pagina 69

Buona la copertina, ma se non vi piace la fotografia è meglio lasciar perdere

Mariarosa Mancuso

Tagliare un pezzetto, assaggiarlo, decidere se la torta piace oppure no. Vorrà perdonarci Marshall McLuhan, teorico della pagina 69, se ne diamo oggi una versione gastronomica (non funziona con i racconti, più simili a un vassoio di pasticcini multigusti). Più nobilmente potremmo dire carotaggio, frattale – ingrandendo una porzione si ritrova la struttura dell’intero – oppure microcosmo che riflette il macrocosmo romanzesco.

 

Tre donne nella cinquina, quest’anno al Premio Strega. In ordine alfabetico la prima è Helena Janeczek, nata a Monaco da genitori ebreo-polacchi (vive in Italia da anni, in tedesco ha scritto solo le prime poesie). Il romanzo si intitola “La ragazza con la Leica”, la copertina mostra una foto in bianco e nero con una signorina anni trenta che fuma, ha un bicchiere davanti che sembra vino, schiaccia l’occhio. Dopo “La solitudine dei numeri primi” di Paolo Giordano arrivò sui banconi un’epidemia di volumi che guardavano il lettore come a dire “comprami comprami, fai di me un bestseller”. Questa è senz’altro la più originale.

 

“Gerda era stata travolta alle porte di Madrid nel luglio del ’37”. E’ Gerda Taro, la ragazza con la Leica (la macchina fotografica ci soccorre nell’ultima riga) morta sotto un carro armato durante la guerra civile che attirò in Spagna reporter, fotografi, brigate di volontari, intellettuali. Si aggira nella pagina anche un certo Willy Brandt “scampato per un soffio alle retate contro i “trotzkisti’ a Barcellona”. E un giornalista canadese ferito nell’incidente di Gerda, che arrivato a Parigi “s’era piazzato nell’albergo di Capa”. Capa come il fotografo Robert Capa, che nell’immaginario collettivo ha un posto molto più saldo. Con lui Gerda Taro aveva una liaison professionale e sentimentale.

 

Siccome siamo in un romanzo non in un libro di storia, a metà pagina la faccenda si complica: “Tanto era bastato perché le illazioni sulla morte di Gerda, le ipotesi più nere, continuassero a circolare a lungo”. Una riga bianca introduce il flashback. “Le ultime volte che Gerda era tornata a Parigi, la faccia abbronzata e le gambe pallide, gli amici più attivi nel SAP le avevano raccomandato di stare in guardia”. SAP sta per Partito Socialista Operaio: fondato nel 1931 a Berlino combatteva il nascente nazionalsocialismo, clandestinamente e dall’esilio. La fotografa non prende sul serio l’avvertimento: “Lavoro per i giornali giusti, conosco le persone…”.

 

La situazione ricorda, con un po’ di anticipo, il romanzo di Aaron Appelfeld “Badenheim 1939”. In una cittadina termale austriaca gli abitanti si informano sui programmi musicali della stagione, mentre le autorità impongono agli ebrei di registrarsi presso il Dipartimento Sanitario. A pagina 69 di “La ragazza con la Leica” leggiamo: “Nessuno aveva avuto il coraggio di replicare che quelle ‘persone giuste’ erano tra coloro che cominciavano a temere”.

 

Saltiamo a pagina 99 – su 330, misura lunga ma non tale da porsi come principale caratteristica del romanzo – per un supplemento d’indagine (lo suggerisce l’americano Ford Madox Ford). “Dopo aver visto il giornale con la foto di Mademoiselle Taro bordata a lutto” fa pensare a un romanzo-ossessione. In letteratura non è un disturbo come in psicoanalisi, può essere un pregio. Implica ricerche e una certa fissazione sull’argomento. Naturalmente, se non amate la fotografia di guerra; se non vi importa nulla di Gerda Taro né delle donne geniali messe in ombra dai maschi; se Robert Capa non vi piace più da quando avete sentito dire che il miliziano ferito forse è una fotografia posata, conviene lasciar perdere.

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