Moda
l’eredità scomoda •
Il senso di Maria Grazia Chiuri per le pellicce e altri problemi occidentali
Analisi di una questione non più rinviabile (che cosa facciamo delle migliaia di visoni della nonna?) a margine della bella, sensualissima sfilata couture di Fendi alla Galleria d’Arte Moderna, sperabile punto di ripartenza della griffe, e della riproposizione accurata della mostra di quarant’anni fa, che lascia qualche inquietudine

L’Occidente ricco, certamente ancora per un po’, ha un grosso problema, storico e non più rinviabile: le pellicce. In centinaia di migliaia di appartamenti sparsi fra l’Europa e gli Stati Uniti sono conservate con sempre maggiore imbarazzo altrettante migliaia di pelli animali, solitamente pregevoli. Alcune di queste sono vecchie di quaranta, cinquanta, settant’anni e sono dunque incartapecorite, perché fino all’avvento del metodo di conciatura Fendi, chiamiamolo così, che a colpi di scarnatura elimina qualunque residuo di grasso, si riteneva che lasciarne un piccolo strato aiutasse a mantenere le pelli morbide; invece, accadendo esattamente il contrario – le proteine e i grassi cambiano struttura nel tempo, e diventano rigidi come gesso – ora nelle famiglie della media e alta borghesia di ogni dove allignano cappe e mantelle di visone e volpe fragili che nessuno ha il coraggio di indossare e che sarebbe comunque complicato eliminare perché andrebbero come minimo seppellite, sperando poi che la natura facesse il suo corso in tempi ragionevoli.
Qualche giorno prima della sontuosa sfilata del decennale di Fendi nella couture, andata in scena ieri sera fra le sale della Galleria Nazionale d’Arte Moderna fra un bel pubblico molto romano, molto cinematografico e con pochissime punte di presenza hollywoodiana, se si vogliono escludere Monica Bellucci che però è una sorta di monumento nazionale e Sarah Jessica Parker che è tornata a interpretare l’anima e il cuore del modello Baguette ed è davvero molto simpatica e gentile, ho ricevuto la telefonata di un’amica, esponente di una delle famiglie che hanno fatto la storia di Milano, nonché erede di un intero guardaroba di lontre, visoni, zibellini e chinchilla colorati del genere molto di moda negli Anni Ottanta, perlopiù per la firma di Carlo Tivioli. Non sa che farsene, le repelle la sola idea di indossarle, il fidanzato pregevole critico musicale la scongiura di non trasformarle in coperte per la casa di montagna perché vorrebbe dire azzerarne il portato storico, secondo me sarebbe una buona idea farne dono a un museo? E lì mi sono immaginata la faccia dell’altra amica che dirige il museo della moda di Milano davanti all’offerta di un simile patrimonio da una famiglia alla quale è difficile dire di no ma a cui toccherebbe comunque opporre un rifiuto, vuoi perché esporre pellicce oggi significa dover raddoppiare la vigilanza, e non tutti possono permetterselo, vuoi perché i costi di mantenimento delle pellicce nell’archivio di un museo postulano l’esistenza di celle climatizzate che, al momento, nelle strutture pubbliche meneghine sono riservate a dipinti di valore inestimabile, non alle cappe di “Vacanze a Cortina”.
Possedere pellicce in quantità significa accendere assicurazioni costosissime contro ogni sorta di accidente, dal furto allo scempio a cura di quei combattenti dell’animale defunto in anni ormai storicizzati che a queste manifestazioni non mancano mai di far sentire la propria voce e ai quali, incredibilmente, la Camera Nazionale della Moda dà sempre ascolto, ma soprattutto significa dare battaglia quotidiana ai pesciolini d’argento, che se non sapete che cosa siano beati voi, perché nel capitolato di ogni assicurazione rappresentano la voce più onerosa, nonché l’incubo di ogni direttore e di ogni casa dove vi siano tele, tappeti, tessuti d’un certain age e appunto derivati animali. In sintesi, nessuno in questo spicchio di mondo vuole le pellicce o sa come riciclarle, e questo è ovviamente un tema molto sentito anche nella maison Fendi dove – è chiaro anche dalle parole che, nel corso dei nostri ultimi due incontri, ha espresso sul tema Maria Grazia Chiuri, direttrice creativa da meno di un anno – il magazzino delle pelli dev’essere prodigioso, dunque costosissimo, e perciò va smaltito o riutilizzato, cioè spostato dalla colonna degli oneri a quella dei ricavi. Nessuno estraneo alla maison sa quanto pesi quel magazzino sul bilancio di Fendi, ultimamente gravato anche dai costi del faraonico impianto sulle colline di Firenze, la Fendi Factory di Bagno a Ripoli dove, a tre anni dall’inaugurazione, risulta che lavori circa un decimo dei cinquecento dipendenti previsti inizialmente.
Il tema è però di certo pressante, perché in caso contrario Chiuri, che a differenza di quasi tutti i suoi colleghi è un’ ottima manager, oltre che una raffinata creativa, non si sarebbe certamente inventata il servizio di recupero e rimessa a modello delle pellicce storiche che, pur giusto e perfettamente eco-sostenibile, la espone alle deboli, tepide rimostranze della Camera della Moda e alle invettive dei combattenti, sordi all’evidenza che appunto l’occidente ha un problema da risolvere e che non può farlo con un bel falò, e forse nemmeno avrebbe ricominciato a inserire pellicce nelle sue collezioni. Sì tratta di pelli appunto storiche (“abbiamo magazzini a disposizione per anni”), e un po’ in sfilata lo si nota perché, per quanto ben trattate e conservate, sono comunque materiale organico, che nel tempo perde di corposità e lucentezza. Lo sa chiunque abbia le pellicce della nonna e della mamma nell’armadio, lo sa anche Chiuri che, in fondo, nella collezione che ha sfilato ieri sera e che segna il decennale della maison nell’alta sartoria non-pellicciaia (nessuno dimenticherà mai i tagli cheap di quella del debutto firmata da Kim Jones, di certo la peggiore stagione creativa di una storia centenaria di eleganza e buon gusto), ha introdotto pelli in numero contenuto, e lavorate, riportate, lavorate in modo da parere difficilmente tali, profondendo piuttosto energie sui ricami, sui tagli kimono delle cappe di velluto e seta, sugli abiti scivolati e le giacche destrutturate, in netto contrasto con due inattesi dolman di velluto del genere tardo ottocentesco che piaceva a Karl Lagerfeld e di un’impostazione decorativa invece secessionista, che guarda alle origini del gusto della maison e alle sue muse ispiratrici, che includono Emilie Floge, proprietaria della più importante maison di Vienna a cavallo del Ventesimo secolo, nonché cognata e amante di Gustav Klimt, che la ritrasse infinite volte, con la sua massa di capelli rossi, e per la quale disegnava tessuti e modelli.
E’, quella di Chiuri, una collezione giocata il contrasto fra bianco e nero femminile, sensuale, al tempo stesso leggera e consapevole, come nel filmato pubblicitario “Histoire d’eau”, vera archeologia del fashion film, che Lagerfeld commissionò al compagno Jacques de Basher per la sua prima collezione ready-to-wear del 1977 e che oggi torna, diffuso sui muri del museo, ad accompagnamento della riproposizione della celebre mostra “Un percorso di lavoro. Fendi/Lagerfeld ” del 1985 che, nella stessa Galleria d’Arte Moderna, per la cura di Ida Panicelli e l’allestimento, ideato dallo Lagerfeld con Claudio Lazzarini e Carmela Vigliotti, celebrava i primi vent’anni di una collaborazione destinata ad esaurirsi solo alla morte del designer, nel 2019. Quel progetto torna nell’istituzione oggi diretta da Renata Cristina Mazzantini, fino a metà ottobre, preceduto dall’avverbio “After” per indicarne la consequenzialità rispetto al momento originario. Chiuri lo ha voluto e ideato per la sua indubbia qualità museologica, mai studiata fino a oggi e per la quale è stato richiamato lo stesso Lazzarini, con la cura di Maria Luisa Frisa: include 22 cartamodelli, 7 tele preparatorie, 50 tavolette di lavorazione, 180 disegni, 25 pellicce, appunto il film “Historie D’Eau” diretto da Jacques de Bascher nel 1977 interviste a Paola Fendi, Ida Panicelli e Arturo Carlo Quintavalle, e la strepitosa, controversissima rassegna stampa dell’epoca. Dicono i curatori, ma in primo luogo Lazzarini accanto a cui ero seduta, che riattivare una mostra del passato è “in ogni caso un’operazione critica”; ne sa qualcosa il teatro, basti vedere il Teatro alla Scala dove, ogni stagione, viene restaurato e riportato in scena un allestimento storico, vedi il celebre Falstaff di Strehler due anni fa o le sue “Nozze di Figaro”, da cui nessuno può prescindere. Dicono da Fendi che riproporre le sezioni, l’impianto allestivo e gli oggetti originari, nello stesso museo ma in spazi diversi, abbia posto diverse questioni, sia per quanto riguarda l’allestimento, che ha dovuto subire delle variazioni, sia rispetto ai pezzi in mostra, essendo quelli del 1985 recuperabili solo in parte. Gli oggetti mancanti (tele e pellicce) sono stati sostituiti da heritage reproductions. I segni, però, non sono eterni, tanto meno nella moda come ben sapeva Roland Barthes quando tentò vanamente di fissarli in un codice definitivo nel suo “Système de la Mode”. E infatti, per stare in tema di palcoscenico, proprio le machinerie riprodotte e riportate in scena quarant’anni dopo la loro ideazione, che permettono alle pellicce di muoversi lungo lo spazio e di porsi come segno autonomo rispetto all’ambiente, oggi offrono interpretazioni e regalano sensazioni molto diverse rispetto a quelle che avrà certamente vissuto il pubblico di quarant’anni fa. E non sono sensazioni di gioia.
