La campagna social sul giubbotto “fascista” di Salvini e la politica al tempo dei brand

Il leader della Lega va allo stadio con una giacca di un'azienda di abbigliamento vicina a CasaPound. Il risultato: una straordinaria visibilità per il marchio

11 Maggio 2018 alle 15:27

La campagna social sul giubbotto “fascista” di Salvini e la politica al tempo dei brand

Foto Instagram via @pivertstore

Politica e abbigliamento. In passato in Europa, e soprattutto in Italia, vi è stato un binomio piuttosto stretto tra ideologia e outfit. Negli anni '70 la moda si era fatta portavoce di concetti e rivoluzioni: i ragazzi di sinistra portavano l'eskimo, che diventò simbolo della controcultura e indumento identitario, le Clark, i jeans sdrusciti e le borse di cuoio. Quelli di destra invece si sono affidati nel tempo più a vestiti di brand casual (Lonsdale, Doc Martens), anche se il più delle volte, ad esempio per Fred Perry, cannibalizzando altre sottoculture, come quelle degli skinhead, che originariamente nasce proletaria, multietnica e di sinistra.

Nel corso dei decenni, questo bipolarismo dell'abbigliamento si è fatto sempre più sfumato, anche se spesso ancora piuttosto riconoscibile.

 

Adesso si torna a parlare di politica e abbigliamento dopo che sono circolate foto e filmati del leader leghista Matteo Salvini, candidato in questi giorni a formare il nuovo governo insieme al Movimento 5 Stelle; Salvini nella tribuna d'onore dello stadio Olimpico per la finale di Coppa Italia, vestito come sempre casual con cappellino del Milan e, soprattutto con un giubbotto del marchio Pivert, brand italiano di proprietà di Francesco Polacchi, uno dei responsabili del movimento di estrema destra CasaPound, condannato a un anno e quattro mesi per i violenti scontri del 2008 in piazza Navona e ora indagato per i tafferugli seguiti al blitz di CasaPound a Palazzo Marino contro il sindaco Beppe Sala nel giugno 2017.

 

Se forse non è correttissimo dire che Pivert è il marchio d'abbigliamento di CasaPound, di certo non possiamo non evidenziare i tanti rimandi della collezione a quel mondo e a quell'immaginario, a partire dai nomi dei capi - “semiDIO”, “fighter”, “martialis” o “victores” - fino all'estetica dei modelli nelle foto del sito. Inotre è un fatto acclarato che i capi Pivert sono i preferiti per parecchi simpatizzanti di CasaPound.

 

È evidente che in molti hanno fatto l'abbinamento Salvini-Lega-CasaPound, tenendo conto che il leader della Lega in passato è già ricorso all'abbigliamento casual per diffondere messaggi politici, e quindi è difficile pensare che quel giubbotto sia stato indossato casualmente. Però qui ci interessa analizzare come l'opinione pubblica (leggi, il web e i social) ha reagito a tutto questo.

 

 

Il primo fra tutti è stato lo scrittore-giornalista Christian Raimo, non nuovo a questo tipo di discussioni, sul suo account Facebook, a cui poi sono seguiti una serie di siti sia di informazione politica ma anche di musica e costume (Repubblica ha messo la notizia in prima posizione sulla propria homepage).

 

Non sono certo mancati i commenti (migliaia solo su Facebook) la maggior parte dei quali non stigmatizzavano tanto il fatto che Salvini indossasse quel giubbotto dal chiaro messaggio politico, quanto che le testate si occupassero di tale questione, cioè che “Salvini allo stadio si veste come gli pare”, che alla fine “non sono questi i veri problemi”, in una chiara rappresentazione di 'benaltrismo' ai tempi dei social.

Il risultato, in soldoni, è una straordinaria campagna di visibilità per il marchio Pivert, a cui è seguito la messa offline del sito e-commerce del brand per congestione del traffico.

In un'altra epoca pre-internet una notizia come questa sarebbe o passata inosservata o, se notata, un caso politico.

 

Oggi invece quello che emerge è solo l'aspetto pubblicitario e di promozione del marchio. Tutto quanto, la mossa di Salvini e il suo messaggio politico, il fatto che un'azienda di abbigliamento condivida la sede con “Il Primato Nazionale” sito di informazione della destra sovranista, e dei suoi chiari messaggi identitari, passa in secondo piano rispetto alla visibilità del brand solo per il fatto che se ne parla.

Tutto questo, inevitabilmente, porterà a una crescita di ordini d'acquisto, e non solo da parte dei militanti o simpatizzanti di CasaPound.

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Commenti all'articolo

  • Saverio Gpallav

    12 Maggio 2018 - 07:07

    quando aumenteranno gli acquisti dei non simpatizzanti finalmente non staremo più a disquisire su un giubbetto

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