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Vi siete accorti che a Milano sono tornate le stiliste, vero?
Obnubilati da Demna e dalla sua visione non sempre carezzevole sugli italiani nella sua prima vera collezione per Gucci, tanti non sembrano essersi resi conto che, oltre a Miuccia Prada, Vivetta e Nicoletta Spagnoli, i debutti di Maria Grazia Chiuri da Fendi, Meryll Rogge da Marni, Silvana Armani alla collezione donna maison ed Emporio, hanno dato alla moda nazionale una leggerezza e una precisione che non aveva da tempo
di
2 MAR 26
Ultimo aggiornamento: 03:29 PM | 27 MAR 26
A giro-fashion week milanese terminato e sfilata di Gucci metabolizzata (ne abbiamo scritto il 27 febbraio, ma le polemiche off the record della stampa, non solo nazionale, per quella visione estremizzata dell’italianità, insomma quel presentarci come i cafoni che in genere siamo e non come gli aristocratici rentier che crediamo di essere non si sono ancora placate), è arrivato il momento di una riflessione lungo due filoni differenti. Il primo, inevitabile e anche urgente da dichiarare essendo noi del “Foglio” e con il suo inserto moda forti sostenitori delle carriere femminili ai vertici del sistema con premi di laurea e borse di studio nelle discipline Stem, è il ritorno delle donne ai vertici delle direzioni artistiche di brand internazionali.
Senza troppo parere o tanto meno gloriarsene per il colpo inflitto al temibile patriarcato, le donne hanno cominciato a riprendersi la moda, com’era ai tempi delle sorelle Callot, di Jeanne Lanvin, di Marta Palmer, delle sorelle Chiostri, di Madeleine Vionnet e di Coco Chanel che tornò dalla Svizzera, dove si era confinata forzatamente dopo la Seconda Guerra Mondiale per via delle evidenze collaborazioniste, non solo perché riteneva che la situazione si fosse calmata abbastanza da permetterle di riprendere il proprio posto nell’ambiente senza rischi, ma anche perché le guepières e le gonne pesanti otto chili nelle quali Christian Dior aveva ingabbiato le donne dopo cinquant’anni di abbandono dei bustini le facevano orrore. Dichiarava a chiunque la stesse a sentire, cioè tutti, che gli uomini non sapessero vestire le donne, puntando il dito ossuto contro con quegli abiti “fatti da un uomo che non conosce le donne, non ne ha mai avuta una e sogna anzi di essere una di loro”.
Erano pensieri politicamente scorrettissimi che nessuno tenga alla propria incolumità ripeterebbe più ad alta voce, tanto meno ai giornalisti, ma che in questa settimana si sono alleggeriti molto dal pregiudizio per arricchirsi invece di evidenze favorevoli e piacevoli di fronte al lavoro di Maria Grazia Chiuri per Fendi, di Meryll Rogge per Marni, di Silvana Armani per Emporio Armani e Giorgio Armani, tutte al debutto non certo nel mestiere, ma nella rispettiva linea. Volendo aggiungere Miuccia Prada (sì, anche in tandem con Raf Simons), Vivetta, Daniela Gregis che il sistema non riconosce mai nella sua bravura e invece, e ancora Nicoletta Spagnoli per Luisa Spagnoli o Elisabetta Franchi nella quale, a dispetto dell’indole irruente, si riconoscono milioni di donne, si ha il quadro di una situazione che va lentamente migliorando e riequilibrandosi dopo decenni nei quali ogni tanto si levava una voce a chiedere come mai, nonostante molte maison fossero state fondate e fatte prosperare da donne, nessuna di loro fosse più al comando. Senza nulla togliere a creativi di grande merito come Alessandro Dell’Acqua, che anche per la prossima stagione ha realizzato una collezione femminilissima con la sua N21, o di Massimo Giorgetti-MSGM, tornato a sfilare con abiti di intrigante freschezza, volumi delicatamente appoggiati sul corpo e deliziosi imprimé di rose e di gatti (l’ispirazione era Leonor Fini), l’esordio di Chiuri, Rogge e Silvana Armani ci ha ricordato che cosa sappiano fare le donne quando vestono le loro simili affiancate da un team che le sostiene.
E’ stato come se all’improvviso tutto si fosse fatto più leggero, meno involuto, meno teatrale o, per dirla con un’espressione molto amata negli Stati Uniti, meno “dramatic”. Soprattutto, meno scomodo da indossare. Nessuna proiezione, nessun fantasma, nessun palcoscenico da calcare con la versione ipersessualizzata di sé o con il suo opposto: da queste collezioni di donne per le donne sono uscite tante giacche leggere e destrutturate da indossare il giorno ma anche la sera, sopra gonne luccicanti, tanti cappotti che avvolgono e proteggono senza appesantire le spalle, tante gonne a portafoglio o pantalone come negli Anni Settanta (sono uno dei grandi ritorni per il prossimo inverno, insieme con i guanti lunghi), e ancora molti abiti di pizzo, anche in pelle traforata e tagliata a laser a imitazione guipure, e ancora molti velluti scivolati, facilissimi da indossare. Chiuri è nota per vendere (“se fossi un uomo direbbero che ho il senso degli affari, ma essendo donna mi accusano di essere commerciale”, si è lamentata con Luke Leitch di “Vogue America”: fra i sacerdoti della moda, vendere tanto è incredibilmente un minus), ed è molto probabile che Silvana Armani porterà nuove clienti a un gruppo la cui percentuale più alta di fatturato deriva dalla licenza dei cosmetici e dei profumi. “Ho pensato alla quotidianità delle donne, partendo da come vesto io”, ha detto non a caso appena chiusa la sfilata sulle note di “A costo di morire”, la cover inedita della canzone di Fausto Leali che Mina ha voluto regalare alla famiglia Armani in omaggio al grande stilista e imprenditore scomparso lo scorso settembre, in una eco non diretta ma contigua con le parole di Chiuri, che il giorno prima dello show raccontava non solo la propria emozione nel ritorno “in una maison che mi ha dato le basi del mestiere”, tre decenni orsono, ma anche i piccoli aneddoti dei lunghi anni trascorsi accanto alle cinque sorelle Fendi, e della nostalgia per quei favolosi anni della disciplina e della passione totalizzante e, all’epoca, del tutto estranea alle logiche della finanza. Quindi, Miuccia Prada. Ha dato un senso al guardaroba come estensione e interpretazione del sé, compagno di viaggio e fedele testimone dell’alternanza dell’umore quotidiano in una collezione che, pur non essendo particolarmente innovativa nelle forme, ribadisce e spiega il ruolo dell’abito attraverso la sua interpretazione da parte di quindici donne diverse, ognuna presentata in quattro cambi d’abito, lungo una progressiva e seducente scomposizione del look. “Ci sono molti strati nella vita di una donna: ogni giorno richiede non solo abbigliamenti diversi, ma anche una pluralità di identità a cui attingere. Fai delle scelte, decidi chi vuoi essere e come vuoi presentarti, assumi dei ruoli e ridefinisci te stessa” dice la stilista. “Questa collezione riflette la complessità della vita e la complessità intrinseca delle donne. Volevamo esprimere in modo fondamentale queste infinite possibilità. Gli strati qui non sono solo strati di storia, ma anche strati di esistenze, di sentimenti, di emozioni. Sono espressioni di vita. La sovrapposizione e la contrapposizione dei capi creano contraddizioni intrinseche che rappresentano la complessità della vita”. Quindi, donne. Anche in memoria. L’unica serata della settimana nella quale si siano ritrovati tutti gli stilisti e una quota non infinitesimale degli imprenditori della moda che conta in Italia, da Diego Della Valle ai rappresentanti di Kering e Moncler, oltre ad Anna Wintour che ne era consuocera, è stata quella dedicata a Franca Sozzani, a dicembre saranno dieci anni dalla sua scomparsa, alla Fondazione Sozzani, in occasione della presentazione del documentario “Paving the way. Franca’s legacy” per Qatar Museums: un’ora di testimonianze non riuscitissime nel racconto del personaggio, oggettivamente, soprattutto rispetto al film-documentario che le aveva dedicato il figlio Francesco Carrozzini, “Chaos and creation” e che era brillante e spiritoso come lei, all’epoca ancora in vita (lo scambio “ma allora perché ti sei sposata?” “perché avevo già il vestito” è entrato nella storia), ma sintomatico dei buoni fondamentali che il sistema ancora possiede, perlomeno in Italia. Da queste parti c’è ancora etica e gratitudine, non è poco. La vitalità emersa da questa settimana, che con ogni probabilità replicherà a Parigi, dimostra che il settore, più ancora che possedere buoni fondamentali, non può proprio permettersi di collassare; soprattutto, non vuole che questo succeda a nessun costo. Vi sono però diversi fattori che giocano contro questo recupero. Per prima cosa, la creatività, che non può basarsi sempre ed esclusivamente sui “codici propri della maison” e sull’”heritage”, sintagmi ormai privi di senso se non per prendersene gioco a bordo passerella dopo aver scorso l’ennesimo comunicato stampa intercambiabile.
In questo, Demna che ha rivisitato gli Ottanta di Versace e i Novanta di Tom Ford senza perdere troppo tempo con la reverenza ha molta ragione. Quindi i prezzi, che i brand non possono permettersi di abbassare, pena la perdita definitiva e totale di credibilità, ma che hanno bisogno comunque di stabilizzare su nuovi livelli per attrarre nuovamente una clientela sempre più convinta che, sebbene un cappotto di Cos sia come ovvio imparagonabile a un cammello di MaxMara, possa però essere paragonato a quello di un medio brand fra i nomi che sfilano. Volendo echeggiare Cavour, adesso che si è rifondata la moda, bisognerà ri-fare i modaioli, cioè trovare il modo di far desiderare ancora una volta i capi che sfilano e che si presentano nelle showroom, e soprattutto renderli accessibili. Dunque, da una parte va registrato il tentativo del sistema moda nazionale, perlomeno dei suoi marchi più forti, di dare un nuovo significato alle proposte e di varare molte iniziative di buonsenso, vedi la scelta di Chiuri e di Fendi di valorizzare il servizio di rimessa a modello delle vecchie pellicce (le case dell’occidente traboccano d pellicce di alto, medio e basso valore inutilizzate che rischiano di incartapecorirsi o di coprirsi di parassiti o di costare un botto in smaltimento: non è più ecologico, e anche più intelligente, trasformarle in coperte, interni di cappotti, borsette, e portarle naturalmente ad estinzione?); dall’altra bisogna infatti tornare a fare i conti con i prezzi, che in alcuni casi nel corso dell’ultimo decennio, sono aumentati del 300 per cento, finendo per escludere dall’accesso alla moda chi alla moda si rivolge naturalmente, e cioè gli infiniti clienti aspirazionali che la ritengono un mezzo di affermazione personale, oggi come ai tempi del borghese gentiluomo di Molière. E’ una constatazione che facciamo da qualche tempo, due anni almeno, ma che resta valida anche in questa tornata di sfilate. I direttori creativi hanno studiato molto, si sono impegnati nell’estremo tentativo di riportare i buoi nella stalla, ovvero noi in boutique, e si tratta di un tentativo fondamentale. Quanto funzionerà, lo sapremo fra sei mesi.
