento: 11:58
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Foto ANSA

Che fosse arrivato il momento di intervistare Viktor Horsting e Rolf Snoeren, al secolo “Viktor&Rolf”, eponimi di una maison di cui il mondo pop conosce soprattutto il loro profumo più famoso e redditizio, “Flowerbomb”, che senza dubbio ne è il vero asset perché trovare le loro collezioni in una boutique è un’impresa e soprattutto non c’entrano niente con le geniali sfilate, è stato chiaro lo scorso giugno, alla presentazione dei migliori diplomati del Polimoda di Firenze (esistono scuole a pagamento costose ma meritocratiche, cioè dove i ragazzi pagano decine di migliaia di euro, spese vive e soggiorno esclusi, ma continuano ad essere considerati discenti e non “clienti”, come li ho sentiti definire di recente in un’altra di queste accademie). Una di queste promesse, come sarà chiaro dal prosieguo non la più brillante e dunque c’era da domandarsi perché Luke e Lucie Meier che svolgono il ruolo di tutor nella prestigiosa istituzione ne avessero fatto sfilare la collezione ma insomma lo spunto per questa intervista arriva da lei, dunque e comunque grazie, ha mandato infatti in passerella una serie di abiti diciamo fortemente ispirati alla celebre sfilata di Viktor&Rolf della primavera 2023 dove ogni uscita fluttuava distante dal corpo, inclinata o capovolta rispetto alla modella, sfidando la gravità e ribaltando il rapporto fra corpo vestito e svestito. Non c’è nessuno che non la ricordi, perché anche a occhio non allenato, la collezione suggeriva una riflessione plastica su quelle che la sociologia marxista definisce “sovrastrutture”, peraltro suggerita anche dal titolo della performance, “Late stage capitalism waltz”. Quegli abiti di tulle a mezz’aria, portati a spasso come doppi e manichini della modella, sono inscritti nella memoria collettiva, e hanno contribuito a una riflessione sul valore dell’abito nella definizione della società contemporanea che sospettiamo non sia estraneo alla sua attuale crisi e alle faticose oscillazioni economiche e gli stentati recuperi di cui sta dando prova in queste ultime settimane. Dunque, in quella caldissima serata fiorentina di giugno, in mezzo a qualche idea vera e a molte repliche di Demna, di Daniel Roseberry per Schiaparelli e in generale dei best of dell’ultimo decennio (chissà perché, gli studenti credono che, passata qualche stagione, l’industria dei vestiti resetti la propria memoria azzerandola e che il limite fra omaggio e copia sia una questione risibile), la moda performativa di Viktor&Rolf, lontana dalle logiche della pronta vendita che ormai domina le settimane della moda un po’ ovunque, mostrava infatti la propria assoluta atemporalità e dunque una delle ragioni per le quali, poco tempo fa, Renzo Rosso abbia deciso di acquistare la proprietà totale della società fondata nei primi Anni Novanta: “Lui si occupa del business, noi della creatività. Trovare la combinazione giusta tra le due cose è stata la sfida più difficile della nostra carriera”, esordisce infatti la coppia creativa olandese da una qualche località di Maiorca dove si è presa un po’ di vacanza “guardando l’eclisse con i nostri fidanzati”, che è una bella immagine soprattutto perché ricorda quella che dovrebbe essere la suddivisione ideale dei compiti in un’azienda di moda e non è più da molto tempo, visto che ormai gli stilisti discutono di entry price come direttori merchandising anche nelle interviste pre-sfilata, davanti al mitico tabellone delle cosiddette ispirazioni che, peraltro, sono raramente loro a comporre (se ne incarica l’ufficio stile) e che è soprattutto destinato a ingolosire i giornalisti, in particolare quelli televisivi che, riprendendo quelle riproduzioni di Velasquez e Frida Kahlo buttate a caso in mezzo alla foto di un tramonto al mare, si garantiscono qualche “bella copertura” che “fa colore”. Di Viktor&Rolf, che riproducono tutti i capi delle loro collezioni in miniatura vestendone bambole vittoriane, in una collezione personale che ricalca la tradizione delle celebri Pandore settecentesche, nessuno ha mai visto mezza immagine oltre ai ritratti ufficiali e aun indimenticabile servizio di “Vogue America” scattato da Annie Leibovitz di una quindicina di anni fa dove interpretavano Tweedle Dee e Tweedle Dum con Natalia Vodianova che vestiva i panni di Alice, e questo senza parlare del fit, cioè della portabilità dei loro capi o per meglio dire della loro negazione: colli altissimi, maniche strettissime, se praticate anche un minimo di sport il brand non fa per voi.
Eppure, non ci sono dubbi che le loro presentazioni si inscrivano nella memoria degli spettatori vicini e lontani in via indelebile, tanto che una ventina di queste indimenticabili uscite verrà esposta dal 25 settembre al 22 novembre a 10 Corso Como nella prima mostra personale loro dedicata, “Spectrum”, per la curatela di Alessio de Navasques che un paio di anni fa aveva seguito per gli stessi spazi la bella mostra “Yohji Yamamoto. Letter to the Future”. Che un luogo votato innanzitutto alla vendita e all’intrattenimento come 10 Corso Como pensi alla valorizzazione di una coppia di creativi che si definisce di “fashion artists” e che lavora sul linguaggio culturale ben prima che sul cosiddetto “prodotto”, va a maggior gloria della sua attuale proprietaria, Tiziana Fausti, ancorché sia logico aspettarsi che qualcuno degli introvabili capi del duo spunti prima o poi fra le eleganti relle del palazzetto, e dopotutto Rosso avrebbe tutte le ragioni per volerlo fare. Sebbene sempre più la moda lavori di immaginario e metta “costantemente in discussione le convenzioni della moda e i suoi meccanismi di rappresentazione”, come dice il comunicato che anticipa l’esposizione, purtroppo fare vestiti impone anche di venderli, non solo di piazzarli nei musei, per cui eccoci al progetto di grande impatto visivo, cioè instagrammabile, “ideato appositamente per gli spazi della Galleria dalla maison Viktor&Rolf come un’’unica installazione”, e da parte del “Foglio della Moda” a una serie di domande al duo sul tema di questo numero, e cioè sulla perdurante mancanza di ironia in un settore che, per molti anni, ne ha profusa in ogni capo, in ogni riferimento, in qualunque gadget. Viktor&Rolf si sono sempre concessi tutta l’ironia e la sperimentazione che volevano, fin dai primi Anni Novanta in cui, freschi vincitori del Festival D’Hyères che fra molti altri ma con una storia più lunga e un prestigio maggiore, premia i migliori esordienti, condividevano amicizia, vita e lavoro in uno studio parigino talmente piccolo che per ricavare da quei pochi metri quadrati uno spazio dove lavorare erano costretti a spingere il materasso contro il muro. Ancora oggi, trent’anni dopo, dicono di non pensare al futuro “ma a riflettere sul concetto di tempo applicato alla moda”, al valore imprescindibile delle sfilate come luoghi e momenti di rappresentazione e al bisogno di fermarsi, talvolta, per fare il punto. “Da quando abbiamo iniziato, il nostro approccio non è cambiato di molto, anzi. La moda è sempre stata per noi un percorso molto personale. Consideriamo il nostro lavoro come un autoritratto: la lotta tra pura creatività e interessi commerciali non è una novità ed è sempre stata una sorta di conflitto. Ecco perché l'alta moda è così importante per noi: è uno spazio creativo sicuro dove non ci sono restrizioni. Il nostro lavoro è come un laboratorio, un luogo in cui sperimentare e sviluppare idee. La moda è da sempre il fulcro della nostra ricerca: i suoi codici, il suo aspetto, la sua struttura. Ogni nuova stagione ci offre l’opportunità di guardare alla moda da una prospettiva diversa. In questo senso, oltre trent’anni di lavoro restituiscono uno spettro sempre più ampio di prospettive sul tema”. Che la moda di oggi sia particolarmente priva di ironia, e molto poco divertente, non sarebbe dunque il derivato dei diktat commerciali sempre più stringenti delle holding a cui la maggior parte dei brand fa capo, dicono, quanto un “riflesso del mondo in cui viviamo oggi. E per quanto ci riguarda”, aggiungono, ”anche se cerchiamo di esprimere idee serie attraverso il nostro lavoro, l'ironia ci viene naturale. Siamo piuttosto distaccati e razionali nel nostro modo di pensare, forse è questo il motivo. E ci sforziamo di realizzare opere complesse. Ironia, umorismo, tristezza... tutto gioca un ruolo nel nostro processo creativo”. Talvolta, questi sentimenti contrastanti affiorano tutti insieme, creando reazioni uguali e contrarie nel pubblico, e infatti era difficile non provare un filo di disagio quando, alla sfilata della collezione inverno 2023-2024, le modelle uscirono in passerella portando sulle spalle pupazzi dalle fattezze maschili, vestiti in smoking e privi di testa: “Le creazioni devono avere uno scopo più grande”, spiegano, ”e la sfilata rimane l’obiettivo principale del nostro progetto. È un momento narrativo all'interno di una performance in cui gli abiti e le modelle interpretano i personaggi di una storia più ampia”, e che vorrebbe però essere legata al momento storico in cui questi personaggi si rappresentano. Nulla è loro più estraneo, tengono a sottolineare, della riflessione sul futuro; eppure, la loro ultima collezione di alta moda, “Gilded Age 2.0”, una rappresentazione del rito della vestizione che sembrava coprire cinque secoli di storia occidentale, organizzata su una passerella che ruotava come un carillon, proprio questo sembrava: una riflessione sul tempo, sul valore della continuità creativa, sull’evoluzione dei gesti del vestire, in un’attrazione continua, una tensione costante tra “restraint” e “decadence”, moderazione e decadenza: ruvido, morbido, regale e modesto. Sebbene ribadiscano di non avere idea di come evolverà il settore (“non abbiamo la sfera di cristallo”) la loro moda è la dimostrazione più palese di quanto, al contrario, abbiano il tempo e i mezzi per rifletterci ampiamente. E infatti, hanno la risposta, o perlomeno una linea guida: “Il futuro della moda dipende dalla società che stiamo costruendo tutti insieme”. Quanto si è visto nelle loro ultime due collezioni pone più di un dubbio.