L’arte di saper fare della moda un’arte

In pre-apertura di Miart, ci siamo ritrovati alla Galleria Deloitte con alcuni fra i più grandi artisti italiani contemporanei, fondazioni, stilisti-artisti, direttori di musei e curatori per indagare le molte declinazioni del mecenatismo. Scoprendo, dati alla mano, che le aziende italiane includono sempre di più nei loro progetti il sostegno alle accademie e all’artigianato 


di
16 APR 26
Ultimo aggiornamento: 09:49 AM
Immagine di L’arte di saper fare della moda un’arte

Porcellane e sete. Il finale della sfilata autunno-inverno di Maison Margiela che si è tenuta pochi giorni fa per la prima volta a Shanghai

Sul progetto di analisi e ricognizione del rapporto fra moda e arte che abbiano sviluppato con Deloitte in pre-apertura di miart e che abbiamo presentato ieri pomeriggio nella galleria della multinazionale della consulenza presso l’ex chiesa di san Paolo Converso di corso Italia (fino a domenica, tutti al Portello e nelle gallerie d’arte e alle vernici, il 20 si inizia già la mattina presto con il design e con l’installazione di Demna per Gucci ancora ai chiostri di san Simpliciano, Milano è una showroom eterna e forse è quello che la tiene viva, mah), a qualcuno verrà sicuramente da dire che, essendo la moda in crisi come i dati delle ultime trimestrali denunciano senza possibilità di smentita, per far parlare di sé non abbia altra scelta che buttarsi sull’arte. Le cose non stanno così, ed è arrivato il momento per un breve ripasso della storia da un lato, e per una chiara valutazione su quali siano state, siano tuttora e sempre più saranno le relazioni fra la produzione artistica e la moda che, fino a qualche decennio fa, entrava nel migliore e più sofisticato dei casi nel novero delle arti applicate. Leggete la storia del Bauhaus, l’esperienza di arte e sviluppo sociale per altro più affine alla contemporanea Cittadellarte di Michelangelo Pistoletto a Biella, e con questa definizione un po’ riduttiva, d’arte di un dio minore, trovate per esempio le meravigliose creazioni tessili di Anni Albers che oggi sono entrate nei musei con la A maiuscola. Dunque, ieri ci siamo ritrovati, per l’ incontro “Mecenati di moda: eclettismi creativi, collezioni, fondazioni, residenze d’artista, musei” che, pur promosso e curato dal “Foglio della Moda”, ha coinvolto tutte le grandi testate d’arte, le sezioni specializzate dei quotidiani, grandissimi artisti, presidenti di fondazioni e musei, stilisti e curatori, per una prima ricognizione e una approfondita ricerca su un fenomeno dalle molte declinazioni, miracolosamente complementari, e pronto a un ulteriore sviluppo non tanto entro i limiti dell’arte o del mecenatismo o, ancora, del collezionismo, quanto della sostenibilità sociale. L’abbiamo fatto mettendo a confronto, con l’assessore alla cultura di Milano Tommaso Sacchi e il presidente di Camera Nazionale della Moda Carlo Capasa, nomi che ci sono sembrati affini, o appunto complementari, attorno a temi come "L'arte come modello sociale. Eclettismo e rigenerazione" (Michelangelo Pistoletto, che scrive anche l’editoriale di questo numero, e Astrid Welter, docente IULM per il corso Fondazioni d’arte e moda, senior director kaufmann repetto, già head of programs di Fondazione Prada), l’industriale del tessile d’eccellenza e grande collezionista Giovanni Bonotto con Fabrizio Plessi, moderati dal responsabile ricerche e progetto “Economia della Bellezza” di Banca Ifis, Carmelo Carbotti attorno al tema "Lavoro e seduzione artistica. I mille volti dell'atelier", quindi ci siamo occupati di “contaminazioni museali” con la presidente del MAXXI Maria Emanuela Bruni e il vicedirettore di Gallerie d’Italia, Milano, Giovanni Morale, in dialogo con il vicedirettore del “Foglio” Maurizio Crippa e ancora di "fondazione: heritage e sperimentazione artistica" con Beatrice Trussardi e l’artista Marcello Maloberti, in dialogo con Jacopo Bedussi, head of content di “Rivista studio”, Antonio Marras e Gian Maria Tosatti, artista e curatore, già presidente della Quadriennale di Roma, che hanno parlato di contaminazioni fra arte e moda e di quell’eclettismo che li accomuna “senza soluzione di continuità". Infine, ecco Carla Sozzani e Kris Ruhs, in dialogo con il direttore di “Arte”, Michele Bonuomo, attorno a un tema affine a tutti e tre, "L'arte della rigenerazione urbana e culturale" e Angela Missoni e Alessandra Roveda, in dialogo con Alessio Vannetti, strategic advisor di “Vernissage”, il supplemento del “Giornale dell’Arte” che è stato appena presentato a Milano in nuova versione, collezionabile, sull’argomento solo in apparenza più semplice, in realtà quello più facilmente passibile di fraintendimenti: "Collezionisti e mecenati: raccontare l'arte". Per l’occasione, la galleria di questo meraviglioso complesso monastico manierista, fra i pochissimi di Milano, è stata arricchita con due opere: “Liturgica” di Giuseppe Lo Schiavo, concepita in relazione all’architettura della Galleria e pensata come gesto inaugurale del percorso e “Capita Aurea” di Fabrizio Plessi: una testa imperiale digitale che si dissolve lentamente in oro liquido, evocando il fluire del tempo, la caducità del potere e la natura effimera della gloria, tema che potrebbe essere valido tanto per i tempi attuali come per quelli di sempre e in particolare, per la morale cattolica è un punto fermo, per la vanitas di cui la moda fa parte e che è certamente alla base di qualche pregiudizio che è ora di sfatare. La ricerca condotta da Ida Palombella, global leader Fashion & Luxury di Deloitte, e Barbara Tagliaferri, head of art&culture di Deloitte, mette bene in luce questo particolare, e suggerisce anche i correttivi necessari perché se ne superino le asperità, come dice quest’ultima: “Oggi la cura del patrimonio e l’impegno in arti e cultura non sono più un elemento accessorio: costituiscono una leva strategica. Questo vale soprattutto nel settore Moda e lusso. Non a caso, il 68 per cento delle aziende analizzate supporta artigianalità e cultura dei mestieri, il 66 per cento promuove iniziative artistiche e culturali e il 54 per cento svolge entrambe le attività. Le imprese che investono in arte, cultura e formazione stanno ridefinendo il loro ruolo, integrando heritage, arti e cultura nel cuore della strategia aziendale.” Forse è duro da riconoscere e siamo tentati di credere che solo il mecenate si arricchisca dalla vicinanza con l’arte, si ammanti dell’aura di prestigio che l’opera di un grande artista gli conferisce, del suo valore anche politico modello Giulio II con Michelangelo Buonarroti, ma il buon posizionamento di un brand ammanta di un’aura positiva anche le sue iniziative nell’arte o nell’impegno nello sviluppo di iniziative di formazione o di sostegno dei territori. Potrete anche dire che Brunello Cucinelli abbia creato a Solomeo il sogno di una bellezza architettonica perfetta, ideale cioè ricostruita, come un secolo e mezzo fa venne fatto da Giuseppe Visconti di Modrone con il borgo neogotico di Grazzano Visconti, però non ci sono dubbi che dalla valle umbra ai piedi del borgo i brutti capannoni abbandonati siano spariti e al loro posto crescano vigne e giardini curati. Forse preferivate i capannoni? C’è l’Oasi Zegna ai piedi del Monte Rosa, dove ogni anno noi della moda manchiamo la fioritura delle centinaia di migliaia di rododendri perché siamo impegnati con le sfilate cruise, fino a quando ci saranno naturalmente visto che di solito si tengono in luoghi favolosi e al momento metà di questi sono impossibili da raggiungere per via dei conflitti, ma centinaia di famiglie vi trascorrono domeniche fantastiche con le loro mountain bike. C’è il Parco Gessi, in via di ampliamento, in Valsesia, che ha gli stessi scopi. E quindi, infinite realtà grandi e piccole, lungo tutta la Penisola, alle quali chi può contribuisce come può. 
Qualcuno potrà dire, e infatti lo dice salvo poi accomodarsi nella prima fondazione o nel primo pertugio privato ben pagato che gli venga offerto, fosse pure un archivio di porcellane, che di tutto questo dovrebbe occuparsi lo stato. Ma lo Stato italiano, così come quello francese, non ha le risorse per la manutenzione di un patrimonio così vasto. Non ha nemmeno la vasta progettualità necessaria per capire quali siano le esigenze di ogni singolo territorio, come può averlo per esempio Giovanni Bonotto con la sua fabbrica lenta ricca di opere d’arte contemporanea o Renzo Rosso che rafforza il suo impegno con l’accademia interna, lungo un filone inaugurato sette secoli fa in tutta Italia, quando nelle botteghe d’arte si imparava certamente la pittura, ma anche a mescolare i colori, a lavorare su legno e foglia d’oro, insomma a sperimentare quello che oggi definiamo eclettismo e di cui Antonio Marras è uno dei grandi esponenti, caso pressoché unico, nella contemporaneità, di ottimo artista e grande curatore di mostre che abbia saputo infondere con successo il proprio pensiero all’abito e che infatti, affastellando retoricamente i verbi e gli elementi del fare creativo proprio dell’arte e della moda (“mescolare, incastrare, armonizzare, accostare, unire, assecondare, mischiare, intervenire, scartare, scegliere, combinare, cogliere, interpretare, fondere, creare”, perché “si può fare tutto con i tessuti, uniti, pennellati, colorati, fiorati, con le rose, con i boccioli, con i rami, con il verde. Stoffe ricamate, con le piume, le spille, le perle, i decori, gli intarsi, fili, paillettes, jais”), spiega come questo equilibrio di gesti e di modi sia “flebile e indefinito”  e difficile stabilire “il confine verso il contrasto violento che diventerebbe disturbante. Il confine verso il cattivo gusto che potrebbe diventare kitsch senza essere divertente”, perché è “l’armonia che conta e tutto deve risultare naturale, come già esistente in natura”. È questo il punto fondamentale, questo l’argomento che – bisogna ammetterlo – non tutti i brand hanno ancora imparato a maneggiare, scivolando spesso nella tentazione di trasformare ogni tela in una borsetta, ed è forse per questo che, come osserva Palombella, “se il rapporto tra artisti e case di moda è una delle espressioni più vitali del mecenatismo contemporaneo, perché questa relazione produca valore nel tempo, il contratto è lo strumento essenziale: non un limite alla creatività, ma la cornice che tutela la visione dell'artista e gli interessi delle case di moda, definisce i confini dello sfruttamento commerciale e allinea gli interessi di entrambe le parti su basi chiare e condivise”. È la voce di un legale, che sa come la definizione fra le parti sia essenziale per la tutela. Eppure, non possiamo dimenticare quanto questi rapporti siano nati innanzitutto dalla passione. Sebbene si possa credere che i sarti si siano sempre circondati di opere pittoriche, architettoniche e scultoree importanti per valorizzare il proprio commercio, e può anche darsi che sia così, non sappiamo quale sarebbe stata la parabola di Pablo Picasso se uno di questi maestri dell’ago, Jacques Doucet, non avesse scelto di pagare 25mila franchi per una tela tratta da un’incisione che avrebbe dovuto intitolarsi “Le bordel d’Avignon” e che invece sarebbe passato alla storia come “Les demoiselles d’Avignon”, dietro supplica dell’organizzatore Andrè Salmon sconvolto dalla volgarità della prima versione, al termine di una visita alla galleria messa peraltro a disposizione peraltro da un altro sarto collezionista, Paul Poiret. Potremmo continuare così fino a oggi, senza ovviamente tralasciare le grandi fondazioni d’arte sovvenzionate dalla moda: Cartier, Vuitton, Pinault, in Italia Prada, Maramotti, Furlanetto, Trussardi, in assoluto fra i primissimi ad approcciare questa forma di inclusione sociale, anche di sé stessi, che sarebbe troppo riduttivo considerare alla stregua di un investimento di marketing, e come peraltro la ricerca mette bene in evidenza. L’arte per l’arte è una filosofia di pura invenzione, bellissima per carità e che ci consola quando pensiamo al mondo cinico e baro dove tutto si fa per denaro e per fama e gloria, ma l’artista senza committente non si dava nemmeno quando il fratello scapestrato delle sorelle Bronte, Branwell, le ritraeva per il salotto di casa e che è peraltro l’unico loro ritratto che possediamo dove sono tutte insieme, essendo gli altri in circolazione quasi tutti brutte stampe di fantasia. L’arte ha bisogno di sovvenzione: per essere prodotta, conosciuta, anche desiderata. Meglio, pare evidente, che questo sostegno sia il più possibile affine al percorso dell’artista e basato su regole chiare. Ma rispetto a un tempo, la ricerca di Deloitte rende evidente quanto l’idea contemporanea, e la stessa pratica, del mecenatismo, oggi non si possa restringere alla sola mostra, al solo sostegno artistico, a qualunque scopo sia, ma si estenda al rafforzamento delle filiere locali, alla formazione, alle collaborazioni con le istituzioni culturali, in dialogo con il territorio. Questo dato emerge non solo dalla ricerca sul territorio italiano, che è stata condotta su cinquanta aziende distribuite prevalentemente a nord (ovest ed est) e centro, ma anche dall’analisi dei principali attori internazionali, dai quali emerge un rafforzamento del legame con l’Italia, in particolare da parte delle Maison francesi, attraverso produzione, filiere e heritage, accompagnati da investimenti strategici in arte e cultura. La valorizzazione dell’heritage, come osserva Palombella, non è più solo branding e posizionamento, ma parte integrante della strategia industriale dell’impresa. Il 66 per cento delle aziende del campione promuove iniziative artistiche e culturali. Di queste, il 57,5 per cento lo fa in modo pluriennale e continuativo, mettendo appunto al centro degli obiettivi la formazione, che non a caso è stata anche al centro di questa edizione della “Giornata del Made in Italy”, attraverso un progetto documentaristico sviluppato da Camera Nazionale della Moda. La trasmissione delle competenze, attraverso academy, percorsi formativi e programmi di specializzazione, favorisce il ricambio generazionale, preserva il know-how e sostiene la qualità manifatturiera nel lungo periodo. Se il grande tema di questi anni è lo sviluppo di professionalità altamente specializzate e a ogni occasione ci viene ricordato quanto sia fondamentale il rapporto fra industria e sistema educativo, considerare il mecenatismo della moda nell’arte come un mero scambio i favori attorno alla pittura equivarrebbe a non rendere omaggio a una tradizione ormai millenaria nella formazione. Come aggiunge Fabio Pompei, ceo di Deloitte Italia, “il rapporto fra moda, arte e mecenatismo ha radici profonde, ma oggi sta evolvendo in modo molto significativo. 
Se in passato era prevalentemente legato a iniziative individuali, oggi è sempre più un impegno condiviso, che coinvolge anche il mondo delle imprese,  in particolare nella moda e nelle imprese della moda, che operano in un ambito in cui creatività, cultura e identità sono elementi fondanti”. Eppure, solo il 20 per cento delle aziende analizzate include una rendicontazione autonoma delle attività artistiche e culturali, spesso qualitativa e poco approfondita, il che smentisce un altro po’ i pregiudizi sul rapporto prezzolato fra arte e moda. Par di capire, che lo scopo finale sia ancora quello di Giulio II: gloria, per sé e per la propria casata/brand. E anche la semplice passione, e la gioia, di estendere la propria relazione col bello.