cerca

moda nella casa del cinema

A Cinecittà sfila il mondo bianco di Valentino

Allo Studio 10, anticipata da un video diretto in remoto da Nick Night, è stata presentata la collezione couture inverno 2020-2021 firmata dal direttore creativo Pierpaolo Piccioli

21 Luglio 2020 alle 19:40

Darsi la forza, la volontà ma soprattutto il coraggio di sognare. Di sognare in grande, cioè di osare: uno, o molti passi in più, come in questo caso, fra questi abiti alti fino a cinque metri, lunghi come il tempo, la bellezza e la fatica di realizzarli in condizioni proibitive, in questa dimensione ipertrofica del concetto di moda, della fisicità al tempo stesso reale e immateriale dell’abito che diventa la cifra della collezione couture inverno 2020-2021 di Pierpaolo Piccioli montata nello Studio 10 di Cinecittà e anticipata da un video diretto in remoto da Nick Night, il più concettuale, distante e rispettoso interprete della magnetica fluidità dell’essere femminile. Quattrocento metri di ruches, fino a 350 metri di tessuto per un abito, quindici capi in tutto dove si leggono in controluce la storia di Valentino, quello passato e quello di oggi, e infiniti riferimenti alla storia dell’arte (c’è l’ubiqua Venere di Botticelli), alla narrativa del cinema (riguardarsi Ziegfield Girls, anno 1941, vestito da Adrian, in particolare la scena centrale con le ragazze vestite di bianco su altissime colonne sulle note di “You stepped out of a dream”). C’è l’omaggio a Fellini e a “Giulietta degli Spiriti” che girava i suoi film nello studio di fronte, c’è un richiamo a Pier Paolo Pasolini nelle sue Lettere Luterane, quell’appello disperato e rabbioso all’autodeterminazione, al “non voler essere subito già così sicuri”, al non “voler essere subito già così senza sogni”.

 

Quello che non è, e che non vuole diventare, Piccioli, che con Pasolini condivide la magica ripetitività delle iniziali anagrafiche – PPP – l’ha scritto in questa collezione come forse non aveva osato fare mai, tanto meno nell’ultima, presentata a gennaio, dove non sembrava nemmeno se stesso, ma un semplice collettore di richiami disparati. Quel che non è, e non vuole essere, Piccioli l’ha detto senza mezze misure, forse addirittura aiutato da questo periodo di chiusura e riflessione. Vuole seguire il proprio percorso, senza confronti, senza troppe rigidità e senza troppe concessioni al marketing, che soprattutto in Italia è stato il leit motiv dell’imprenditoria di moda (e ahinoi anche editoriale) degli ultimi vent’anni. Come riuscirà a farlo con un uomo “di prodotto” come Jacopo Venturini appena rientrato nelle vesti di ceo resta da vedere, ma i due sono abbastanza collaudati da esperienze comuni negli scorsi decenni da poter capire dove debbano entrambi fermarsi e come passano valorizzarsi a vicenda.

 

Questa collezione, forse la prima dove davvero Piccioli abbia potuto esprimere la forza gentile della propria creatività, meritava di essere bianca, doveva esserlo, come una pagina pulita e immacolata su cui ricominciare a scrivere. Il bianco ottico, somma di tutti i colori, cattura questo nuovo inizio, “l’aprirsi di infinite possibilità”. Bianco come un foglio, bianco come la tela “simbolo di lavoro e dedizione, primo passo nel processo di costruzione”. Sopra queste forme, queste silhouette, è intervenuto Nick Knight, plasmandole con proiezioni video nei colori dei quattro elementi primigeni: acqua, fuoco, aria, terra. Lo stilista demiurgo nella volontà di dar materia ai sogni, le sarte capaci di dar corpo a questi sogni infiniti, l’artista che vi interviene con la sua interpretazione, la volontà di chi indossa l’abito di far proprio questo sogno, questa grazia, rimodellandolo per sé, alla portata del proprio immaginario. Materialità e immaterialità uniti nel pensiero umano che si fa manualità, “Siamo fatti della stessa materia di cui sono fatti i sogni”, come dice Prospero nella Tempesta shakespeariana, e come tali duriamo. Ma l’abito, questa volta, sembra sfuggire al destino della caducità per trasformarsi in un sogno umanissimo di idea assoluta.

Fabiana Giacomotti

Fabiana Giacomotti

Milanese, ha vissuto un po' qui un po' là, parecchio a Londra. Era partita con l'idea che la letteratura francese sarebbe stata la sua vita, tanto da mantenersi agli studi come annunciatrice tv per non darla vinta al padre che voleva in casa almeno un altro medico e lei era l'ultima speranza. Ancora adesso non ha capito come sia diventata giornalista di economia e poi di costume e moda. Fra gli Anni Ottanta e i primi Novanta ha lavorato per Espansione, il Giornale, ItaliaOggi, quindi è stata inviato speciale per il Mondo, IoDonna, Capital, per il primo decennio Duemila in successione vicedirettore di Amica, direttore di Luna e, in contemporanea, del quotidiano MfFashion. Ama alla follia la carta stampata e collabora a Il Foglio dal 2007. Nel frattempo ha progettato ("direzioni mai più grazie") un paio di altre riviste, collabora con l'Istituto dell'Enciclopedia Italiana, ha scritto libri, guide popolari tradotte all'estero, saggi ponderosi ma anche no (l'ultimo, "La moda è un mestiere da duri. Gli anni Duemila del lusso italiano visti dietro le quinte", Rizzoli, raccoglie una selezione di articoli scritti per l'inserto del Foglio del sabato con un nuovo saggio introduttivo). Ha curato mostre di moda e costume per istituzioni varie e "tutte interessanti" come i Musei Civici di Venezia, la Rai, Palazzo Morando a Milano. Dal 2005 è tornata in università come docente del corso di Scienze della Moda e del Costume alla Sapienza di Roma dove, come poteva farselo mancare, ha progettato una testata online e un sistema informativo dedicato agli studenti. Ha una figlia trentenne, Federica, account pubblicitario, di cui va tremendamente orgogliosa e che si ostina a chiamare "bellapopina", facendola imbufalire.

Più Visti

Lascia il tuo commento

Condividi le tue opinioni su Il Foglio

Caratteri rimanenti: 1000

Servizi