Io so chi sei

Edoardo Rialti

Sorvegliare e punire. Il celebre titolo di Focault non descrive solo uno degli impulsi basici e tragici dell’assetto sociale – quella dinamica che non vorremmo mai applicata a noi stessi ma che continuamente desideriamo che si applichi ad altri – ma anche un elemento fondamentale di tutti rapporti persecutori, sia imposti che, talvolta, persino ricercati e alimentati. Un nodo oscuro, antico quanto il mondo e le relazioni umane, collettive e personali, dallo schiavismo allo stalking. Come intuiva Simone Weil, tutti gli affetti che si basino sulla pretesa della necessità sono una menzogna, e obbligano a mentire. E’ una delle forze dei thriller quelle di riesporci a tali grovigli ancestrali, incarnandoli però nel modificarsi e innovarsi dei nostri linguaggi interpersonali. Il timore di un intruso in casa, per cui da bambini sbirciamo sotto il letto, è certamente antico come le grotte di Lascaux, ma assume una sfumatura nuova nel mondo di internet, e dei cellulari. E’ questa la cornice del racconto intelligente e crudele di Paola Barbato, sceneggiatrice e romanziera, ambientato nella sottocultura animalista, dalle sue declinazioni più comuni e diffuse alle sue cerchie più estremiste. Lena è una reietta e una sopravvissuta. Per amore d’un ragazzo violento e distruttivo ha abbandonato le sicurezze d’una famiglia borghese, ma al tempo stesso non è mai stata davvero a suo agio nella banda disordinata che dovrebbe costituire il suo nuovo mondo, fatto di piccoli spacciatori, veterinarie, magazzinieri. Tutti uniti solo da Saverio. Ma Saverio stesso è ormai scomparso, suicida nell’Arno, e persino quel futuro insieme, precario e morboso, è diventato un passato. La vita di Lena è quella di chi si aggiri in una casa infestata. E improvvisamente, tramite un vecchio cellulare infilato nella posta, il fantasma compare davvero. Qualcuno che conosce dettagli segreti della relazione con Saverio inizia a invadere progressivamente le sue giornate, forzandola a ferire conoscenti e affetti. Forse perché si tratta di Saverio stesso, oppure perché Saverio è suo prigioniero. Ciò ha poca importanza, perché avere (o essere) Saverio vuol dire avere in pugno anche lei. Un semplice sms ha dunque la forza di farci addentrare nelle sabbie mobili d’una regia occulta, che fa leva sulle ferite irrisolte del passato, su connivenze e insicurezze per sorvegliare e punire. “Non sto facendo niente. Sono entrati in casa mia. Mi hanno toccato il cane. Mi hanno fotografata di nascosto. E io non sto facendo niente. Solo perché non accetto che Saverio sia morto”. A questa danza sadica e silenziosa si aggiunge la prospettiva d’un poliziotto a sua volta cresciuto nella violenza, e che, nella sua mistura di sagacia contadina e rozza mitologia personale, costituisce una bella variante rispetto a tanti stereotipi del genere. E’ una delle tante vittorie stilistiche di questo romanzo, capace di stringere la gola del lettore con una mano invisibile, testimonianza di come la narrativa italiana sia capace di tenere testa, per costruzione e forza, ai grandi successi internazionali. Sappiamo digerire con discreta tranquillità storie di persone malvagie che compiono azioni feroci, e soffriamo “vicariamente” con le vittime, quando invece ci viene offerto di guardare con i loro occhi. Paola Barbato evade tale dualismo e ci fa accompagnare una persona fondamentalmente buona che inizia a compiere azioni spaventose. Ciò coinvolge grovigli dentro di noi che non scrutiamo con altrettanta addomesticata facilità. La morsa si fa sempre più stretta, in un gioco di matrioske soffocanti che, dalla vastità d’un carcere grande come il mondo stesso, può farsi angusto come un gabbia per animali. O esseri umani. 

 

IO CHI SEI
Paola Barbato,
Piemme, 515 pp., 18,50 euro

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